Il Regno della Donna Cosmica

gargoile_trasparenteSono tornato per continuare assieme a te un tratto di strada, dammi la mano e non lasciarla, il tuo esile corpo sarà il mio scudo, la dolcezza del tuo animo la mia corazza, la saggezza del tuo spirito la mia spada. [Erieder]
Che tu mi venga in aiuto nei momenti d’ispirazione, allegria e tristezza… ma soprattutto quest’ultima invoco affinché il mio cuore sappia generare qualcosa di nobile e puro per porlo sotto questo cielo. [Gabry]

L’inverno questo anno pare più freddo, o forse è il gelo che aumenta nella mia anima. Sto attraversando un periodo non facile della mia vita; mi trovo a dover combattere ogni giorno per riuscire a sopravvivere. Ho perso tutto, il lavoro, gli amici, la dignità, sono sola, terribilmente sola e nei momenti più tristi penso al suicidio. Non vedo alternative a questo stato di vuota apatia, di dolorosa indifferenza, ma mi aggrappo ostinata ai rari momenti di beatitudine vissuti, a quegli attimi che soli riescono a far tornare l’amore per gli altri e non basta; perché le apparenze, il prestigio, la lotta per il potere, l’egoismo, dominano incontrastati? Che fare? Perché mi ritrovo a scrivere? Perché ne ho bisogno, solo così mi sembra di riuscire a liberarmi da tutto ciò. Sono successe parecchie cose in questi ultimi giorni e ancora una volta mi sono stupita di come io riesca a prevedere la realtà coi sogni. Rita mi ha rimproverato di essere troppo altruista e forse a modo suo ha ragione: è pericolosissimo esserlo in questo mondo.
Eppure l’uomo non è fatto per stare da solo, e forse non è giusto nemmeno sentirsi tanto male per questo, forse si tratta sempre e solo di un gioco che siamo destinati a non capire mai; se è così cosa dovrei fare? Aspettare di avere le visioni? Ascoltare quello strano tipo che si è offerto di aiutarmi? Accettare il suo patto? Già, e perché poi dovrebbe aiutarmi? Che si tratti dell’uomo di cui mi parlò Giuly durante la gita col SerT in Umbria? Mi lesse la mano per gioco, o almeno così si potrebbe pensare, e disse che verso i trentadue o trentatré anni avrei incontrato un tipo più maturo di me e che la mia vita sarebbe finalmente cambiata.
Pure Stephan… la francese, in gennaio di questo anno parlò anche lei di un tipo maturo che mi avrebbe aiutato economicamente senza chiedermi nulla in cambio. È mai possibile che si tratti di semplici coincidenze? Come può, Vanessa, leggendo i Tarocchi, sostenere che avrei vagato nella nebbia ancora per due mesi e che non sarebbe servito a niente andare in una comunità, che a me serve altro.
“Arriverà all’improvviso, quando meno te lo aspetti, un tipo separato con dei figli, un uomo completamente estraneo al tuo mondo”.
Ricordo quelle sue parole, e ricordo addirittura con quanta sicurezza disse che avrei lasciato questa vita da tossica per sempre, aggiungendo che mi sarei meravigliata di come una persona potesse darmi quanto necessario per farmi allontanare da quel mondo; ma come crederle che possa avvenire una svolta così importante nella mia vita? Come credere alla sua previsione: “Raggiungerai alla fine la felicità più completa”.
Mah… chissà! Non posso cambiare ciò che è scritto, ma posso seguire il suo consiglio e lasciare anch’io un segno.


