L’inferno nel cuore


Posato al banco del bar Galleria, lanciavo di tanto in tanto uno sguardo in direzione dell’auto parcheggiata, come al solito, da cani. Lasciai la tazzina e lentamente raggiunsi la porta del bar: sembrava una figura nota quella che stava attraversando la strada.
Il caso, dopo tanti anni, mi riportava tra i piedi la persona conosciuta nel carcere di Trieste. In quel posto terribile e deprimente per chi vi soggiornava, due soli detenuti avevano assistito alla stesura di una lettera per il leader del Cremlino. Lui era uno dei testimoni e non ricordo con quale diminutivo o pseudonimo si fosse presentato allora. L’impressione che ne avevo tratto era comunque quella di un giovane dotato di una mente sottile ma turbata da grandi incertezze. Nel corso degli anni successivi erano avvenuti alcuni incontri e, in una di queste sporadiche occasioni, gli consegnai una bozza iniziale del nostro racconto per riceverne un giudizio. Il caso suggerì di parlare più diffusamente del mio progetto e gli confidai che avevo deciso di utilizzare la telecamera per realizzare un nastro dal contenuto esplosivo.
Doveva servire, così gli feci credere, per dare la spallata definitiva al Sistema. Qualche anno dopo lo rividi e lui si sprecò in mille complimenti al punto da risultare un adulatore poco credibile; quella categoria di individui che la saggezza popolare impone di evitare come la peste. Il suo subdolo atteggiamento, allora, non bastò a mettermi in allarme.
Ci riuscì pienamente, quella mattina in bar Galleria, dopo la seconda birra. Confidò di sapere i nomi di chi era indagato assieme a me, per traffico d’armi, dopo che le accuse ufficiali mosse dalla mia famiglia erano già state vagliate dagli inquirenti.
« Ehi! Come va, è tanto che non ci si vede.»
«Ciao! Ti pensavo giusto ieri e mi chiedevo che fine avessi fatto.»
«Nulla di speciale, sono riuscito a pubblicare il libro nonostante alcune resistenze e ora attendo gli sviluppi.»
«Spero di avere una copia con autografo per il mio contributo alla sua realizzazione… potresti lasciarla al bar, mi conoscono e non dovrebbero esserci problemi.»
«Stai tranquillo, chiunque abbia partecipato al progetto riceverà secondo le sue opere».
Sembrò colpito dal tono ironico e si avvicinò con prudenza.
«Potresti offrire una birra -gettò uno sguardo sui presenti prima di continuare con circospezione- ho qualcosa per te che vale sicuramente di più.»
Indicai un tavolino appartato e lo raggiunsi con le birre.
«Di che si tratta?»
«Ho un documento che ti riguarda ma non chiedermi come sono riuscito ad averlo, non posso dirtelo e poi è probabile che tu nemmeno mi creda.»
«Vediamo, lo hai con te?» «Scherzi?.. però posso portartelo tra cinque minuti, il tempo sufficiente per andare a prenderlo, abito qui vicino ora.»
Indeciso se mostrarmi perplesso o simulare una intensa curiosità, optai per un atteggiamento indefinibile se c’erano veramente delle informazioni utili, era quello che mi avrebbe consentito di ottenerle. Bevendo l’ultimo sorso di birra lo vidi riapparire e chiedere di poter ordinare un’altra.
«Sono curioso di vedere la tua faccia quando capirai di che si tratta – sussurrò sedendosi – prima di consegnartela però, voglio dirti anche dell’altro; non potrò rivelare come sono entrato in suo possesso né fornirti prove che quanto dirò sia vero, ma tieni presente che l’unico vantaggio sarà forse quello che ti ricreda su di me. Non mi hai tolto il saluto quando tentai di rifilarti il bidone del binocolo e per me è già tanto; solo un amico di vecchia data poteva farlo… o un Maestro.»
Lo scrutai attraverso le lenti brunite per catturare la minima sfumatura di derisione ma, stranamente, per una volta sembrava completamente sincero. «Ho già scordato il tuo gesto, avevo capito da cosa eri spinto e ho potuto giustificarti.»
