Il Regno di Dio, figlio della Donna Cosmica

gargoile_trasparenteSono tornato per continuare assieme a te un tratto di strada, dammi la mano e non lasciarla, il tuo esile corpo sarà il mio scudo, la dolcezza del tuo animo la mia corazza, la saggezza del tuo spirito la mia spada. [Erieder]
Che tu mi venga in aiuto nei momenti d’ispirazione, allegria e tristezza… ma soprattutto quest’ultima invoco affinché il mio cuore sappia generare qualcosa di nobile e puro per porlo sotto questo cielo. [Gabry]

L’inverno questo anno pare più freddo, o forse è il gelo che aumenta nella mia anima. Sto attraversando un periodo non facile della mia vita; mi trovo a dover combattere ogni giorno per riuscire a sopravvivere. Ho perso tutto, il lavoro, gli amici, la dignità, sono sola, terribilmente sola e nei momenti più tristi penso al suicidio. Non vedo alternative a questo stato di vuota apatia, di dolorosa indifferenza, ma mi aggrappo ostinata ai rari momenti di beatitudine vissuti, a quegli attimi che soli riescono a far tornare l’amore per gli altri. Ma non basta, perché le apparenze, il prestigio, la lotta per il potere, l’egoismo, dominano incontrastati? Che fare? Perché mi ritrovo a scrivere? Perché ne ho bisogno, solo così mi sembra di riuscire a liberarmi da tutto ciò. Sono successe parecchie cose in questi ultimi giorni e ancora una volta mi sono stupita di come io riesca a prevedere la realtà coi sogni. Rita mi ha rimproverato di essere troppo altruista e forse a modo suo ha ragione: è pericolosissimo esserlo in questo mondo.
Eppure l’uomo non è fatto per stare da solo, e forse non è giusto nemmeno sentirsi tanto male per questo, forse si tratta sempre e solo di un gioco che siamo destinati a non capire mai. Se è così cosa dovrei fare? Aspettare di avere le visioni? Ascoltare quello strano tipo che si è offerto di aiutarmi? Accettare il suo patto? Già, e perché poi dovrebbe aiutarmi? Che si tratti dell’uomo di cui mi parlò Giuly durante la gita col SerT in Umbria? Mi lesse la mano per gioco, o almeno così si potrebbe pensare, e disse che verso i trentadue o trentatré anni avrei incontrato un tipo più maturo di me e che la mia vita sarebbe finalmente cambiata.
E poi… Stephan… la francese, in gennaio di questo anno parlò anche lei di un tipo maturo che mi avrebbe aiutato economicamente senza chiedermi nulla in cambio. È mai possibile che si tratti di semplici coincidenze? Come può, Vanessa, leggendo i Tarocchi, sostenere che avrei vagato nella nebbia ancora per due mesi e che non sarebbe servito a niente andare in una comunità, che a me serve altro.
“Arriverà all’improvviso, quando meno te lo aspetti, un tipo separato con dei figli, un uomo completamente estraneo al tuo mondo”.
Ricordo quelle sue parole, e ricordo addirittura con quanta sicurezza disse che avrei lasciato questa vita da tossica per sempre, aggiungendo che mi sarei meravigliata di come una persona potesse darmi quanto necessario per farmi allontanare da quel mondo. Come crederle che possa avvenire una svolta così importante nella mia vita. Come credere alla sua previsione: “Raggiungerai alla fine la felicità più completa”.
Mah… chissà! Non posso cambiare ciò che è scritto, ma posso seguire il suo consiglio e lasciare anch’io un segno.


Salutai Vanessa con un forte abbraccio e scesi frettolosamente le scale. Era un pomeriggio di mezza estate, non avevo nessun programma e così decisi di fare una passeggiata lungo Viale XX Settembre.
Gli alberi secolari davano un po’ di refrigerio, osservavo le persone sedute ai tavoli, dappertutto un vociferare, ma in realtà non vedevo né sentivo nessuno.
I miei pensieri erano ancora rivolti a quello che la dolce Vanessa mi aveva detto leggendo i Tarocchi, e soprattutto all’uomo che sarebbe giunto a rischiarare l’aurora del mio nuovo giorno. Cercavo un nesso tra lo stile di vita che all’epoca conducevo e quello che mi aspettava. Sarebbe stato tutto stupendamente bello!
La mente rifiutava di credere, ma il mio animo sapeva che Vanessa non poteva sbagliare. E quelle parole risuonavano insistenti: “Ricordati, ti meraviglierai di fronte a ciò che vedrai, a tanta felicità…”.