Salutai Vanessa con un forte abbraccio e scesi frettolosamente le scale. Era un pomeriggio di mezza estate, non avevo nessun programma e così decisi di fare una passeggiata lungo Viale XX Settembre.
Gli alberi secolari davano un po’ di refrigerio, osservavo le persone sedute ai tavoli, dappertutto un vociferare, ma in realtà non vedevo né sentivo nessuno.
I miei pensieri erano ancora rivolti a quello che la dolce Vanessa mi aveva detto leggendo i Tarocchi, e soprattutto all’uomo che sarebbe giunto a rischiarare l’aurora del mio nuovo giorno. Cercavo un nesso tra lo stile di vita che all’epoca conducevo e quello che mi aspettava. Sarebbe stato tutto stupendamente bello!
La mente rifiutava di credere, ma il mio animo sapeva che Vanessa non poteva sbagliare. Quelle parole risuonavano insistenti: “Ricordati, ti meraviglierai di fronte a ciò che vedrai, a tanta felicità…”.
Gli ambienti che frequentavo erano ghetti dove regnava sovrana la disperazione. Mete di disgraziati che da darmi non avevano niente; solo ora li vedo per come veramente sono: morti… spiritualmente morti.
I contatti con il mondo si erano interrotti, avevo perso l’entusiasmo per ogni piccolo evento, niente che potesse rallegrare l’esistenza. Non andavo al cinema da non so quanto, non ricordavo più il sapore di una pizza, la carezza dell’onda marina, il piacere di un viaggio, la lettura di un libro.
Tutto era stato riposto nel baule dei ricordi. Le mie giornate trascorrevano all’insegna dell’apatia. Erano sempre inesorabilmente uguali; ricordo che aspettavo l’arrivo della sera per andarmene a dormire, illudendomi di ritrovare nel sonno la pace.
L’estate era ormai agli sgoccioli, le giornate si stavano accorciando, cominciavo a vedere i primi tramonti autunnali e mi resi conto che presto sarei stata ancora più sola.
Quella mattina mi svegliai alle prime luci, era domenica, per soffocare la noia che, subdola, stava per avvolgermi, decisi di uscire. Arrivata in centro, iniziai l’affannosa ricerca di ciò che mille e mille volte ho “maledetto-benedetto”… un gioco perverso.
I bar, quel giorno osservavano il turno di riposo e l’ora non era fra le più indicate per incontrare chi, come me, stesse battendo gli stessi sentieri.
Di tempo ne avevo, entrai nel locale e arrivata al banco ordinai una birra. Guardavo distrattamente la piazza silenziosa attraverso la grande vetrata, non vedevo o forse non volevo vedere nessuno. Poi, scorsi la figura di Gilly che veniva verso di me. Eravamo come il riflesso dell’una sull’altra e in certe situazioni non servono molte parole, una rapida occhiata attorno e gli avvoltoi erano sopra di noi.
Uno sguardo complice, qualche sussurro, e compresi che avrei dovuto aspettare alcuni minuti in una macchina parcheggiata accanto al bar. Gilly mi rassicurò dicendo che alla guida avrei trovato l’uomo col quale abitava; un tipo che forse conoscevo, una persona che comprendeva il nostro drammatico modo di vivere anche se ne indicava un altro.
Mentre m’infilavo nella vettura, l’occhiata perplessa di lui mi mise in imbarazzo.
«Ciao! Sono Gabry, un’amica di Gilly, mi ha chiesto di dirti di aspettare.»
«Ciao, chiamami Giorgio.»
Percepii appena il suo nome in risposta, poi, rimanemmo in silenzio. Il tempo sembrava essersi fermato, mentre una sensazione davvero strana si insinuò in me… ma Gilly e tutto il resto… dov’erano? Era forse una conseguenza dovuta al fatto che mi trovavo con una persona così diversa da quelle che solitamente frequentavo? Forse le giustificazioni assurde, nel tentativo di nascondere l’autodistruzione, apparivano per ciò che erano? Un inutile tentativo di celare l’amara realtà ai nostri occhi. Mah!… Chissà quale era la causa.
“Finalmente! Eccola!” L’uomo al volante lanciò uno sguardo rapido allo specchietto, Gilly si avvicinava con passo veloce e un istante dopo, mentre si andava verso la periferia per comperare le “spade”, alla mia mente si riaffacciarono le stesse domande. La tensione saliva, me la raffiguravo come il mercurio di un termometro, pareva non finire mai. Gilly la conoscevo dai tempi delle magistrali… ma quel tipo… che rapporto poteva esserci tra noi due, quali contatti tra il nostro mondo e il suo?
Arrivati a una piazzola, mi invitò a scendere e a seguirlo. Davanti a noi c’era un piccolo cancello verde, al di là, circondata da un giardino trascurato, la sua casa. Entrammo, e su una sedia accanto alla finestra stava seduta una donna molto anziana. La mia presenza la distolse dai suoi pensieri e si girò.
«Buongiorno, sono Gabri un’amica di Gilly dal tempo delle magistrali.»
L’anziana donna mi guardò qualche istante senza parlare, poi improvvisamente si mise a piangere.
«Signora, cosa succede?» «Mi scusi… ma lei mi ricorda tanto la mia nipotina Eva, più la guardo più la vedo simile alla bambina.»
Rimasi colpita da tanta tristezza e preferii allontanarmi in silenzio. Andai in cucina e dalla borsa presi il necessario per facilitare il compito all’allegorico “serpente”, quello di inocularci il suo veleno. Assieme a Gilly rimasi a cullarmi tra le sue spire fino a tarda sera, poi lui mi riportò a casa e quella notte dormii pochissimo.
Il mattino seguente suonò il telefono, era Gilly, desiderava che le aggiustassi un paio di jeans.
«Pronto!.. Ah! Sei tu, dimmi, come va?».
«Bene direi, senti Gabry, hai mica la macchina da cucire? Dovrei rammendare dei pantaloni e, volendolo fare a mano, richiede troppo tempo».
«Certo, mia madre è sarta, hai fatto bene a chiamare, ma non posso venire a ritirarli, quando sei di passaggio portali pure, ci penserà lei».
E così, poco dopo, arrivò accompagnata da Giorgio. Li feci accomodare in soggiorno presentandoli a mia madre e, mentre preparavo un caffè, le nostre parole, cariche dei ricordi del tempo della scuola, ci resero una dolce nostalgia.
Poi, finito di riassettare, proposero di uscire assieme. Accettai con entusiasmo, sembravano una coppia molto affiatata. Per strada, Giorgio iniziò molto prudentemente a parlare di sé, a piccole dosi; disse che era separato e che aveva delle bambine meravigliose.
Doveva avere una visione della vita piuttosto pessimista, probabilmente a causa dei suoi problemi o ai torti che diceva di subire.
Quella sera, seduta sul letto accanto alla finestra, mi ritrovai a riflettere sul tipo appena conosciuto. Quanta tristezza in quell’uomo saggio e profondo, così distante dalle dissolutezze di questo mondo ingiusto.
Per la domenica successiva ci si era accordati per andare a cenare in un locale sulle rive inaugurato da poco; mentre si preparavano per uscire e raggiungermi, Gilly, convinta da qualche birra a cambiare improvvisamente idea, decise di non venire e tentò in ogni modo di impedire anche a Giorgio di andarci.
Non ero a conoscenza dell’improvviso cambiamento di programma, pertanto li attendevo come convenuto in un bar lungo la strada che avrebbero dovuto percorrere. Erano in forte ritardo, pensai che non sarebbero venuti e, guardando l’ora, decisi che se non volevo tornarmene a piedi fino casa, era meglio avviarsi senza attendere oltre. Fatti pochi passi, una macchina si arrestò alle mie spalle, era Giorgio ed era da solo.
«Ciao! Scusami per il ritardo…» «Ciao!… Come mai senza la mia amica?».
«Stavo appunto per dirtelo, ha preferito rimanere a casa e ho pensato di farmi perdonare per la tua inutile attesa. Credo che almeno la seccatura di prendere due autobus, per ritornare a casa, sia tenuto a risparmiartela».
«Ti ringrazio, ma non era il caso, ci sono abituata sai».
«Beh! Coraggio sali, così scordi che hai dovuto attendere tutto questo tempo».
Era un tipo ostinato, difficile dirgli di no, così accettai. Durante la strada il nostro dialogo si infittì: scoprivamo di avere molte cose in comune e altrettante da confidarci. Quella sera non parlò delle urla isteriche di Gilly; non disse che il suo istinto di donna le permise di intuire cosa sarebbe potuto succedere e tenne per sé anche ciò che la mia amica, mal consigliata da l’alcol, aveva chiesto o piuttosto preteso.
Appresi in seguito che c’era stata una violenta scenata; «Riportami dal mio uomo, subito, voglio tornare a casa sua adesso». aveva urlato lei. Sentirsi intimare di ricondurla dalla persona con cui Gilly aveva vissuto per tanti anni, era stato per lui un gesto inaccettabile, come essere colpito alle spalle. Era comprensibile sentirsi tradito, poiché si trattava di un individuo col quale Giorgio aveva un pesantissimo conto in sospeso.
Il rumore del vento sul fronte dell’auto, pareva quello di nere onde ostinate che continuavano a colpire per impedirci di avanzare. Mi aprivo con lui come fossi in una chiesa invece che dentro una vettura. Non mi rendevo conto che per scrutare nel mio animo le parole erano superflue.
Eravamo nel frattempo giunti nei pressi di casa, ma avevo voglia di continuare quel dialogo, così accettai il suo invito a proseguirlo: «Era da troppo tempo che le parole non riuscivano a darmi alcuna tranquillità, tu sei riuscita a trovare quelle giuste, complimenti! Quando cerco qualche istante di pace prendo l’auto e mi allontano dalla città, mi infilo nel buio della statale e ascolto la musica, ma più spesso ciò che il vento sembra dirmi; se vuoi possiamo andarci assieme, anche tu ogni tanto avrai bisogno di ritrovare te stessa».
Ci pensai un attimo e la trovai una buona idea.
«Hai ragione, entrare in contatto con la nostra essenza può indicarci la via che dobbiamo seguire e quella che potremo consigliare».
Sembrava certo che avessi accettato la sua proposta, poiché spinse immediatamente il piede sul gas e deviò in direzione della statale. Guidò per qualche tempo in silenzio. Poi, senza un evidente motivo, buttò giù una frase senza alcuna attinenza con ciò che avevamo iniziato a discutere: «Vedi, lasciarti in città è per me come dare la possibilità ad altri di infangarti, mentre saperti qui mi rende tranquillo, nessuno può raggiungerti e sporcarti».
Che strano, avevo voluto scordare quel mondo che iniziava lentamente a divorarmi; gli argomenti che stavamo discutendo ne erano lontanissimi, eppure… mostrava di sapere a quali compromessi ci si doveva chinare in quel mondo spietato. A un tratto fu la rabbia, la disperazione, l’umiliazione e la vergogna a parlare: «Senti, per favore torniamo indietro, portami in città…»
«No! Non puoi chiedere questo, è come un colpo a tradimento, puoi fare a meno di crederci, ma alle volte bastano poche parole per ferire chi conosciamo appena o non abbiamo mai cercato».
«Ascoltami, ti prego,» scandì con cura ogni sillaba «voglio darti una mano, voglio aiutarti senza chiederti nulla in cambio, né ora né mai. Lasciati aiutare, ti chiedo solo questo, sto attraversando il periodo più tempestoso della mia vita e non conosco metodo migliore, per superarlo, che quello di occuparmi dei problemi delle altre persone».
Terminò di parlare accostando la vettura, poi tolse dalla tasca il portafoglio, sfilò un biglietto da cinquanta e lo posò sul cruscotto.
«No! Non posso accettare questi soldi, non è giusto, non sei mio padre e nemmeno il mio compagno, non ho niente da darti in cambio».
«Gabri, consideralo un investimento, oppure cerca di immaginarmi come un giocatore che stia puntando una somma con buone probabilità di vincere».
Lo disse sorridendo, e il suo volto, notai, si rischiarò in modo particolare: dapprima furono i suoi occhi a illuminarsi, poi, le cupe ombre che sempre lo accompagnano si dissolsero e il sorriso le sostituì nel loro compito di celare il dolore che angoscia il suo animo.
Tesi la mano per prendere il denaro e in quel attimo i nostri sguardi si incrociarono. Fu un istante, lui girò immediatamente la testa e nel farlo ebbi l’impressione che stesse compiendo uno sforzo immane.
In seguito, volle scusarsi per il termine usato.
«Sai, l’altro giorno ho parlato di investire su di te. Ho notato che non capivi il senso nascosto e vorrei giustificarmi per essermi espresso in quel modo».
Non immaginavo cosa volesse dirmi, però intuivo di potermi fidare.
«No… non c’è bisogno che mi spieghi, tu non hai brutte intenzioni».
Era buio, la strada in quel punto dissestata, e sembrava più attento alla guida che a quanto avevo appena detto. Rimase a lungo in silenzio.
Lo scrutai per capire cosa in realtà stesse seguendo; la via che aveva davanti o piuttosto il corso dei suoi pensieri.
A un certo punto riprese con tono appena udibile: «Gabry, fingi che io sia un armatore… e loro, gli altri, i miei vascelli; sono le barche che temono le tempeste e gli scogli e tu… tu sei il loro faro. Affinché tu possa esser vista da quelle più lontane, dovrò innalzarti; e ogni pietra, ogni sacrificio da parte mia è un investimento. Ciò renderà più certa la rotta permettendo loro l’attracco in un porto sicuro. Vedi dunque che la spesa e il tempo che impiegherò saranno ripagati, se eviterò di perdere anche uno solo di quei vascelli, e come sia giustificato il fatto che mi dedichi a te… a innalzarti».
Era da tempo che nessuno se ne curava più; e credo sia vero quello che lui sostiene, quel faro era lì da sempre, però assistere impotenti alla sua decadenza anno dopo anno, giorno dopo giorno, faceva stringere il cuore.
Per tanti sarebbe stata un’impresa insensata quella di riportarlo ai suoi antichi splendori, alla funzione per la quale era stato creato… il sole, l’acqua salmastra e il vento lo avevano ridotto a una rovina. Esisteva qualcuno capace di prendersi cura di lui? Il sacrificio sarebbe servito? Ebbene, c’è qualcuno, e spetta a voi capire il perché di tanta dedizione. Spero che le poche righe su queste pagine a me destinate divengano i raggi luminosi che possono condurvi a quel porto sicuro. Quella dimensione dove ogni anima ritrova il perché del proprio viaggio.


