Apocalisse

gargoile_trasparenteLa telecamera era pronta per essere usata, avrei avuto il tempo sufficiente a raggiungere il reparto maternità del Burlo? Sarei riuscito a vedere i miei bambini nati già da due giorni? Ero agli arresti domiciliari a Basovizza dopo esser stato aggredito dalla Strega e, nel caso di un controllo durante la mia assenza, avrebbero mutato quella ingiusta pena in qualche anno di carcere aggiungendovi alcuni mesi a causa dell’evasione che mi accingevo a compiere.

Anche due anni prima ero stato aggredito, da altri e avevano preso lo stesso provvedimento coercitivo ma, pure allora, sentii l’irrefrenabile desiderio di evadere. In quella occasione portai tre uova di cioccolato alle bambine il giorno di Pasqua. A quella violenta aggressione seguì uno sviluppo imprevisto che è bene ricordare. Lo scoprii durante l’incontro con il redattore di cronache giudiziarie vicino Piazza Venezia. Quel giorno si lasciò sfuggire una confidenza inaspettata; disse chiaro che erano state fatte delle pressioni sulla redazione del quotidiano allo scopo di “disattivarmi”. Cercai di capirne di più accompagnandolo per alcuni isolati verso la sede del giornale. Si rifiutò di dare spiegazioni che consentissero di individuare gli autori di quelle pressioni e ogni domanda posta durante il breve tragitto si rivelò inutile. Il giornalista, celando il disappunto per essersi lasciato sfuggire l’imprudente dichiarazione, concluse sbrigativo che non avrebbe parlato nemmeno davanti a un giudice. Le sue parole confidenziali non erano state chiarite e dovevano rimanere impresse.

Tornarono subito alla mente quando, a distanza di mesi, durante una trasmissione televisiva appresi che il termine disattivare era correntemente in uso nei Servizi e indicava espressamente il provvedimento di eliminare o rendere innocuo qualcuno con ogni mezzo.
Non è azzardato pensare che la soluzione suggerita per raggiungere lo scopo di “disattivarmi” sia proprio l’articolo scritto dallo stesso redattore che riferì delle pressioni esercitate sul suo giornale.

Ero in isolamento quando, contravvenendo alle disposizioni carcerarie, una copia del Piccolo mi fu consegnata. A tutta pagina c’era la descrizione dei fatti e alcune testimonianze che mi inchiodavano a una responsabilità che in realtà non avevo. Quelle assurdità avevano lo scopo di farmi credere di non avere più scampo, di farmi pensare ai cancelli che si sarebbero richiusi alle mie spalle per sempre. Davanti a quella prospettiva, era legittimo aspettarsi che la facessi finita, che scegliessi di “disattivarmi”.
-Una colluttazione violenta. I vicini hanno visto il Genzo mentre spingeva giù per le scale il giovane biondo. Hanno visto che lo prendeva anche a calci sulla testa. A una donna uscita per il frastuono dalla porta di casa che gli diceva di smettere, Genzo avrebbe risposto afferrando l’altro, ormai privo di sensi per i piedi e trascinandolo fuori: “E’ un sacco di merda…”.
Ora l’uomo versa in coma ed è ricoverato in condizioni disperate nel reparto di neurochirurgia dell’ospedale di Cattinara. Ha riportato la frattura dell’osso parietale destro. I vicini hanno raccontato ai poliziotti quello che hanno visto: hanno descritto la violenza dei pugni e dei calci e quel corpo insanguinato che veniva trascinato fin sulla porta dello stabile.
«L’ho visto che picchiava l’altro come una furia», ha dichiarato Luisa Gatto che abita al secondo piano. E’ terrorizzata. «Anche se l’altro, un giovane biondo con i capelli corti, era a terra, Genzo continuava a picchiarlo. Quello -dice- è un tipo strano. Già durante la scorsa estate c’era stata una litigata… » «Lei è accusato di lesioni personali gravissime», hanno detto i poliziotti al Genzo. Le manette si sono strette ai suoi polsi e la volante l’ha portato in carcere. «Sto valutando se ipotizzare l’accusa di tentato omicidio», Ha dichiarato in serata il sostituto procuratore Giorgio Milillo. c.b. . – » (-Articolo pubblicato giovedì 18 marzo 1999)
Il caso però sfida la presunzione umana, dopo oltre dieci anni, era giunto il momento in cui il giornalista si sarebbe lasciato sfuggire l’indizio più interessante; pensai così di incontrarlo per caso. Posi l’identica domanda di tanto tempo prima mentre, come allora, lo accompagnavo per un breve tratto di strada: «… Ne è passata di acqua sotto i ponti, per cui oggi potrebbe dire chi voleva disattivarmi.»
«Non posso ricordarlo, è passato troppo tempo… quella persona però… lo vede quel palazzo? Dietro c’è la Questura, è lì che può trovarla.»

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