L’inferno nel cuore


Nel bar Hemingway la nebbia delle sigarette rendeva come al solito tutto più evanescente anche di primo mattino. Un caffè caldo e uno sguardo al giornale, dopo aver passato la notte all’interno della scomoda Punto, riusciva a farmi scordare che, per l’ennesima volta degli agenti, puntandomi diligentemente la pistola in faccia, avevano interrotto il mio riposo.
Un acuto dolore alla spalla mi fece distribuire il contenuto della bustina di zucchero proprio sulla foto a corredo dell’articolo. “È curioso, ma pare che sepolta sotto questa nevicata di zucchero ci sia proprio la telecamera professionale sparita da quasi due anni”.
Guardai con molta attenzione dopo aver ripulito e non c’era alcun dubbio, si trattava della stessa, e sullo sfondo stava la HI-8 amatoriale. Ultimata la lettura, considerai che le modalità del ritrovamento erano perlomeno strane. Due settimane più tardi ritirai gli oggetti presso l’ufficio preposto e subito dopo la mia destinazione fu il teatro dell’operazione di recupero.
Era una palazzina di tre piani, poco lontana dal centro di Opicina, un paese sull’altipiano. Suonai e una donna dall’accento slavo venne ad aprire. Tra le pieghe della gonna un bambino che si reggeva in piedi a stento e, alle sue spalle, un uomo robusto sulla quarantina.
«Vorrei presentarmi, sono venuto per farle delle domande ma innanzitutto devo dirle che non voglio debba passare dei guai a causa delle videocamere trovate nella sua cantina, non intendo chiedere il risarcimento dei danni subiti, ma solo avere alcuni chiarimenti. Ne sono il proprietario e…»
Non mi lasciarono continuare né simularono lo spavento.
«Senta quello che io dico, io giuro e anche lei mia donna giura che quella cosa in mia cantina non è mai stata. Mi hanno messo roba rubata per farmi pagare a me.»
«Chi crede sia stato?»
«Non posso sapere sicuro, non so capire.»
«Non ha litigato con nessuno ultimamente?»
«No! No! Io lavoro in Trieste, fa solo muratore.»
Rimase qualche attimo indeciso poi, stringendo nervosamente i pugni, proseguì: «A me tre di miei amici che rubano, quasi un anno fa passato mi dicevano che io dovrò pagare loro tre perché non ho prestato soldi per avvocato.»
Sembrava esile come movente, ma non avevo niente da perdere se frugavo più a fondo.
«Dove li posso trovare?»
«Non so, tutti tre tornati in Serbia, perché polizia arrestato un anno fa tutti e tre. Io penso che loro arrabbiati con me per soldi di avvocato e allora mandato amico suo con cineprese e con chiave di mia cantina che loro tenevano.»
Con sollievo pensai che non sarebbe stato necessario seguire la lunga pista che portava fino a un villaggio della Serbia.
«Avrei ancora una domanda prima di togliere il disturbo, vorrei sapere se le sue chiavi, intendo quelle della cantina, erano in loro possesso quando furono arrestati dalla polizia.»
«Si! Perché noi amici fino a quel momento.»
Sembrava non ci fosse altro da chiedere, salutai i due che lasciavano ancora percepire il loro timore e tornai alla moto per scendere in città.
Lungo la strada memorizzavo ogni dato ricevuto e li comparavo con quelli già in mio possesso. Gli elementi di cui disponevo indicavano una sola ipotesi credibile: il furto era stato organizzato con cura da una organizzazione molto agguerrita. Dei comuni ladri, senza doti di preveggenza, non conservano la refurtiva per quasi due anni allo scopo di vendicarsi di chi, in futuro, si poteva rifiutare di prestar loro dei soldi per l’avvocato. Vendendo la telecamera si sarebbero procurati il denaro, che in seguito sarebbe loro servito, con un rischio minore.
Era molto più probabile l’ipotesi che stava delineandosi: i soliti “ignoti” volevano capire a quale progetto potesse servire la telecamera e l’unico modo per scoprirlo, era quello di farmi tornare in suo possesso. Giunto al banco lasciai cadere sul piano di granito il rotolo di banconote fermato da un elastico.
«Signori, per cortesia, un attimo di attenzione: ci sono dieci milioni a disposizione di chi fornirà un indizio che mi permetta di risalire agli autori del furto.»
Il tono, dall’enfasi forse eccessiva, faceva apparire quel gesto come il disperato tentativo di recuperare gli altri oggetti che mi avevano rubato.
Attesi che la loro attenzione venisse catturata dal mazzo di banconote e, senza badare ai loro commenti inopportuni, aggiunsi che l’aver violato la mia casa era un affronto che andava lavato col sangue. Quella insolita dichiarazione di guerra si concluse con una promessa: “Se il caso porta il libro al successo, sul banco dell’Heminghway poserò cento milioni”. Con quella mossa, davo l’opportunità a qualcuno di segnalare ai “soliti ignoti” la mia intenzione di colpire gli autori del furto.

Pagine: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11