Quel mattino stavo preparandomi per uscire, Giorgio sarebbe arrivato a momenti. Al suono insistente del clacson mi affacciai alla finestra.
«Un attimo e sono pronta, mi bastano cinque minuti».
Abbassò il finestrino ed è a quel punto che notai sul suo volto una intensa espressione di meraviglia, uno stupore immotivato. Lo invitai a salire e, appena entrato, mi spiegò la ragione del suo profondo turbamento. Eva era ritornata prepotentemente a galla. Senza ragione apparente avevo risvegliato in lui il ricordo della figlia più piccola.
«Quando ti ho vista alla finestra non riuscivo a darmi una spiegazione, non capivo come diavolo potesse trovarsi Eva a casa tua. È stato difficile gestire tutte le emozioni che mi si sono rovesciate addosso, e ho avuto bisogno di alcuni attimi incredibilmente lunghi per rendermi conto che in realtà eri tu».
Non dissi nulla, preferii non disturbare i suoi ricordi.
Eravamo giunti vicino al confine alle spalle della città e non aveva ancora pronunciato nemmeno una parola. Cominciavo a temere che fosse accaduto qualcosa di spiacevole.
«Sei stranamente silenzioso oggi, è successo qualcosa vero? Ti va di parlarne? Dove stiamo andando?»
La sua evidente apprensione lo costrinse a rispondere.
«Sai, sono molti mesi che non vedo Eva e questo mi rattrista, ma non è una ragione per la quale tu debba farti dei problemi. Ne hai già troppi per conto tuo… e per questo…» lo guardò con intensità e, dopo una breve pausa, continuò. «voglio farti passare una giornata diversa, spero che nella tua mente rimanga il ricordo di un momento particolare, un attimo rubato a un mondo magico. Sento il desiderio di andare a Monrupino, quando ci sono stato con Laura abbiamo vissuto dei momenti di sogno e da allora non ci sono più tornato».
Sapevo di Laura e non era il caso di turbarlo di più. Posai la testa sulla sua spalla e rimasi in silenzio fino alla vista del colle su cui sorge la piccola chiesa.
«Questo posto lo conosco, molti anni fa ci venivo a piedi con degli amici, erano tempi spensierati allora, magari tornassero.»
«Spero tu possa ritrovare l’entusiasmo di quando eri una bambina.»
Fermò la macchina al lato del massiccio portone e, finalmente, si mostrò meno cupo. Mi prese per mano e iniziò a raccontare di Laura.
«Non ti ho parlato di quando sono venuto quassù assieme alla ragazza che è morta, e non ti ho nemmeno detto che lei, senza esserci mai stata, sapeva dell’esistenza del mio nome inciso accanto a quella panchina.»
Fece un rapido cenno con il capo e indicò il punto mentre andavamo verso il muraglione. Da lì si poteva scorgere uno splendido panorama. Eravamo seduti accanto, alle nostre spalle la vallata e le montagne sullo sfondo, alla mia destra la chiesa, attorno a noi un silenzio innaturale. Credevo, speravo, forse temevo, che le sue parole potessero creare quella magia di cui talvolta sentivo intensamente la necessità.
«A pensarci è assurdo, sono venuta diverse volte a piedi, fino davanti a questa chiesa, senza mai entrarci. Mi sembra impossibile non averlo fatto… non aver sentito questa attrazione magnetica.»
Improvvisamente ero stata attratta da quella costruzione secolare e, senza chiedermi il motivo di tanta curiosità, andai lentamente verso di essa. Entrando i miei passi si fecero felpati, non dovevo infrangere il silenzio che mi avvolgeva, pareva volesse proteggermi. Girai lo sguardo attorno e la mia attenzione si posò su alcune pubblicazioni poste alla mia destra su di un tavolo accanto al muro. Mi accostai per vedere meglio e rimasi immobile. L’attimo dopo una mano scivolò su di me.
«C’è niente che possa interessarti? Cosa guardi?»
La mano sulla mia spalla si irrigidì e lui pronunciò un nome: «Eva!… È Eva!… Guarda, la vedi, questa è la mia bambina, la più piccola. È tanto che non la vedo, già, tu non la conosci, e nemmeno puoi sapere cosa un padre provi quando gli viene tolto ciò che ha di più caro.
Mi meravigliai per tanta eccitazione e da quella curiosa circostanza. A quel punto guardai la bambina che mi veniva indicata. Era raffigurata al centro sulla copertina dell’opuscolo, stava seduta tra l’erba di un prato con un flauto fra le mani e, attorno a lei, c’erano degli alberi.
«Cosa stai dicendo? Questa è Eva? Dai… come è possibile? Ma stai scherzando? Come puoi esserne certo?»
«Gabry, questa è mia figlia e io sono suo padre. È la verità, come è vero che prima, mentre venivamo a Monrupino, ho detto di credere che nella tua mente rimanga il ricordo di questo pomeriggio magico.»
Quel ricordo è indelebile, sedici anni dopo la madre di Eva escluse, ma non totalmente, potesse trattarsi di lei, in quei giorni però, una semplice illusione creata dal caso bastò a sostenere il suo animo affranto quando stava per crollare.


Era da tanto tempo che non andavo oltre confine, da quel giorno tragico che non potrò mai scordare. Oggi, lui ha pensato di portarmi a Isola, quando gli raccontavo la disperazione di quei momenti terribili, capiva che mi sentivo attratta da quel posto, che doveva esserci ancora qualcosa di mio.
Arrivammo che il cielo si stava scurendo e il freddo ci spinse in uno squallido bar dove ordinammo un caffè. Davanti ai miei occhi, unica nota carina, un quadro raffigurante la cittadina di Isola. I ricordi tornavano finalmente più nitidi e rivivevo quella sera maledetta, quando lui, bello come il sole, se ne andò.
Successe tutto in un attimo, non so da quanto la morte ci osservava e non capisco perché abbia scelto lui e non me.
Mai, potrò scordare quel risveglio atroce; sentirmi soffocare da sconosciuti col maldestro proposito di rianimarmi, mentre ero certa che lui se ne era andato via per sempre.
Mi alzavo piano, ero in piedi, frastornata ma follemente lucida e lo vedevo disteso; mi feci spazio per essergli vicina.
Sirene minacciose dappertutto, polizia, ambulanze, mio Dio… non poteva essere vero… mi aggrappai a lui, non volevo più staccarmi; ricordo che gli parlavo e il suo volto emanava una pace, una serenità nella quale cercavo di farmi avvolgere per essere annullata.
Poi, uno strattone mi sciolse da lui, panico, confusione, lingue sconosciute, mi presero per i capelli e mi trascinarono nel buio del cellulare. Era quello l’Inferno?… Era quella la mia condanna?… Non poter vedere mai più il mio angelo?
Il tempo è passato scorrendo come l’acqua del fiume, talvolta con calma imperturbabile altre con furia devastante. Sono ancora viva, il tempo, dicono, aiuta anche a guarire, ma la mia mente si ostina a credere che niente e nessuno riuscirà a darmi quella pace che, per un istante, ho visto sul suo volto.


Lentamente ripresi il controllo della realtà, di quella realtà che non riuscivo a immaginare migliore, allungai la mano per stringere la sua e iniziai a piangere in silenzio. Lui mi riportò alla macchina e, sulla strada del ritorno, qualcosa simile a una tremenda angoscia, ma di una intensità indicibile, improvvisamente mi assalì.
Aggrappata a lui, ripresi a piangere mentre un tremore mi scuoteva violentemente. Poi, quasi stessi confessando una colpa, chinai la testa e sussurrai: «Mi sto perdendo, ma quello che mi addolora di più è che sia tu a perdermi, è una sofferenza atroce ma non riesco a oppormi, non c’è forza in tutto l’universo che riesca a farlo».
«Non dirlo, sono parole terribili, spaventose, e solo la Verità può esserlo a tal punto».
Ritirai le mani gelide, l’uomo sembrava esser divenuto improvvisamente di ghiaccio.


Oggi è venuto a casa che ero ancora a letto, è stata mia sorella ad aprirgli; lui si è seduto in soggiorno e ha lasciato che continuassi a dormire, poi è entrato in camera e la sua carezza mi ha fatto aprire gli occhi.
«Ciao passerotto, buongiorno»