«Ascolta senza interrompermi, ricordi l’assegno che ti è stato sottratto? È andato distrutto, sai da chi? Da una persona che conosci bene e che abita in via S. Pelagio in un appartamento con la porta di ferro.»
Sorseggiò la sua seconda birra lentamente, lasciò abortire un sorriso, poi sfilò una busta dalla tasca e la posò sul tavolo.
«Devi fare molta attenzione, da parecchio tempo la polizia italiana è in contatto con gli slavi per farti marcire in qualche galera ai confini con l’Ungheria.»
A quelle parole non era semplice ribattere con disinvoltura.
«Stai scherzando? Basta una birra per farti dire cazzate? Perché mai tutto questo impegno per farmi finire in carcere, e da un’altra parte del mondo poi, è illogico e non c’è ragione per farlo.»
Il tipo non si scompose minimamente e continuò: «Il motivo è semplice, sei visto come un personaggio molto scomodo e carcerandoti in Italia continueresti a rimanere una figura scomoda, sei un comunicatore e un guerriero nato; non ti si può comprare… solo eliminare in modo democratico».
Rimase qualche istante in silenzio, poi, notando che non toglievo lo sguardo dalla busta, mi invitò ad aprirla. Allungai la mano e sfilai il foglio all’interno. Una rapida occhiata e potevo lasciar trasparire tutto lo stupore. Era una comunicazione giudiziaria dalla quale risultava che due persone, due perfetti sconosciuti, erano indagati entrambi per avermi procurato delle armi.
«Chi sono questi due? Chi ti ha consegnato questo? Quando?»
«Ti ho avvertito che non avrei potuto aggiungere altro; una volta sono stato massacrato di botte… da uno che aveva le spalle il doppio delle tue, e quando finì di pestarmi mi puntò la pistola in faccia e mi avvertì che la prossima volta non me la sarei cavata così a buon mercato; è stato a causa tua e non vorrei che si ripetesse.»
«E va bene, ti ringrazio comunque, lo conserverò con cura, è possibile che prima o poi mi capiti di conoscere quelle persone e saranno loro a spiegarmi il resto.»
Uscimmo dal bar e dopo una rapida stretta di mano le nostre strade si separarono per sempre. Lui, seguendo la sua, due mesi dopo arrivò fino al prato dove fu costretto a inginocchiarsi tra i rifiuti per ricevere una pallottola nella nuca. Il giornale locale riportò la notizia della sua morte e corredò l’articolo con l’opinione che avevano di lui nel suo ambiente: si mormorava fosse un informatore di vecchia data. Scoprirlo non fu una sorpresa e non lo era nemmeno quel casuale incontro avvenuto poco dopo quel cruento episodio.
Ero seduto al tavolo di una trattoria sull’altipiano, poco distante c’era un giovane sotto i trent’anni, elegante e distinto; non ricordo chi iniziò la conversazione, ma durante quel breve scambio di battute, raccontò la confidenza ricevuta alcuni giorni prima da un ufficiale di polizia, un suo stretto parente: “Hai fatto caso che gli informatori fanno tutti una brutta fine? Raramente capita che muoiano nel loro letto”.
L’anonimo commensale, alla cinica considerazione del parente, osservò che probabilmente si trattava di vendette a lungo covate e di esser rimasto stupito dalla precisazione ricevuta in risposta: “No! Non si tratta di vendette, semplicemente non servono più, e a quel punto divengono pericolosi”. Successivamente trovai altri indizi, sufficienti per capire chi poteva aver sparato in quella nuca. L’ultimo, alcuni anni dopo la morte dell’uomo conosciuto per caso, lo fornì Gabry, una donna che provò a riempire le pagine del libro rimaste bianche. Un tentativo che fallì solo parzialmente, come potremo vedere nel penultimo capitolo. Lei aveva incontrato l’uomo quindici giorni prima che morisse tra i rifiuti, secondo il suo racconto le era parso molto strano, sembrava paranoico… e provava un terrore folle della polizia. Il caso mi portava la risposta alle domande relative a quel drammatico episodio prima ancora che le formulassi.

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