Gli ambienti che frequentavo erano ghetti dove regnava sovrana la disperazione. Mete di disgraziati che da darmi non avevano niente; solo ora li vedo per come veramente sono: morti… spiritualmente morti.
I contatti con il mondo si erano interrotti, avevo perso l’entusiasmo per ogni piccolo evento, niente che potesse rallegrare l’esistenza. Non andavo al cinema da non so quanto, non ricordavo più il sapore di una pizza, la carezza dell’onda marina, il piacere di un viaggio, la lettura di un libro.
Tutto era stato riposto nel baule dei ricordi. Le mie giornate trascorrevano all’insegna dell’apatia. Erano sempre inesorabilmente uguali; ricordo che aspettavo l’arrivo della sera per andarmene a dormire, illudendomi di ritrovare nel sonno la pace.
L’estate era ormai agli sgoccioli, le giornate si stavano accorciando, cominciavo a vedere i primi tramonti autunnali e mi resi conto che presto sarei stata ancora più sola.
Quella mattina mi svegliai alle prime luci, era domenica, per soffocare la noia che, subdola, stava per avvolgermi, decisi di uscire. Arrivata in centro, iniziai l’affannosa ricerca di ciò che mille e mille volte ho “maledetto-benedetto”… un gioco perverso.
I bar, quel giorno osservavano il turno di riposo e l’ora non era fra le più indicate per incontrare chi, come me, stesse battendo gli stessi sentieri.
Di tempo ne avevo, entrai nel locale e arrivata al banco ordinai una birra. Guardavo distrattamente la piazza silenziosa attraverso la grande vetrata, non vedevo o forse non volevo vedere nessuno. Poi, scorsi la figura di Gilly che veniva verso di me. Eravamo come il riflesso dell’una sull’altra e in certe situazioni non servono molte parole, una rapida occhiata attorno e gli avvoltoi erano sopra di noi.
Uno sguardo complice, qualche sussurro, e compresi che avrei dovuto aspettare alcuni minuti in una macchina parcheggiata accanto al bar. Gilly mi rassicurò dicendo che alla guida avrei trovato l’uomo col quale abitava; un tipo che forse conoscevo, una persona che comprendeva il nostro drammatico modo di vivere anche se ne indicava un altro.
Mentre m’infilavo nella vettura, l’occhiata perplessa di lui mi mise in imbarazzo.
«Ciao! Sono Gabry, un’amica di Gilly, mi ha chiesto di dirti di aspettare.»
«Ciao, chiamami Giorgio.»
Percepii appena il suo nome in risposta, poi, rimanemmo in silenzio. Il tempo sembrava essersi fermato, mentre una sensazione davvero strana si insinuò in me… ma Gilly e tutto il resto… dov’erano? Era forse una conseguenza dovuta al fatto che mi trovavo con una persona così diversa da quelle che solitamente frequentavo? Forse le giustificazioni assurde, nel tentativo di nascondere l’autodistruzione, apparivano per ciò che erano? Un inutile tentativo di celare l’amara realtà ai nostri occhi. Mah!… Chissà quale era la causa.
“Finalmente! Eccola!” L’uomo al volante lanciò uno sguardo rapido allo specchietto, Gilly si avvicinava con passo veloce e un istante dopo, mentre si andava verso la periferia per comperare le “spade”, alla mia mente si riaffacciarono le stesse domande. La tensione saliva, me la raffiguravo come il mercurio di un termometro, pareva non finire mai. Gilly la conoscevo dai tempi delle magistrali… ma quel tipo… che rapporto poteva esserci tra noi due, quali contatti tra il nostro mondo e il suo?
Arrivati a una piazzola, mi invitò a scendere e a seguirlo. Davanti a noi c’era un piccolo cancello verde, al di là, circondata da un giardino trascurato, la sua casa. Entrammo, e su una sedia accanto alla finestra stava seduta una donna molto anziana. La mia presenza la distolse dai suoi pensieri e si girò.
«Buongiorno, sono Gabri un’amica di Gilly dal tempo delle magistrali.»
L’anziana donna mi guardò qualche istante senza parlare, poi improvvisamente si mise a piangere.
«Signora, cosa succede?» «Mi scusi… ma lei mi ricorda tanto la mia nipotina Eva, più la guardo più la vedo simile alla bambina.»
Rimasi colpita da tanta tristezza e preferii allontanarmi in silenzio. Andai in cucina e dalla borsa presi il necessario per facilitare il compito all’allegorico “serpente”, quello di inocularci il suo veleno. Assieme a Gilly rimasi a cullarmi tra le sue spire fino a tarda sera, poi lui mi riportò a casa e quella notte dormii pochissimo.