«Ciao! Che ore sono? Fa freddo? C’è del caffè? Ma che sogno strano e lugubre… siedi! Voglio raccontartelo. Ricordo che ero sul punto di acquistare un appartamento dalle parti di San Vito, si trattava di una bella casa, spaziosa e arredata con gusto, ma tutto, tutto, anche l’intero quartiere, mi dava un grande senso di solitudine. Non c’era segno di vita e ogni cosa su cui posavo lo sguardo mi appariva incolore come nei film di una volta».
Non sembra interessato, guarda al di là della finestra e infila la mano in una tasca.
«Sono quasi le dieci. Ti ho portato un foglio con delle annotazioni, si tratta di alcuni particolari dal significato ermetico che vorrei inserire nel capitolo che sto realizzando. Ho voluto scrivere personalmente questi ultimi particolari, voglio che tu li legga perché possa farti una domanda. Mi auguro ti cambi la vita portandoti la fortuna di acquistare la casa che hai sognato.»
Tace mentre mi porge il foglio, si tratta di poche righe, sono inserite proprio alla fine dell’episodio drammatico accaduto a Isola. Non penso più al mio sogno opprimente, accendo la radio e subito le note di -Un diavolo in me- mi strappano un sorriso. Poi mi metto seduta e leggo:
“La mia mente si ostina a credere che niente e nessuno riuscirà a darmi quella pace che, per un istante, ho visto sul tuo volto. Non penso di meritare questa sofferenza però l’accetto, si dice che le lacrime siano preziose perché fanno crescere la speranza in noi e in chi abbiamo vicino. Ciò che mi turba è l’essere immersi in questa ingiustizia e vedere attorno la sofferenza di tanti innocenti. È mai possibile che sia questo il prezzo che tutti devono pagare per raggiungere l’amore? Che si debba tutti divenire l’agnello sacrificale? Quando lui si è offerto di aiutarmi ha promesso che non avrebbe chiesto nulla in cambio per sé, e così è stato. Ora mi chiede di lasciarlo libero d’agire. Sarà la speranza che mi farà rispondere di sì? Solo Dio sa quanto vorrei credere che lui riesca dove tutti hanno fallito, che possa rendere questa terra un Eden, ma non ci riesco, e anche su questo ha ragione. Lui dice che per credergli bisogna amarlo, e io… non lo amo!”
Ho finito di leggere e le ultime righe sono quelle che mi lasciano impietrita. Lui sta camminando su e giù per la camera, sembra nervoso, poi si avvicina alle mie spalle e inizia a parlare:
Sono stato accusato di essermi procurato delle armi perché prevedevo un pericolo per la mia famiglia e la mia casa. Ho dato prova di saper predire gli eventi anche in molte altre occasioni e, in queste pagine, è stato inserito un dato che renderà gli uomini particolarmente attenti ai segni dei tempi. Ho scritto che dal centro del mio essere, a partire dal 1997, si sprigioneranno degli eventi sincronici finali che apriranno le porte alla “Nuova Era”. È certo che questo accadrà, per quanto il sincronismo celato in alcune situazioni possa esser percepito solo da chi possiede un alto grado di consapevolezza, la sincronicità di innumerevoli altre, sarà man mano evidente agli occhi di tutti.
Per dare un’idea della natura di queste ultime, ho riportato nel libro le circostanze in cui è avvenuta la casuale eruzione del Tamboro. Devo aggiungere, che non è necessaria la presenza della mia forma perché ciò accada; già nella Bibbia si fa cenno alla capacità di plasmare la materia con mezzi immateriali: “Dopo che fu crocifisso vi fu un gran terremoto”.
E non è indispensabile che i valori di cui mi sento alfiere siano universalmente riconosciuti; è sufficiente agire per creare, in un modo che a pochi appare chiaro, quegli eventi più o meno apocalittici, riguardo ai quali molto si è scritto nel corso dei secoli.
In futuro si vedranno le tante analogie tra l’epoca attuale e quella in cui un uomo straordinario o meglio, una semplice Forma permeata dallo Spirito, lasciò la sua impronta indelebile nella lontana Palestina. Si capirà che l’intuizione permette di non commettere errori quando, ciclicamente, si ripresentano le stesse circostanze, situazioni particolari che possono essere di ordine religioso, politico, scientifico o addirittura assumere, come nel nostro caso, un aspetto trascendente.
Secondo quanto è stato tramandato, anche a quel tempo furono pochi coloro che realizzarono di trovarsi al cospetto dell’Uomo-Dio o, più precisamente, davanti alla possibilità concreta di trascendere questa realtà per penetrare consapevolmente in una dimensione che, sarebbe improprio e riduttivo definire diversa. Va detto che non è cambiata in duemila anni nemmeno la tecnica nota come “ad hominem”. È un metodo, ben collaudato, per perpetuare il Sistema; esso viene usato, in caso di pericolo, dal nucleo centrale deputato a rappresentarlo. Questo gruppo, che gode dei privilegi previsti per chi appunto rappresenta quella Entità astratta, quando viene diffusa una verità che non piace, o procura dei fastidi, o dà ordine di attaccare il messaggero invece del messaggio. Sono arcinote le accuse di bestemmia e altro, rivolte a un uomo che portava una buona novella, un pensiero più elevato. Un giorno non lontano, saranno riconosciute altrettanto pretestuose quelle usate oggi per tentare di distruggermi”.
Sembra conoscere a memoria gli altri appunti scritti sul foglio che tiene tra le mani, poiché si avvicina alla finestra e continua a parlare guardando il mare oltre la città.
“Quando si sarà diffusa una maggior consapevolezza, diverranno evidenti le ragioni per cui si è voluto gettare il discredito sul messaggero. Allora apparirà chiaro come questo messaggio, che stando alle parole di Aivanhov assurgerà a Terzo Testamento, sia volto a cancellare i privilegi materiali e favorire la diffusione delle qualità spirituali. Queste ultime comportano, a differenza dei primi, il desiderio di condividerle. Altra, e non meno importante finalità del messaggio, è quella di sostenere e catalizzare coloro che sceglieranno di opporsi a coloro che attentano alle nostre “case”.
Al termine del percorso iniziatico, prenderò l’arma in pugno per combattere l’ultima battaglia. Poi, provvederò ad aprire la Porta di questa Era nel modo annunciato dai veggenti, rispettando la regola del gioco che ho scelto, una norma scritta da tempo immemorabile: “Egli chiederà che il suo braccio venga lasciato libero di colpire a difesa dei puri di cuore”.
A chi se non a te, che mi porti il ricordo dei miei figli, della mia sposa, di mia madre e talvolta me stesso, posso chiedere di lasciare che la mia mano cali su chi ha distrutto la mia famiglia. L’intenzione di colpire, chi ha tramato contro il mio nucleo, oggi sembra solo desiderio di vendetta; ma domani, il modo con cui colpirò, farà comprendere la facilità con la quale si sono create le situazioni che hanno portato al Cambiamento che tanti auspicano”.
Ero rimasta in silenzio e, per un istante, vidi passare davanti le immagini di tanti eroi, si offrivano con aria di sfida alla morte, il loro scopo era quello di affermare l’esistenza d’un sentimento eternamente incoercibile. Poi, con la sensazione di avere una sola possibilità, risposi alla sua drammatica domanda: «Come posso fermarti? Non credo sia giusto, se hai deciso di passare allo scontro non posso impedirlo, è tuo diritto scegliere liberamente; ma non sai quanto mi costi risponderti di sì, soprattutto se penso a quante possibilità hai di vincere chi ti ha già lasciato tante ferite».
Forse è la delusione per la conferma implicita di non amarlo, oppure sente di aver raggiunto un genere di libertà che io non posso ancora concepire, poiché non risponde, si china a raccogliere la maglia dal pavimento e, sollecitandomi a indossarla, sussurra con un sorriso che sembra forzato: «Non c’è altro punto dove colpirmi, e quello che non uccide tempra».


