L’inferno nel cuore


Si rivelò inutile ogni tentativo di indurla a ragionare, di farle capire chi traeva vantaggio da quella incomprensione, lei la viveva come uno scontro tra noi e, per l’ennesima volta, la saggezza millenaria trovava conferma: “non c’era peggior sordo di chi non voleva sentire”. A quel punto continuammo a percorrere la nostra strada senza poter più contare sull’aiuto dell’altro. Ora sarebbero tornati alla carica gli stessi personaggi misteriosi che alcuni anni prima avevano minacciato la direttrice dell’asilo di Giada e suggerito a un certo Antonio, un amico di Leo, di incastrarmi vendendomi un’arma o facendosela consegnare.
Non dovevo farmi trovare impreparato. Lo scontro, a partire da quel momento, si sarebbe fatto sempre più duro. Tony, quando gli fecero quella proposta, aveva con sé una copia del mio primo manoscritto; fu per caso che decise di informarmi delle loro intenzioni? O si tratta del modo occulto di mantenere quella antica promessa: «Egli non verrà meno e non sarà abbattuto finché abbia stabilito la Giustizia sulla terra.»
Quella di Tony è una storia ormai lontana nel tempo e lui non potrebbe ripeterla… il suo tentativo di “suicidio” è purtroppo riuscito.
Gli attacchi più violenti furono sferrati durante una fase critica, anche se poco appariscente, della mia contrapposizione alle leggi innaturali che ogni Stato promulga. Quei colpi erano il chiaro segno che una Entità perfida e astuta stava agendo nell’ombra. Dovendo servirsi di chi rappresenta le pulsioni più oscure, per colpire chi agisce alla luce del sole, scelse proprio l’individuo che mi confidò di credersi l’Anticristo.
Uno dei tanti indizi relativi al coinvolgimento di quella squallida figura in un piano per annientarmi, fu fornito come al solito dal caso. Quella mattina mi trovavo in centro città e mentre passavo per via Mazzini, notai una persona sulla porta di un bar che rivolgeva un cenno di saluto nella mia direzione. Guardando con più attenzione riconobbi la compagna di Leo, una donna energica che incontravo a distanza di anni. “Pare che per lei il tempo non scorra proprio” -pensai attraversando la strada per entrare nel locale-.
«Ciao! Come va? Leo non c’è?»
«Purtroppo no, ma spero ritorni presto dalle “ferie forzate”.»
«Mi spiace, salutamelo appena lo vedi.»
La donna annuì girandosi per preparare il caffè che avevo richiesto. Dopo qualche scambio di battute, accennai ai miei problemi con la famiglia e il dialogo scivolò in modo imprevedibile verso un curioso episodio di cui ero completamente all’oscuro.
«Devi sapere cosa accadde il giorno che tornammo assieme dalla Jugoslavia. Lungo la strada ci avvertirono che eravamo attesi, ma lui… – strinse con forza la tazzina tra le mani e lasciò passare alcuni istanti prima di riprendere a parlare – stranamente non volle lasciarmi scendere e mi portò fin sotto casa.
Quando l’auto si arrestò ci circondarono e fui fermata sul posto. Non mi persero di vista neppure per un istante per cinque ore. Alla fine, dopo esser stata perquisita, venni arrestata. A lui però permisero di allontanarsi con la macchina senza sottoporlo ad alcun controllo.»
Ora mi era finalmente chiaro dove si fosse diretto quella sera chi si era proclamato l’Anticristo. A Borgo, per liberarsi dell’unico ostacolo che gli impediva di mettere le unghie sulla piccola somma di denaro che avevo pazientemente messo da parte per le mie bambine. Tra le tante persone inconsapevoli di obbedire a piani così sottili da apparire diabolici, che fornirono un valido aiuto a quel Mostro astratto, alcune, con una laurea alle spalle e operanti nel sociale, consigliarono mia moglie di farmi esorcizzare. Altre suggerirono di denunciarmi per ogni parola che avesse ritenuto offensiva, e infine ci fu chi, si suppone dall’alto della propria cattedra in psicologia, dichiarò che ero certamente pazzo.
I fronti che si aprivano erano tanti dunque e tutti particolarmente temibili. A chi suggerì di farmi esorcizzare, avrei in seguito risposto con le parole di quella figura femminile che sarebbe giunta per scrivere le pagine rimaste bianche.