Il mattino seguente suonò il telefono, era Gilly, desiderava che le aggiustassi un paio di jeans.
«Pronto!.. Ah! Sei tu, dimmi, come va?»
«Bene direi, senti Gabry, hai mica la macchina da cucire? Dovrei rammendare dei pantaloni e, volendolo fare a mano, richiede troppo tempo.»
«Certo, mia madre è sarta, hai fatto bene a chiamare, ma non posso venire a ritirarli, quando sei di passaggio portali pure, ci penserà lei.»
E così, poco dopo, arrivò accompagnata da Giorgio. Li feci accomodare in soggiorno presentandoli a mia madre e, mentre preparavo un caffè, le nostre parole, cariche dei ricordi del tempo della scuola, ci resero una dolce nostalgia.
Poi, finito di riassettare, proposero di uscire assieme. Accettai con entusiasmo, sembravano una coppia molto affiatata. Per strada, Giorgio iniziò molto prudentemente a parlare di sé, a piccole dosi; disse che era separato e che aveva delle bambine meravigliose.
Doveva avere una visione della vita piuttosto pessimista, probabilmente a causa dei suoi problemi o ai torti che diceva di subire.
Quella sera, seduta sul letto accanto alla finestra, mi ritrovai a riflettere sull’incontro. Quanta tristezza in quell’uomo saggio e profondo, così distante dalle dissolutezze di questo mondo ingiusto.
Per la domenica successiva ci si era accordati per andare a cenare in un locale sulle rive inaugurato da poco. Mentre si preparavano per uscire e raggiungermi, Gilly, convinta da qualche birra a cambiare improvvisamente idea, decise di non venire e tentò in ogni modo di impedire anche a Giorgio di andarci.
Non ero a conoscenza dell’improvviso cambiamento di programma, pertanto li attendevo come convenuto in un bar lungo la strada che avrebbero dovuto percorrere. Erano in forte ritardo, pensai che non sarebbero venuti e, guardando l’ora, decisi che se non volevo tornarmene a piedi fino casa, era meglio avviarsi senza attendere oltre. Fatti pochi passi, una macchina si arrestò alle mie spalle, era Giorgio ed era da solo.
«Ciao! Scusami per il ritardo…» «Ciao!… Come mai senza la mia amica?»
«Stavo appunto per dirtelo, ha preferito rimanere a casa e ho pensato di farmi perdonare per la tua inutile attesa. Credo che almeno la seccatura di prendere due autobus, per ritornare a casa, sia tenuto a risparmiartela».
«Ti ringrazio, ma non era il caso, ci sono abituata sai.»
«Beh! Coraggio sali, così scordi che hai dovuto attendere più di mezz’ora.»
Era un tipo ostinato, difficile dirgli di no, così accettai. Durante la strada il nostro dialogo si infittì: scoprivamo di avere molte cose in comune e altrettante da confidarci. Quella sera non parlò delle urla isteriche di Gilly; non disse che il suo istinto di donna le permise di intuire cosa sarebbe potuto succedere e tenne per sé anche ciò che la mia amica, mal consigliata dall’alcool, aveva chiesto o piuttosto preteso.
Appresi in seguito che c’era stata una violenta scenata; “Riportami dal mio uomo, subito, voglio tornare a casa sua adesso” -aveva urlato lei- sentirsi intimare di ricondurla dalla persona con cui Gilly aveva vissuto per tanti anni, era stato per lui un gesto inaccettabile, come essere colpito alle spalle. Era comprensibile sentirsi tradito, poiché si trattava di un individuo col quale Giorgio aveva un pesantissimo conto in sospeso.
Il rumore del vento sull’auto, pareva quello di nere onde ostinate, continuavano a colpire per impedirci di avanzare. Mi aprivo con lui come fossi in una chiesa invece che all’interno d’una vettura. Non mi rendevo conto che per scrutare nel mio animo le parole erano superflue.
Eravamo nel frattempo giunti nei pressi di casa, ma avevo voglia di continuare quel dialogo, così accettai il suo invito a proseguirlo: «Era da troppo tempo che le parole non riuscivano a darmi alcuna tranquillità, tu sei riuscita a trovare quelle giuste, complimenti! Quando cerco qualche istante di pace prendo l’auto e mi allontano dalla città, mi infilo nel buio della statale e ascolto la musica, ma più spesso ciò che il vento sembra dirmi. Se vuoi possiamo andarci assieme, anche tu ogni tanto avrai bisogno di ritrovare te stessa.»
Ci pensai un attimo e la trovai una buona idea.
«Hai ragione, entrare in contatto con la nostra essenza può indicarci la via che dobbiamo seguire e quella che potremo consigliare.»