Dunque era finalmente sua la vendetta, e la vendetta di un Dio necessitava di un’arma divina, un’arma come quella che gli fu promessa uscendo dalla Gran Galleria: “L’unica tua Arma sarà la Sapienza Somma”.
La stessa sapienza, la userà per dissolvere le tenebre dell’ignoranza, in modo che si possa scorgere la breccia che i suoi colpi aprono nel muro d’indifferenza. Colpi invisibili ma efficaci, poiché, dopo aver lasciato che quelle misteriose pagine bianche venissero riempite, per caso, con incredibile tempismo, anche la sua sposa diede il permesso di agire in difesa dei più piccoli: i soli puri di cuore.
La medesima sapienza, giungendo negli animi grazie alla rivelazione racchiusa in questo libro, farà scoprire che al di là di quel muro d’indifferenza, in verità non ci sono nemici. Si avrà così coscienza di come e perché gli esseri con il ruolo di nemico, indispensabile per una perfetta rappresentazione del Lyla, vengano annientati. I motivi sono innumerevoli, ma a noi bastano le parole di un’umile religiosa: “E i sopravvissuti, spaventati dalla punizione degli altri, riconoscendovi il dito di Dio, vivranno un’era di pace”.


Oggi è passato a prendermi, credo abbia deciso di scrivere qualcosa di speciale, poiché sembra ansioso di inserire nel capitolo delle strane coincidenze, alcuni fatti che avrebbero potuto essere l’inizio di una storia irripetibile. È strano, ripensandoci, aveva previsto che il caso gli avrebbe imposto di rinunciare al nostro rapporto. Tempo fa mi confidò che non gli sarebbe stato possibile accettare nemmeno una briciola d’amore, e così è stato. In quella occasione, parlò di cose che secondo lui sarebbero dovute accadere e precisò che non si trattava di una sua iniziativa, stava solo riferendo ciò che gli viene costantemente suggerito da quel qualcosa che lui chiama suo Padre o anche Spirito. Sostiene che potrà servirci a raggiungere la Meta.
Credo si tratti della stessa Meta che alcuni giorni fa ho scorto; una visione che mi ha mandato in estasi. Vorrei sapere come ha potuto intuire, con un mese d’anticipo, che avrei vissuto quella esperienza estatica così intensa. È possibile che mi abbia scelta per rappresentare quel faro destinato a guidarvi in acque limpide e sicure? Là dove la meraviglia si fonde a l’estasi sublime ed eterna? Lui aveva detto anche questo! Mi ha confidato che molti gli rimproverano di aver inserito una come me nel suo racconto. È normale che nessuno ci pensi? Eppure è straordinariamente semplice: può aver ridato splendore a quel Faro appunto perché indichi la direzione da evitare, affinché non ci si areni su bassi fondali o si diriga la prua contro insidiose scogliere; se il motivo è questo, sono consapevole di aver operato a tal fine, e ciò mi rende orgogliosa.


Sono trascorsi degli anni dalla pubblicazione di -Erieder- e diverse persone hanno chiesto di sapere come finisce il suo racconto. Prima di ultimare le pagine bianche, lasciate a disposizione di chi doveva giungere per ispirarle, va detto che esse suggellano la fine di una lunga guerra. Una battaglia, contro ogni possibile concezione di Stato, cominciata quasi trenta anni prima. Quei fogli, rappresentano pure altri importanti indizi per comprendere l’affermazione di Einstein: “Il caso… è Dio che passeggia in incognito”. Se pensate che valga la pena notarlo quando Lui vi passerà accanto, non dovete far altro che continuare la lettura.