Il suo nome è Daniela, dopo i primi incontri, quando iniziai a confidarmi con lei, trovò subito una ironica risposta ai loro timori per la mia anima: “Perché si teme che tu sia l’incarnazione del Male, possibile ci sia ancora qualcuno così superstizioso da credere all’esistenza del Diavolo? ”
A chi consigliava di denunciarmi per le offese, avrei rivelato ciò che da vent’anni avevo espressamente raccomandato a mia moglie: “Devo avvisarti che un giorno mi rivolgerò a te con parole o azioni che da tutti sono considerate come delle offese. Tu non dovrai mai credere che lo scopo sia quello di umiliarti e ferirti, saranno solo finalizzate a scolpire più profondamente nel tuo animo i miei consigli. Il Maestro Zen usa sovente percuotere il proprio discepolo con una verga di bambù ma io con te non posso farlo… sei la mia metà”.
Da ultimo, a quanti le diagnosticarono la mia follia, avrei fatto notare che ben difficilmente una persona priva di senno poteva intuire che da lì a poco avrebbero violato la mia casa nonostante il sofisticato sistema d’allarme. Ancora più insolito, che un folle come me, per individuare a posteriori i responsabili di un furto non ancora subito, confidasse a quel personaggio che mostrò di credere d’essere l’Anticristo, qual’era il solo punto da cui accedere, senza particolari difficoltà, dentro la mia casa. Il solo varco era la finestra della veranda, scomoda e pericolosa da raggiungere e visibile dalla strada ma, contrariamente agli altri serramenti, facile da forzare.
Forse la millenaria saggezza poteva sbagliare dicendo che sarebbe venuto il tempo in cui i saggi sarebbero stati considerati pazzi e i pazzi saggi?
Puntualmente, la sera che portai le bambine e la mamma al ristorante cinese, l’ultima a uscire scordò di inserire l’allarme… e, manco a dirlo, scardinarono proprio… la finestra della veranda.
Peccato che i soliti ignoti abbiano dovuto affannarsi tanto… a meno di due metri dalla veranda, in un punto non visibile dall’esterno, avevo per caso lasciato aperta la porta della cantina. Essendo situata al riparo da sguardi indiscreti, quei “malviventi” denotarono ben poca professionalità scegliendo quel percorso pericoloso e così esposto.
Quella strana scelta però, portava a una ipotesi curiosa: erano forse a conoscenza che quella porta, in apparenza vulnerabile, fosse in realtà provvista di vetro antisfondamento e cerniere interne anti scasso? Se la mia intuizione era corretta, chi mai li aveva edotti al riguardo? E perché qualcuno telefonò alla casa accanto proprio in quel momento? Semplicemente un caso o piuttosto per tenerla impegnata al telefono, così da impedirle di vedere o sentire qualcosa di sospetto?
A parte il magro bottino, quella sera i “ladri” dovevano godere di qualche protezione; una pattuglia dell’Arma, aveva sostato per circa venti minuti davanti al bar Heminghway, posto sull’altro lato della strada, a una decina di metri dalla scena del fatto. Malgrado la breve distanza i militari non notarono nulla e, quando furono avvertiti via radio del furto, non realizzarono di trovarsi praticamente sul luogo dell’effrazione. Rimangono tutt’ora altri lati oscuri relativi a quella vicenda; ero ben noto ai militi della caserma di Borgo, sia per i nostri frequenti rapporti, leggi interventi, interrogatori e altro, e non da meno, ritengo anche per le mie insolite vicende giudiziarie; per cui è poco credibile che in quella circostanza abbiano potuto scordare dove abitavo.
Insolite vicende, appunto, poiché capita raramente che un Tribunale pronunci, come nel mio caso, una sentenza così singolare: “In nome del Popolo Italiano, visti gli articoli ecc… si assolve l’imputato perché, a meno di ritenerlo un essere dotato di capacità diaboliche, non può essere lui l’autore dei fatti contestatigli”.
Anche quei “ladri” erano stati protetti, infatti, al nostro rientro, constatata senza eccessivo sgomento l’intrusione, telefonai ai carabinieri per avvertirli dell’accaduto.
