La compagna dell’Anticristo


Il padre di Carmela era alla guida della sua vecchia Alfa e da più di mezz’ora si vagava alla cieca. A un certo punto dovemmo concludere che ci eravamo letteralmente persi. Non avevamo la minima idea di dove fossimo, né dove saremmo giunti proseguendo in quella direzione; fino a che, svoltando con la vettura, si presentò davanti in lontananza, quello che in seguito seppi essere il colle di Monrupino con la sua piccola chiesa sulla sommità.
«Fermo! –quasi gridai con impeto– Questo è un posto che ho già visto, ma non capisco come né quando però, non ci sono mai venuto prima, nemmeno da bambino, è dunque impossibile che possa riconoscerlo. Nessuno ha avuto la possibilità né la voglia di condurmi da queste parti.
Sono più che certo di conoscerlo ma non riesco a ricordare come sia successo però. Ah! Ma sì! Ora capisco! È incredibile… adesso mi è chiaro… ho fatto un sogno alcuni mesi dopo che ci siamo sposati .. si! Solo un sogno e nient’altro, – continuai a bassa voce come se stessi parlando da solo – ma non ricordo molti particolari.
Poi, quello che mi pare più strano, è il fatto di ricordare perfettamente in ogni dettaglio alcune immagini e di ritenerle molto importanti e nulla, assolutamente nulla di quanto è successo prima o dopo quelle nitide sequenze. Sono su una moto azzurra –mormorai guardando in direzione della collina come se mi aspettassi di vederla– sul tipo delle Harley Davidson e sento sulla pelle i brividi di una giornata insolitamente fredda con continue folate di vento.»
Dopo essermi ripreso lentamente dal turbamento che quelle sensazioni così intense avevano provocato, mi rivolsi al conducente: «Proviamo ad andare verso sinistra appena giunti in fondo alla valle, vedrai che troveremo una strada e subito dopo sulla destra ci sarà una specie di cava o un posto dove lavorano le pietre.»
Diedi altre brevi indicazioni che si rivelarono sorprendentemente esatte, ma ciò non colpì la loro curiosità: non notarono la mia eccitazione così evidente o, se lo fecero, certamente pensarono a uno stupido scherzo.


Qualche tempo dopo feci un sogno, che farei meglio a definire incubo, poiché il profondo terrore provato, mi impedì di scordarlo. Quel sogno doveva essere inserito in una storia particolare, accanto ad altre, per realizzare un racconto unico e stupefacente.
Mi vedevo in quei indelebili fotogrammi mentali mentre, pieno di timore, seguivo le persone che procedevano lentamente tra due fila di alte scansie. Erano fatte con tavolacci di legno scuro e sembravano dei macabri loculi senza la lastra di chiusura.
Al loro interno, stavano distesi degli esseri simili a scheletri che allungavano lentamente le mani per trattenermi, ma non avevano la forza per farlo e riuscivano solo a sfiorarmi. Mi domandavo con timore se volevano farmi condividere la loro sorte oppure cercavano di evitarmi qualcosa di più terribile ancora.
Continuai a camminare, con la paura che riuscissero ad afferrarmi, finché mi resi improvvisamente conto di trovarmi in una grande sala. Ero costretto a stare immobile ora, non capivo dove fossi né cosa stesse succedendo, mi guardavo attorno senza riuscire a distinguere i contorni dell’ambiente a causa di una densa nebbiolina bianca.
Ero in attesa di qualcosa di tremendo, ora mi sentivo assurdamente “piccola e indifesa”. D’un tratto sentii un fragore spaventoso simile a una mazzata fortissima vibrata su una lamiera; quel suono mi riempì di terrore, un terrore sconvolgente… ero terrore!
Avrei voluto allontanarmi da quel luogo, senza seguire la mia attenzione che si dirigeva verso il punto da cui proveniva quel rumore terrificante. Attraverso quella nebbia intravedevo ora uno spiraglio di luce che man mano aumentava.
Un grande portone di ferro si aprì e la luce divenne abbagliante. Permaneva nel mio animo un’attesa angosciosa. Dopo qualche attimo distinsi via via più nettamente una sagoma scura in mezzo a quel chiarore abbacinante: era un grosso camion che indietreggiava con una lentezza ossessionante verso di me. Il mio terrore era indescrivibile, non riuscivo a spostarmi, stavo per essere schiacciata… Mi svegliai tossendo e vomitando prima che il cuore cedesse per la paura.
Passò del tempo dalla notte dell’incubo, ma per una strana circostanza esso mi esplose improvviso nella mente. Ci trovavamo a oltre cinquecento chilometri da casa, da qualche giorno eravamo ospiti della madre di Carmen.
Un mattino, passando accanto alla fila di cassette postali situate nell’atrio del condominio da lei abitato, mi arrestai all’istante: un’edizione del – Reader’s Digest – stava dentro un imballo di cartone poggiato sopra l’ultima cassetta. Per quel volume sentivo lo stesso interesse che avrei provato per un opuscolo pubblicitario relativo alla crema per la cellulite: meno di zero.
Ero completamente indifferente a quel libro, eppure vidi con disappunto la mano agire quasi da sola. Cercai una giustificazione, pensando che tra quelle pagine doveva esserci qualcosa che si sarebbe rivelato utile. Stracciata la confezione, sfilai un volume accuratamente rilegato con la copertina nera e una svastica rossa dal titolo –Manichini Nudi–.
Se avessi dato ascolto alla mente che considerava insensata e riprovevole quella azione, non lo avrei infilato nella valigia con l’intenzione di leggerlo una volta giunto a Trieste.
Forse quel libro poteva accrescere la mia conoscenza, pensai tornando a casa; servirà al momento opportuno per estendere il mio campo d’intervento? Se non ero riuscito a frenare l’impulso di rubare qualcosa per cui non provavo alcun interesse, dovevano per forza esserci delle valide ragioni.
Così, come accadeva sempre più frequentemente, anche in quella circostanza seguii l’intuito, e questo mi permette oggi di aggiungere un altro importante tassello al mosaico che sto realizzando anche per il proprietario di quel libro.

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