Poche persone assistevano in quella aula cupa. Alcune con lo sguardo truce, altre, con totale indifferenza. In quel Tribunale si stava giustiziando un uomo privandolo della possibilità, stabilita dalla natura, di educare i suoi figli, ed era più terribile che essere decapitato. Non poter avanzare con le proprie bambine, seguendo le impronte indelebili lasciate dagli Illuminati, era la morte a tutti gli effetti; ma se questo era scritto, lui non si sarebbe opposto. Non era stato detto che chi avesse amato la propria vita l’avrebbe persa? La farsa continuò:
Presidente: «Lei dovrebbe raccontarci cosa succedeva quando vostro padre abitava con voi, vorremmo capire l’atmosfera.»
R: «Quando eravamo a tavola per il pranzo, se una di noi rovesciava l’acqua o l’aranciata, lui… mio padre… ci sgridava».
Presidente: «Ogni giorno?»
R: «Si!»
Presidente: «Non occorre altro, grazie! Può andare.» Ora l’Accusa poteva concludere la farsa:
P.M. «Dobbiamo credere senza il minimo dubbio, quanto ci ha riferito la figlia maggiore… quella sofferente d’asma, lei, verso i cinque anni, a causa del suo male, vomitò durante il pranzo; lui, l’imputato, le fece mangiare il suo vomito. Anche alla dichiarazione dell’ultima teste escussa in questa aula (una testimone di Geova) possiamo credere ciecamente. Non sa dirci quale delle tre bambine le raccontò che il padre le costringeva a salire e scendere le scale in ginocchio sopra i fagioli, ma questa sua omissione non incrina il nostro convincimento di trovarci davanti a una personalità diabolica».
Il pubblico ministero si sbizzarrì a lungo, sembrava crederci. Alla fine si ritirò soddisfatto nel suo angolo, grazie ai colpi sleali che aveva sferrato, era certo di vincere l’incontro.
Adesso poteva riprendere il difensore: «Il mio assistito ha un aspetto trasandato e sembra, lo riconosco, una persona violenta, sia per il suo insolito comportamento, sia per come si presenta; ma non dobbiamo dimenticare che vive in mezzo a una strada, e il suo atteggiamento, almeno per me che ho avuto modo di conoscerlo in precedenza, non è altro che un grido di dolore e di intolleranza verso tutte le ingiustizie che ha dovuto subire. So che di questo il giudicante non vorrà prendere atto, ciò nonostante sento il dovere di dirlo; in questa aula, oltre a una infinità di accuse irrilevanti sul piano giuridico, abbiamo anche sentito due deposizioni che, se fossero vere, nessuno dubiterebbe di trovarsi davanti a un mostro. Nella ultima udienza, due testi hanno detto e ripetuto che sono stati usati dei mezzi di correzione particolarmente cruenti; ma a parere della difesa va ricordato che anche essi hanno denunciato questa persona, una di loro per le gravi lesioni riportate in seguito a un diverbio. Non intendo mettere in dubbio l’imparzialità delle loro dichiarazioni, non vedo la necessità, soprattutto dopo aver ascoltato la seconda figlia, grazie a lei avrete raggiunto la certezza che la verità è sicuramente un’altra… infatti, tutti noi, se avessimo ricevuto un trattamento violento, a una specifica richiesta, come quella posta dal giudicante, d’istinto parleremmo di ciò che più ci ha ferito, del ricordo più doloroso, non certamente di inezie come quella appena sentita in questa aula.
L’avvocato fece una breve pausa.
Il Pubblico Ministero, a seguito delle dichiarazioni della controparte, ha dipinto il comportamento del mio assistito in modo che ai nostri occhi appaia un quadro grottesco dalle fosche tinte. Nella sua irreale raffigurazione degli eventi, vediamo l’imputato imporre con caparbietà il suo volere a tutta la famiglia. Ogni suo gesto e, secondo l’Accusa, ogni sua parola, erano finalizzati al suo esclusivo interesse, senza alcuna considerazione per i desideri e le aspirazioni della moglie né quelli delle figlie. Sappiamo che questo è quello che la signora ha voluto farci credere, non possiamo sapere se di questo lei sia effettivamente convinta.
Però se così fosse, senza fargliene una colpa, diremmo che ciò è probabilmente dovuto alla depressione ma, più probabile ancora, debba trattarsi di una sindrome che colpisce i familiari degli invalidi gravi, un maglio che si abbatte sulle famiglie più spesso di quanto si creda.
Parlo di una sindrome, ben nota agli psichiatri, che spiegherebbe la ragione della sua distorta interpretazione della realtà. A nostro giudizio, l’interruttore di questa distorsione, possiamo senza dubbio trovarlo nella sua insofferenza per il ruolo autoritario del marito. Ecco finalmente apparire, sotto la sua giusta luce, il tentativo di liberarsene accusandolo di detenere un Kalashnikov per proteggere lei e le figlie da un ipotetico pericolo. Un reato per cui il mio cliente è già stato sottoposto a giudizio e riconosciuto innocente. È ragionevole sostenere valida l’ipotesi a cui ho appena accennato: ogni gesto e ogni parola del mio assistito, sono stati pervicacemente interpretati dalla controparte come espressione di una volontà diabolica o, nel migliore dei casi, malata, ed è solo grazie a quella ipotesi, che la sequenza dei fatti ci suggerisce come la più probabile, che possiamo finalmente capire le ragioni del suo odio nei confronti dell’imputato.»
Il difensore ammutolì improvvisamente. Parlare a dei sordi era troppo impegnativo anche per il più logorroico degli avvocati. Riprese l’accorata ricostruzione degli eventi dopo aver raggruppato nervosamente i fogli sparsi sul tavolo.
Ho parlato di odio, è certamente un termine pesante, lo riconosco, ma altri sentimenti non avrebbero permesso di tessere una simile trama di accuse, volte innanzitutto a ottenere l’allontanamento del marito manu-militari.
E poi, per quale altra ragione se non un odio che noi sosteniamo immotivato e che si è peraltro diffuso come un cancro maligno nelle menti di chi lo ha avvicinato, gli sarebbero state tolte le sue bambine e impedito qualunque contatto con esse? È il momento di dire cosa probabilmente è accaduto.
A causa delle premure e delle sue ansie talvolta eccessive, questo disgraziato, cinicamente fatto apparire come una persona animata dalla sordida volontà di opprimere, è stato cacciato dalla sua famiglia come nemmeno un cane dovrebbe venir cacciato… a calci! Oggi, noi siamo venuti in questa aula per parlare, non dei concreti e di certo dolorosi calci che egli ha ricevuto, ma di una serie interminabile di accuse pretestuose. Ora, prima di concludere, ammetto di non poter affermare con assoluta certezza cosa realmente sia successo tra quelle mura, ma la mia coscienza mi impone di aggiungere che, per motivi inerenti alla mia professione, ho avuto dei rapporti con il mio cliente e la sua famiglia in altre occasioni e posso dire che, tra tutti, nessuno escluso, c’era un forte legame affettivo. Dobbiamo dunque ragionevolmente supporre che, se l’imputato ha sbagliato, lo ha fatto per troppo amore».
Stava attendendo la fine dell’arringa con la mente e lo sguardo persi in un punto indefinito, e quelle parole inaspettate lo riportarono al presente. Era stato inconsapevolmente ferito da quel avvocato del diavolo, un tipo d’aspetto quasi esile che in quegli istanti pareva sprigionare una forza sovrumana. Era forse la potenza delle parole veritiere?
Era forse vero che le sue bambine erano incapaci di provare il pur minimo affetto per il loro papà? Ciò gli procurò un dolore insopportabile. Qualche lacrima fuggì veloce e altrettanto velocemente si alzò e uscì da quella sala dove venivano sacrificati i più sfortunati.

Sulla porta c’era Daniela che aspettava e lo trattenne.
«Lo so che ti fa male, ma non devi fare così, vedrai che prima o poi capiranno quanto le ami; il tuo modo d’amare è diverso da come se lo aspettano, ma non per questo è meno intenso dell’amore più grande. Ho capito io, vuoi che non ci arrivino loro che sono sangue del tuo sangue?».
Era, così gli piaceva definirla, “una bambina con la saggezza di una santa”.
«Aspetta!» continuò afferrandogli il braccio. «non andartene, non sarà certamente quella donna a renderti giustizia, ma voglio sentire quello che verrà deciso.»
Attese la sentenza assieme a lei nel grande corridoio vuoto. Le parole giunsero scandite come l’annuncio di un treno in arrivo.
«Visti gli articoli 572, 533, 535 c.p.p… dichiara l’imputato colpevole dei reati ascrittigli e, riuniti i fatti sotto il vincolo della continuazione, lo condanna alla pena di anni uno, mesi due e giorni venti di reclusione».
Andò involontariamente col pensiero a quella antica profezia: “L’Anticristo vorrà somigliare a lui ma sarà solo la sua scimmia”, ma francamente sembrava illogico voler somigliare al Cristo riportando una condanna infamante quanto quella inflitta al Messia; era più intrigante attribuirlo al caso o al fatto che spesso la giustizia tutelasse interessi nascosti.
Si allontanò lentamente assieme a Daniela dal luogo del giudizio. Non erano crollate le accuse perché la difesa aveva scordato di convocare dei testi determinanti, mentre altri erano stati respinti dal giudice perché non era possibile che sapessero qualcosa in quanto “non conviventi con l’imputato”. Ci è lecito pensare che il processo abbia seguito i dettami di una legge occulta, infatti, il pubblico ministero mentì affermando che Tony, un teste della difesa, era stato condannato per falsa testimonianza. Con grande lungimiranza, ad altri testi fu concesso di assistere alle udienze prima di essere chiamati a deporre. Moltissime “stranezze”, e delle vere frodi processuali, si potrebbero ancora riportare, ma basta osservare chi fu ritenuto credibile dai giudici: dei figli sottoposti ad anni di pressanti condizionamenti, i testimoni di Geova, la polizia, i carabinieri e gli assistenti sociali, che mai aveva avuto il piacere di ospitare, e infine la perizia d’un medico legale, redatta senza vedere l’infortunata ma semplicemente certificando quanto appreso dai carabinieri. Quale beffa dunque poteva riuscire meglio? Uscendo dal Tribunale tornò il buonumore. Il cielo era meno grigio se ricordava che Erieder, tra i suoi appunti, l’aveva già scritta quella sentenza. Era inevitabile che le sue azioni, dettate dal comprensibile desiderio di impedire il tradimento della sua sposa e delle sue bambine, divenissero la causa di quelle accuse. Solo a Erieder poteva apparire gradita una condanna così ingiusta. Forse rappresentava la prova che il suo Piano occulto si stava realizzando.
Per ironia della sorte le condanne in quel tribunale si sprecavano e quella di qualche tempo prima si dimostrava anch’essa utile.
Era una giornata d’autunno inoltrato, pioveva e la bora soffiava forte come di consueto e quel mattino decise di presentarsi all’udienza in pantofole da camera e in pigiama. Il processo si svolse senza che nessuno se ne accorgesse. Terminata la lettura della sentenza uscì nell’atrio assieme all’avvocato.
«Cosa ne pensa di questo giudice? Non ha notato l’abbigliamento che sfoggiavo per l’occasione e nessuna persona, in questo tribunale, ha dato segno di essersene accorta e stupita. Le pare corretta la sentenza? Se il magistrato si atteneva alla legge doveva incriminarmi per oltraggio alla corte o, in alternativa, richiedere una perizia. Purtroppo non sa distinguere un imputato in giacca e cravatta da uno in pigiama e pantofole e si arroga il diritto di giudicare gli altri. Viene da chiedersi come possa pretendere di riconoscere il colpevole dall’innocente; e come possa infliggere mesi e anni che schiacciano come pietre.»
Anche l’avvocato, dopo averlo squadrato furtivamente, sembrò rimanere di pietra.  «Non so che rispondere, una simile circostanza non è mai successa da quando esercito… mi dispiace».


La macchina era parcheggiata a diversi isolati, c’era un freddo pungente e Daniela camminava veloce precedendolo di qualche passo. Questo permetteva di osservare la sua andatura particolare, non pareva quella di una donna né quella di una bambina, a pensarci bene c’erano molti aspetti insoliti che quella figura femminile lasciava intuire.
Tornò con la mente al giorno precedente il loro incontro, un sabato di fine luglio. L’estate aveva completamente sepolto la delusione provocata da Gabry, che non era riuscita a scrivere tutte le pagine mancanti.
Farlo avrebbe significato uscire dal tunnel in cui si trovava, ma si sa… la luce del faro è destinata ad altri. Ora stava quasi rassegnandosi a l’idea che nessuna donna potesse riempire gli ultimi fogli rimasti. In quelle poche pagine, un altro essere avrebbe dovuto raccontare come si raggiunge la consapevolezza della propria essenza divina.