Sembrava certo che avessi accettato la sua proposta, poiché spinse immediatamente il piede sul gas e deviò in direzione della statale. Guidò per qualche tempo in silenzio. Poi, senza un evidente motivo, buttò giù una frase senza alcuna attinenza con ciò che avevamo iniziato a discutere: «Vedi, lasciarti in città è per me come dare la possibilità ad altri di infangarti, mentre saperti qui mi rende tranquillo, nessuno può raggiungerti e sporcarti.»
Che strano, avevo voluto scordare quel mondo che iniziava lentamente a divorarmi; gli argomenti che stavamo discutendo ne erano lontanissimi, eppure… mostrava di sapere a quali compromessi ci si doveva chinare in quel mondo spietato. A un tratto fu la rabbia, la disperazione, l’umiliazione e la vergogna a parlare: «Senti, per favore torniamo indietro, portami in città…»
«No! Non puoi chiedere questo, è come un colpo a tradimento, puoi fare a meno di crederci, ma alle volte bastano poche parole per ferire chi conosciamo appena o non abbiamo mai cercato.»
«Ascoltami, ti prego -scandì con cura ogni sillaba- voglio darti una mano, voglio aiutarti senza chiederti nulla in cambio, né ora né mai. Lasciati aiutare, ti chiedo solo questo, sto attraversando il periodo più tempestoso della mia vita e non conosco metodo migliore, per superarlo, che quello di occuparmi dei problemi delle altre persone.»
Terminò di parlare accostando la vettura, poi tolse dalla tasca il portafoglio, sfilò un biglietto da cinquanta e lo posò sul cruscotto.
«No! Non posso accettare questi soldi, non è giusto, non sei mio padre e nemmeno il mio compagno, non ho niente da darti in cambio.»
«Gabri, consideralo un investimento, oppure cerca di immaginarmi come un giocatore che stia puntando una somma con buone probabilità di vincere.»
Lo disse sorridendo, e il suo volto – notai – si rischiarò in modo particolare: dapprima furono i suoi occhi a illuminarsi, poi, le cupe ombre che sempre lo accompagnano si dissolsero e il sorriso le sostituì nel loro compito di celare il dolore che angoscia il suo animo.
Tesi la mano per prendere il denaro e in quell’attimo i nostri sguardi si incrociarono. Fu un istante, lui girò immediatamente la testa e nel farlo ebbi l’impressione che stesse compiendo uno sforzo immane.
In seguito, volle scusarsi per il termine usato.
«Sai, l’altro giorno ho parlato di investire su di te. Ho notato che non capivi il senso nascosto e vorrei giustificarmi per essermi espresso in quel modo.»
Non immaginavo cosa volesse dirmi, però intuivo di potermi fidare.
«No… non c’è bisogno che mi spieghi, tu non hai brutte intenzioni.»
Era buio, la strada in quel punto dissestata, e sembrava più attento alla guida che a quanto avevo appena detto. Rimase a lungo in silenzio.
Lo scrutai per capire cosa in realtà stesse seguendo; la via che aveva davanti o piuttosto il corso dei suoi pensieri.
A un certo punto riprese con tono appena udibile: «Gabry, fingi che io sia un armatore… e loro, gli altri, i miei vascelli; sono le barche che temono le tempeste e gli scogli e tu… tu sei il loro faro. Affinché tu possa esser vista da quelle più lontane, dovrò innalzarti; e ogni pietra, ogni sacrificio da parte mia è un investimento. Ciò renderà più certa la rotta permettendo loro l’attracco in un porto sicuro. Vedi dunque che la spesa e il tempo che impiegherò saranno ripagati, se eviterò di perdere anche uno solo di quei vascelli, e come sia giustificato il fatto che mi dedichi a te… a innalzarti.»
Era da tempo che nessuno se ne curava più; e credo sia vero quello che lui sostiene, quel faro era lì da sempre, però assistere impotenti alla sua decadenza anno dopo anno, giorno dopo giorno, faceva stringere il cuore.
Per tanti sarebbe stata un’impresa insensata quella di riportarlo ai suoi antichi splendori, alla funzione per la quale era stato creato… il sole, l’acqua salmastra e il vento lo avevano ridotto a una rovina. Esisteva qualcuno capace di prendersi cura di lui? Il sacrificio sarebbe servito? Ebbene, c’è qualcuno, e spetta a voi capire il perché di tanta dedizione. Spero che le poche righe su queste pagine a me destinate divengano i raggi luminosi che possono condurvi a quel porto sicuro. Quella dimensione dove ogni anima ritrova il perché del proprio viaggio.

Pagine: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10