Inspiegabilmente, la macchina di pattuglia, lo scoprii in seguito, scese molto lentamente in direzione della mia casa, passò accanto sul retro, fece prima un inutile giro di tutto Borgo San Sergio per tornare al punto di partenza e giungere alla fine davanti al mio cancello aperto.
Nel frattempo eravamo usciti in giardino per attendere il loro arrivo e notai Tony con la bambina che stava rientrando.
«Ciao! Ho avuto visite sgradite mentre ero al ristorante.»
«Ciao! Cosa è successo? Perché siete tutti fuori dalla porta?»
«Per fortuna niente di grave, però sono riusciti a rubare.»
«Accidenti chi poteva immaginarlo?»
«Immaginare cosa? – domandai mettendo in allarme tutti i miei sensi – hai visto qualcuno?»
«Sono uscito poco dopo di voi e vicino ai contenitori della spazzatura ho notato due tipi che mi hanno insospettito per il loro atteggiamento. Uno guardava insistentemente all’interno del tuo giardino, l’altro invece stava di spalle e sembrava tenesse d’occhio i ragazzi all’esterno del bar. Non sono intervenuto perché non avevo l’autorità per farlo e se mi sbagliavo avrebbero potuto rispondermi di andare a quel paese. Per evitare casini ho preferito lasciar perdere, devi scusarmi…»
Non lo lasciai proseguire. L’intuito mi suggerì improvvisamente chi fossero i ladri e lo dissi. Tony si mostrò profondamente stupito: «Ma stai scherzando? Come puoi solo pensarlo?»
«Sono al corrente del fatto che qualcuno conosce parte di un progetto che sto attuando da tempo, non te ne ho mai parlato e certo non è questo il momento più adatto per farlo.»
L’uomo rimase a lungo in silenzio, per cui pensai di dover continuare a fornirgli uno straccio di spiegazione.
«Secondo qualcuno questa attività, al di fuori del loro controllo, può rappresentare un pericolo per le Istituzioni e questo deve risultare inaccettabile. Si sentono legittimati ad agire come meglio credono per fermarmi… – respirai profondamente e diedi l’affondo – “anche simulando un furto”. Oggi può sembrarti incredibile che si possa arrivare a tanto, ma non è lontano il giorno che queste operazioni saranno disciplinate per legge così da permettere sonni tranquilli a chi le compie».
Tony borbottò qualcosa come se volesse aggiungere dell’altro, ma poi, scosse la testa e si diresse verso casa assieme alla piccola.
Erano troppe le domande che i due ci ponevano rimanendo tranquillamente seduti in vettura; ed era uno strano modo di operare in quella situazione. Cercai inutilmente di spiegarmelo pensando che, grazie alla tecnologia, ogni informazione utile a individuare i responsabili del “furto” si poteva divulgare rapidamente.
La sensazione che volessero evitare di entrare all’interno dell’appartamento si rafforzò quando, al mio ennesimo invito di sottoporre a verifica i locali, chiesero l’indirizzo del ristorante cinese e spiegarono che prima di procedere con ulteriori accertamenti, avrebbero dovuto effettuare una telefonata di “controllo”.
Il mattino seguente compilavo la lista di tutto il materiale trafugato. Mancavano due orologi da polso, due macchine fotografiche, due telecamere… già! Guardai la grossa valigia della videocamera professionale e l’afferrai rabbiosamente per lanciarla sull’erba in mezzo al giardino.
«Carmela, non toglierla da lì per nessuna ragione, anche se dovessero passare dei mesi non dovrai toccarla – urlai con foga – lasciala così, bene in vista, perché chi passerà davanti a questa casa possa chiedersi che diavolo ci fa quel coso tra l’erba. Sono certo che un giorno la telecamera che hanno rubato tornerà in quella valigia, e io ve la lascio sotto gli occhi di tutti appunto per questo, perché si sappia che l’avevo previsto.»
Lei andò sulla soglia di casa e rimase alcuni istanti a fissare il grosso contenitore di plastica grigia; certamente pensò trattarsi di un mio gesto irrazionale, perché richiuse la porta senza parlare e si allontanò. Poche settimane più tardi, la distanza tra noi era divenuta incolmabile.

Pagine: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11