Domenica, 19 luglio 1998, cammino per la città assieme a Palù, è la prima volta da quando sono sposata che ciò accade.
Il filo che ci teneva uniti si è spezzato, ho sperato, ho pianto, ho lottato con tutte le mie forze per difendere quello in cui credevo, è stato inutile e doloroso.
Eppure non mi sento sconfitta, stranamente, dopo aver scambiato poche parole con il vecchio che percorreva lo stesso tratto di strada appoggiandosi a un bastone, ho avuto la vaga percezione di poter essere ancora utile per qualche scopo.
Penso alla mia condizione e mi pare simile alla sua, abbandono lentamente la vita per dirigermi verso l’ignoto? Ciò che resta del mio mondo non comunica più con me; e non ricevo ancora segnali da l’altro, o forse sì?
Sono nella mia camera ora, è tardi, il silenzio è assoluto, improvvisamente penso a Daniel, il fratello morto dopo pochi giorni dalla nascita che ho conosciuto solo tramite il racconto di mia madre. Mi stupisco di essermi rivolta a lui mentre gli chiedo sottovoce di aiutarmi a cambiare quella situazione.
Domenica, 26 luglio 1998: oggi ricorre il 36° anniversario della morte di Daniel e c’è stato un incontro che ha cambiato la situazione.


E così, quel sabato di fine luglio la mia decisione era presa, se esisteva una persona, capace di scorgere il trascendente, sarebbe venuta là dove lui andava ad attenderla: in Val Rosandra.
Il giorno seguente, giunto in valle, aveva lasciato il rifugio alle sue spalle e, costeggiando il torrente, era arrivato a una pozza dove la profondità dell’acqua consentiva alcune bracciate. Se la calura si fosse fatta insopportabile avrebbe potuto rinfrescarsi.
Nella valle semi deserta, come sempre in quel periodo dell’anno, si sentivano solo le rapide, liquide carezze sulle rocce. Era stata una buona idea portarsi qualcosa da leggere. Steso sopra quel masso circondato da rivoli d’acqua, forse avrebbe recuperato una piccola parte del sonno perduto accanto al letto di Giada. Scorse solamente poche righe, il rumore appena percettibile di alcuni passi gli fece volgere la testa; la figura anacronistica di quella che sembrava una figlia dei fiori, in perfetto stile anni sessanta, si stava avvicinando.
Aveva uno zainetto appeso alla spalla e, una graziosa bastardina nera, che pareva calzare delle scarpine bianche, la precedeva. Arrivata a una decina di metri dal masso su cui stava sdraiato, guardò distratta nella sua direzione, indecisa se continuare con quella calura o mettersi al riparo dal sole. Alla fine stese l’asciugamano accanto a un grande cespuglio su di un terreno cosparso di pietre irregolari. Cominciò a togliersi gli indumenti e, nel farlo, lasciò cadere un pacchetto di sigarette. È stupido lo riconosce, ma se lo sciocco impulso di fumare una sigaretta non fosse intervenuto, forse non le avrebbe rivolto la parola.
Doveva dunque assecondare quel desiderio improvviso e la cosa migliore per aprire un dialogo e infilarci quella richiesta diretta, era dire una sciocchezza.
«Accidenti!» cominciò a voce alta. «Uno viene in Val Rosandra per stare tranquillo sapendo che di domenica non c’è nessuno e capita lei, addirittura con delle sigarette inquinanti».
La ragazza raccolse l’asciugamano ancor prima di rispondere: «Se do fastidio mi sposto, andrò più avanti. Palla!… Palla!… Andiamo vieni».
«Vada pure, ma si ricordi di lasciare le sigarette».
Per un istante rimase perplessa, poi valutò, da accanita fumatrice, che forse era il caso di elargirgli una delle poche rimaste nel pacchetto.
«È un modo per dire che ne desidera una?»
«Grazie, come ha fatto a capirlo?»
Mentre si avvicinava, mantenendo quelle espressioni atipiche, avrebbe saggiato la sua capacità di sopportazione. Forse inconsciamente temeva la sua calma serafica, poteva costringerlo a riconsiderare ciò che si era imposto soltanto il giorno prima: non si sarebbe più affannato a cercare né uomo né donna in grado di riempire le pagine bianche preparate con tanta cura.
La sua ombra si stagliava su di lei mentre allungava la mano verso il pacchetto di sigarette, accanto notò il libro di Lao Tze. Fu questo a modificare il suo atteggiamento, il pensiero che si dedicasse alla ricerca d’una realtà meno effimera, le procurò tutta la sua solidarietà.
Sapeva per esperienza quanto impegnativo fosse il compito di lacerare il velo di egoismo, orgoglio e ignoranza che impedisce la visione della realtà.
Tornò sul masso per continuare la lettura, non voleva lasciarsi suggestionare dai particolari del suo aspetto fisico che ricordavano la donna con cui aveva condiviso l’esistenza per tanti anni.
Per quanto ci provasse non riusciva più a concentrarsi su quelle pagine. Poteva il gran caldo giocare simili scherzi? Uno spruzzo d’acqua lo investì, la cagnetta stava saltellando e di tanto in tanto si girava verso di lei come se attendesse uno sguardo di approvazione. La giovane, oltre alla temperatura elevata, pareva non accorgersi del fastidio che quelle pietre irregolari e appuntite, sotto l’asciugamano, dovevano provocare.
Attorno a loro non c’erano altri punti adatti a distendersi, per cui le suggerì di condividere il masso levigato dal torrente. Accettò solo dopo qualche insistenza ma lasciò il libro accanto al grande cespuglio. Si ritrovarono così a parlare dei più svariati argomenti.
Si esprimeva con la stessa foga e con la stessa ansia di farsi capire di quando lui era ragazzo, e ciò lo stupiva. Possibile che quella giovane donna manifestasse così apertamente le aspirazioni che erano state la causa principale della sua solitudine?
Eppure non aveva l’aspetto della persona che si dedicava per lungo tempo alla meditazione e prossima a raggiungere la vera saggezza. Era inesplicabile quel contrasto così evidente; pareva il classico tipo dalle tante idee ben confuse, ma quando spiegava le sue idee con quel modo di fare sicuro e impetuoso, veniva spontaneo pensarla una “bambina con la saggezza di una santa”.
«Hai avuto modo di leggere -La profezia di Celestino- scritto da Redfield?»
Aveva buttato lì quella domanda senza alcun riferimento col dialogo in corso.
«Che coincidenza! Sapessi quanti me ne hanno parlato ultimamente, ancora non ho avuto occasione e me ne dispiace.»
La sua risposta, spiegò in seguito, sul momento la imbarazzò enormemente. Si era servita del termine coincidenza senza averne l’intenzione e a sproposito, questo, pensò, deve averla fatta sembrare ignorante come un cavallo a dondolo. In seguito intuì il perché dell’uso improprio di quella parola leggendo Erieder, e si accorse che l’evento sincronico, diventava piano piano, la chiave di lettura del libro. Leggendolo le tornavano in mente le curiose coincidenze alla base del loro incontro e, grazie a quel lapsus freudiano -concluse soddisfatta- l’inconscio le aveva suggerito di prestare attenzione proprio al caso.
Quel giorno in valle aveva mostrato il proposito di leggerlo perché inspiegabilmente convinta di trovare risposta a molte domande; pertanto valutò opportuno incentivare la sua intenzione con qualche frase a effetto:
«Se pensiamo al modo in cui si susseguono i fatti narrati nel libro, che paiono voler indicarci una via, vedremmo che i fenomeni sincronici celano gli aspetti straordinari della realtà.»
Proseguirono a lungo il loro dialogo, le ricordò la necessità di non lasciare spazio alla pericolosa tendenza che spinge a cercare per ogni situazione un motivo nascosto, ma di lasciar fare al caso, consapevoli che quanto accade è sempre perfettamente integrato sia con gli aspetti del microcosmo che con quelli del macrocosmo. A un certo punto fece delle considerazioni sul lato oscuro celato in ogni cosa, e questo permise di scoprire che la sua profondità di pensiero era reale e cristallina.
Con divertita ironia, si chiese mentalmente se, quegli occhi verdi, sarebbero mai divenuti degli specchi capaci di riflettere, gli splendidi aspetti occulti della Realtà.
La giornata si esauriva tra il verde sempre più scuro degli alberi; quando le propose un passaggio in moto fino a casa accettò, infilò Palla, Palù, Limpa e l’altra decina di nomi che attribuiva alla sua cagnetta nello zaino e si fece condurre in centro città. Davanti alla Luminosa, un saluto di circostanza e quel pomeriggio così diverso era finito. Non ci sarebbe stato un seguito, perché di lei conosceva il nome e nient’altro.
Passarono alcuni giorni e il ricordo di quelle ore piacevoli e intense si ripresentava spesso, perché? Che motivo poteva esserci? Capitava molto di rado che una persona attirasse la sua attenzione fino a quel punto.
Se quello era l’indizio della sua capacità di svolgere un ruolo utile al completamento del progetto, nulla avrebbe potuto impedire la sua partecipazione. Il caso, avrebbe certamente favorito un successivo incontro, anche se le probabilità che si verificasse, parevano escluderlo.
Non passò molto tempo da quella riflessione, il giorno seguente, transitando vicino a piazza Garibaldi fermò la moto prima dell’incrocio e scese per salutare un conoscente. Scambiò solo poche parole e, girandosi per risalire sulla moto, notò il cenno di saluto che una ragazza sopra uno scooter gli aveva rivolto.
Avviò il motore e raggiunse il semaforo qualche istante prima del segnale di via libera. Sul sellino posteriore dello scooter c’era proprio lei, la ragazza della Val Rosandra. La giovane, quando ripartirono affiancati in direzione della periferia, alzò la visiera per comunicare più agevolmente: «Stai andando in valle a prendere il sole?»
«Sì! Ma dopo pranzato, e voi?»
«Ora abbiamo un impegno, ma domenica forse ci sarò.»
Fu così che iniziò la loro relazione… per puro caso.
Il giorno dopo, arrivò tardi in valle, lei stava raccogliendo le sue cose e la voce inaspettata alle spalle la fece quasi sobbalzare.
«Hai intenzione di proseguire?»
Si voltò velocemente, stupita di non aver sentito il rumore dei passi.
«Ah! Sei tu! No!… pensavo di tornare indietro, credevo non arrivassi più; non venivo in questo posto da anni e non ricordo nemmeno la strada per continuare, ma se vuoi proseguire, andiamo pure».
Arrivati a poca distanza dalla sola cascata del torrente degna di quel nome, e visto il percorso sempre più accidentato, si decise di sostare su alcuni massi sapientemente levigati dal torrente. Seduti uno di fronte l’altro, il loro discorso scivolò presto verso temi a lui più congeniali. Si parlò delle discipline iniziatiche, scopo delle quali, spiegava, non era pervenire a qualche tipo d’estasi. Esse dovevano espressamente condurre a una conoscenza olistica, onnicomprensiva. Questa ultima andava impiegata per liberare ogni singolo essere dai legami che la materia gli dispone attorno. Quel nucleo, fino a quel momento con qualità ben precise e definite, raggiunto l’obiettivo, si scopre con gioiosa meraviglia in realtà illimitato e con possibilità infinite.
«Sai, basta guardare quegli alberi con estrema attenzione per poter contemplare il loro vero aspetto e gioire della loro vera essenza».
Nel dirlo, le indicò il punto dove erano più folti, ma lei, lo notò di sfuggita, non seguì con lo sguardo la mano. Continuò a fissarlo mentre insisteva affinché lo sperimentasse.
«Credi non sia possibile con tanta semplicità sentirsi una cosa sola anche con ciò che sembra inanimato?»
La sua risposta avrebbe gratificato qualunque Maestro di vita.
«Lo sto facendo attraverso di te… sei… come posso dire… sì! È proprio così, stai facendo da tramite tra me e una realtà di cui da sempre ho intuito l’esistenza.»
Qualche settimana più tardi gli confidò che il rapporto con suo marito stava inesorabilmente dirigendosi verso la rottura. Disse che il giorno del loro secondo incontro davanti a l’incrocio, era occupata a prendere accordi per disporre di un miniappartamento nel caso la situazione precipitasse.
Aveva pensato a lui nel frattempo e si era chiesta se mai le sarebbe capitato di incontrarlo nuovamente. Quel desiderio non era coerente con la decisione che aveva preso solo qualche ora prima di scorgerlo su quel masso nel torrente. In quei giorni non percepì cosa in realtà fosse riuscito ad attrarla.
Non c’erano indizi per capire il significato simbolico di quel casuale incontro e, va riconosciuto, non era certamente semplice vedere una allegoria in quel suo cammino verso un posto frequentato da pochi.
Solamente un’anima antica, con sufficiente consapevolezza, poteva vedere in quel masso la materia e nel tipo presuntuoso col quale aveva parlato, lo Spirito che tutto pervade. Lei dimostrò di esserlo quando asserì di vedere l’acqua rappresentare il tempo che scorre senza ragione. Ci riuscì senza rivendicare alcun merito, era semplicemente giunto il suo momento di realizzare che non c’è ragione alcuna per cui tutto finisca.
Solo le anime alla fine del loro percorso evolutivo, potevano incontrare l’essere indefinibile e farne un punto di riferimento.
Che situazione curiosa, lei aveva deciso di non volere mai più un uomo accanto a sé nel caso che il suo matrimonio fosse naufragato.
Era stato quello il suo punto di riferimento fino a quel momento ed era quello in cui aveva creduto e per cui si era ritrovata a piangere e a lottare con tutte le sue forze.
Di questo un Dio va orgoglioso e per questo un Dio, quando passeggia in incognito, si lascia scorgere da coloro che hanno saputo rimanere fedeli anche a un semplice sogno.


Si trovavano nella trattoria vicino al mare, da dove si possono scorgere le luci di Capodistria. Quel giorno ascoltò il suo sfogo in silenzio, si capiva chiaramente che si rimproverava di non aver mantenuto fede al suo impegno interiore, si sentiva legata a lui in modo così profondo da sembrarle innaturale. Era il caso di sciogliere la tensione che si era creata con una battuta: «Non angustiarti così, forse non hai proprio niente da rimproverarti, può darsi che in realtà io non sia un uomo…» attese alcuni istanti perché un sorriso le rischiarasse il volto e concluse con voce appena percettibile. «o almeno non solo l’uomo che sto guidando.»
Il dialogo era caratterizzato dal racconto delle loro vite. Daniela, saputa buona parte della sua storia, si offrì di ospitarlo nel minuscolo appartamento che, costretta dalla burrascosa situazione cui si è fatto cenno, aveva nel frattempo preso in affitto. Si mostrò indignata quando le confessò che aveva trascorso gli ultimi due anni in mezzo alla strada. Inveì contro quel mostro impersonale, quello Stato tanto solerte nel privarlo del compito di educare i suoi figli che, con le sue leggi beffarde, gli aveva assegnato una immaginaria abitazione in via della Casa Comunale al numero due.
«È una pura astrazione» cominciò a spiegarle. «quella fantomatica abitazione non è altro che un ufficio dove vengono spediti gli atti giudiziari che mi riguardano, ma lo Stato, il mostro di cui ti parlo, non solo ha cercato di distruggermi togliendomi ciò che avevo di più caro, ma fa continuamente crollare le speranze di tanti, troppi individui, negando loro una vita dignitosa e permettendo ai più forti di vessare gli indifesi in mille modi.»
«Mi domando come sia possibile tanto accanimento e la ragione di ciò.»
«Il perché è uno solo, per tutte le situazioni che comportano dei risultati catastrofici o semplicemente indesiderabili. Il modo in cui agisce e a qual fine operi quella astratta entità, che conosciamo sotto il nome di Stato, è evidente. Oggi essa è capace di provocare effetti disastrosi su tutto il pianeta, ma voglio limitarmi a esportene uno solamente: uno tra i più subdoli, foriero della tempesta più violenta che memoria umana ricordi. Sappiamo perfettamente che dalla costituzione delle prime civiltà evolute, una delle regole auree, a cui si sono attenuti i fondatori, i reggitori e i loro sottoposti, è una norma molto semplice ed efficace: dividi et impera. Un banale esempio di questo modo di operare lo troviamo nella scissione dell’atomo.
Da molti anni ormai, spezzando un nucleo fondamentale della materia, gli Stati si sono assicurati un potere incontrastato sul piano fisico e, nel perseguire il loro vero scopo, hanno taciuto le inevitabili conseguenze negative. Al Drago atomico, il mostro apocalittico dalle tante teste, però non basta ancora, la sua sete di potere è inestinguibile e oggi, con un progetto analogo, tenta di spezzare un nucleo altrettanto fondamentale; si tratta di scindere una particella dove i legami non sono prettamente di ordine fisico, chimico, elettromagnetico, gravitazionale o altro, ma piuttosto di tipo affettivo, una sostanza che potremmo definire spirituale.
Come nella prima operazione, di proposito si tacciono gli inevitabili effetti nefasti. Nel libro che ti ho dato, al capitolo sei, scrivo che il caso mi ha fatto vivere l’esperienza del matrimonio nel ruolo del capofamiglia; ciò ha permesso a delle particolari coincidenze di prendere forma e fronteggiare quella pericolosa scissione.
Grazie alla dolorosa separazione del mio nucleo familiare ho potuto vedere le estese interazioni che nascono in seguito a simili disastrosi eventi. La conoscenza che si può ottenere in circostanze drammatiche, in seguito ci permette di gestire nel modo migliore difficoltà di ogni tipo, anche la catastrofe sospesa sulle nostre teste. Ti sembrerà strano che parli di imminente sconvolgimento planetario, ma devi sapere che la pericolosità dell’energia generata dalla scissione di un atomo, è minore di quella che può scaturire da una cellula primaria del corpo sociale quando si spezza. Guai se la coesione della forza dell’amore, che unisce i nuclei familiari, si interrompe; indipendentemente dalle ragioni, si verifica quanto di più spaventoso si possa immaginare per il futuro del pianeta. L’enfasi che dimostro parlando di un semplice nucleo familiare è dovuta a ciò che “miracolosamente“ lo crea e a ciò che esso a sua volta rende manifesto: un elemento invisibile, intangibile, indefinibile ma dal quale ogni cosa immaginata trae la propria realtà. La sola possibilità di scinderlo senza produrre effetti devastanti, si ha quando si estende l’interazione armoniosa tra i componenti di quella cellula primaria, a tutto il corpo sociale. Non è vano il “consiglio” di considerare l’altro come fratello, superata ogni incomprensione si ottiene il passaporto per l’immortalità. D’altro canto, se il mostro statale, riesce a spezzare i pochissimi nuclei della massa-critica, destinata alla funzione di ghiandola pineale collettiva, quel futuro spaventoso diverrebbe la tragica realtà».
Daniela intervenne per stemperare la tensione che percepiva.
«Purtroppo è quello che sta accadendo oggi, queste divisioni si verificano sempre più spesso, la mia l’ho vissuta come una lacerazione dell’anima per la disperazione che mi ha travolto, e non voglio nemmeno pensare a cosa tu possa aver sopportato. Quello che è preoccupante è il fatto che non ci sia un ripensamento da parte di chi ricopre cariche politiche. Si assiste alla dissoluzione delle famiglie, dei legami di amicizia, e di ogni altro rapporto basato su sentimenti costruttivi, senza che venga prospettata alcuna alternativa.»
«È vero, ma solo in parte, comunque questa situazione è stata predetta da tempo. Chi lo ha intuito, ha pure previsto che le cose si sarebbero messe in modo che nessuno sarebbe potuto intervenire… nessuno eccetto… beh!… È inutile che ora ti illustri la soluzione a questi immani problemi, però voglio dirti alcune cose che, se le analizzerai con calma, possono farti guardare al futuro con maggior fiducia.» Senza attendere il minimo cenno d’assenso continuò. «Vengono tramandate da oltre un secolo e mezzo, le parole di uno tra i meno noti veggenti: “Gli uomini si troveranno davanti a una profonda crisi che riguarderà ogni aspetto dell’esistenza; a quel punto, quando non sapranno più che fare, alla porta della Storia busserà un personaggio che verrà visto, da alcuni come un riformatore a lungo atteso, e da altri come l’Anticristo. Coloro che, durante i secoli trascorsi, hanno descritto l’aspetto diabolico di quella inquietante figura, affermano che avrebbe voluto sostituirsi a Dio“.
Quando ne parlo, preferisco ricordare che per quel personaggio, è stata coniata una immagine alternativa. Per capire quanto intricata sia la questione, se ha ragione chi lo dipinge a fosche tinte o chi ne dà una immagine positiva, si pensi a quella indovinata profezia biblica: “E che nessuno potesse comperare o vendere senza avere il marchio, cioè il nome della Bestia o il numero del suo nome“.»
Era partito in quarta con le citazioni e si vedeva simile a quei fanatici che ripetono come dischi rotti le istruzioni di chi li ha resi tali. Giustificò quel comportamento pensando che la Meta era parte di lui. Poteva dunque continuare a discuterla e spiegarla.
«Stranamente, la Bestia di cui si parla nella Bibbia non è, come ci si aspetta, rappresentata da un individuo. Potremmo anche pensare che quella curiosa profezia si sia realizzata quando quella astratta entità, che risponde al nome di Stato, assegnò a tutti una specie di sigla, nota come codice fiscale, senza la quale nessuno può comperare né vendere; ma le inquietanti analogie, osservate durante i venticinque anni che precedettero la stesura del libro, sono moltissime e, nel mio racconto, potrai trovarne parecchie. Leggilo con attenzione e vedrai che sono state predette diverse situazioni in grado di ferire l’animo degli uomini; quando ti ho raccontato che lo Stato mi ha cacciato da casa e ha indotto i miei figli a tradirmi, non ho spiegato ciò che rappresenta la figura paterna dal mio punto di vista. Essa va intesa come il pilastro su cui si regge il ponte che permetterà a l’umanità di giungere su l’altra sponda. Crederlo è destabilizzante per una società che riversa con prepotenza gran parte delle sue aspettative sui valori materiali.
Quella figura deve essere rivalutata, perché sia chiaro il significato di “come in cielo così in terra”. Il padre è dunque colui che nel microcosmo possiede delle potenzialità insospettate, quelle stesse qualità possedute dal Padre nel macrocosmo. Un simile messaggio, è in realtà temuto a livello inconscio più di ogni altro, soprattutto da chi ricopre posizioni di rilievo. Da questo puoi intuire che estromettere da quei nuclei una percentuale sempre più alta di padri e porsi come unico punto di riferimento, è per lo Stato e chi lo rappresenta, estremamente gratificante. Il potere assoluto, per quel mostro dalle tante teste, è quello di incarnare, lui, e lui solo, la figura del Padre… ergersi inequivocabilmente a Dio.
Consultando le opere di David Icke, un uomo che sale con determinazione il ripido sentiero della conoscenza, ci si rende conto che questa subdola operazione è in atto da tempo. Potremo anche notare, a patto che i nostri occhi vogliano vedere, che ciò coincide con quanto i veggenti hanno previsto. Intendo dire e sostenere con forza, che è estremamente importante divenire consapevoli dell’esistenza di questo progetto. Da questa consapevolezza, deve scaturire la scelta di opporvisi, poiché ciò consentirà un balzo evolutivo inimmaginabile. Va precisato che ogni via, anche le più antitetiche, hanno qualcosa in comune: l’Alfa, l’Omega e me…»
Arrestò improvvisamente l’eruzione di parole, se avesse voluto avrebbe potuto mettersi in salvo: chiedere di essere accompagnata da qualche parte e mandarlo mentalmente a quel paese. Non aveva alcuna intenzione di fuggire, per cui riprese il suo monologo con più calma.
«Forse è meglio che smetta di annoiarti con le mie chiacchiere. Lascia solo che ti illustri la mia curiosa situazione: sono stato descritto e attaccato come un mostro dai servitori di quel potere che non riconosce niente e nessuno al di sopra di lui. Nelle loro relazioni di servizio, i tutori del disordine, potendo scegliere tra una infinità di appellativi, hanno voluto usare proprio quello di Anticristo per screditare ogni mia parola e deridermi. Volendo trovare una attenuante per le loro azioni, potremmo dire che si sia trattato d’un modo scaramantico di esorcizzare quell’Antilegge che, secondo Blake, Walsit e altri, sarebbe giunto per raddrizzare la via tracciata dal Cristo.
Chi ha distorto quel percorso a proprio vantaggio, è istintivamente portato a temere chiunque possa rettificarlo. Solo se c’è una briciola di saggezza, dovuta a l’intuizione, si capisce perché tante persone giungono a compiere atti singoli e collettivi di cui poi si pentono; a cominciare da mia moglie per arrivare fino allo Stato. Devi sapere che nel periodo precedente la nostra separazione, in molti si sono dati da fare perché lei si arrendesse a l’idea di avere per marito un pazzo pericoloso. A parte i rari parenti e gli ancor più rari amici, appartenenti a confessioni religiose particolarmente attive nel contrastare ciò che ritenevano di dover attribuire al maligno, anche le strutture di assistenza sociale si attivarono per recidere il mio rapporto con la famiglia.
Il motivo del loro impegno nel farlo è di una banalità sconcertante. I progetti che trascendono la loro comprensione sono visti come elucubrazioni di menti malate e pertanto vanno aspramente ostacolati. È andata perduta l’antica saggezza di quei popoli che raccomandavano di osservare attentamente ogni manifestazione di follia per trarne i possibili insegnamenti. Anche le autorità, per tutelare e mantenere lo status esistente, si sono attivate per attribuirmi reati di ogni genere al fine di screditarmi.
Ma anche questo si spiega col desiderio di far abortire sul nascere una scuola di pensiero che può espandersi coinvolgendo miliardi di persone grazie a quel Nucleo infinitesimale della massa-critica Previsto dal Progetto più ambizioso della storia. Tra le forze conservatrici vi sono esperti in ogni settore, non escluso quello della guerra psicologica; essi conoscono benissimo gli straordinari effetti che quel nucleo potrebbe produrre e per questo lo temono.»
«Giorgio, tre giorni fa stavo andando in piazza Venezia,» sussurrò improvvisamente dopo aver ascoltato così a lungo senza intervenire e accostando la sedia per non esser udita da altri. «avevo il tuo libro perché desideravo la dedica promessa ma, davanti al Comune, ho ricordato improvvisamente di dover ritirare la lettera con cui ci veniva intimato lo sfratto; mentre entravo il mio sguardo è stato catturato dal calendario posto sul muro di fronte.
Quella data, il sei agosto e le parole che seguivano, mi hanno provocato delle sensazioni incredibili, difficili da descrivere, una esperienza mai provata. Dapprima quel oggetto insignificante ha esercitato una tale attrazione che sembrava fosse dotato di vita propria, poi, lentamente, sono divenuta cosciente che quello era un messaggio che andava interpretato, e le poche parole lette accanto a quella data erano sicuramente la chiave. Ancora una cosa,» riprese rovistando nervosamente nella borsetta alla ricerca dell’accendino «perché la mia mente ti ha messo in relazione con quanto stavo sperimentando? Perché ho immediatamente pensato a te in quegli attimi? Che ragione può esserci… è da così poco tempo che ti conosco.»
Daniela inspirò con forza, aveva spogliato il suo animo di tante sensazioni e ora, lei per prima, ne era frastornata.
«M’è venuta una strana idea stamattina, sembra che averti vicino amplifichi la mia capacità percettiva. Mi chiedo se è proprio così, oppure è lo stress di trovarmi nella impossibilità di costruire sulle macerie del mio matrimonio?».
Quelle domande parevano rivolte più a se stessa. Strinse la sua mano per impedirle di continuare ad agitarla nervosamente sul tavolo.
«Appena tornata a casa» continuò, «ho subito cercato sul vocabolario la parola trasfigurazione. Speravo di trovare la causa di quel particolare stato di coscienza che ho sperimentato leggendo quella data sul calendario e quando ho letto cosa si intende con quel termine ho pensato assurdamente che tu abbia già compiuto quel percorso e che in me stesse avvenendo una specie di fenomeno analogo».
Lo scrutò con attenzione, forse temendo di scorgere uno scarso interesse o peggio, una cinica derisione. Non poteva supporre che le sue ultime parole facevano scorrere davanti ai suoi occhi il ricordo dei primi giorni; quando gli confessò di aver pianto leggendo la sua dedica: “dedicato ai bambini da un padre che bimbi non ha!
Nella nota introduttiva si accennava alla eliminazione degli ostacoli, e uno dei più difficili da abbattere è proprio l’indifferenza. Da quanto sapeva, lei doveva ancora iniziarne la lettura, e da nessun’altra parte c’era scritto che, semplicemente versando una lacrima su quelle due righe, era possibile ottenere la trasfigurazione.
Sarebbe stata lei la prova vivente delle smisurate capacità dell’essere umano? Possibile che stesse commettendo uno sbaglio?
Riprese lentamente il controllo delle emozioni e continuò: «Sai, sta succedendo qualcosa di inspiegabile, non si tratta solo di questo, c’è dell’altro, al momento non ho voluto dirtelo, non immaginavo cosa avresti potuto pensare».
Si arrestò e chiuse gli occhi come a volersi concentrare per trovare le parole più adatte.
«Alcuni giorni dopo averti conosciuto, parlai di te e del tuo libro con un’amica; lei, come sempre, volle esser prodiga di consigli e mi suggerì, visti i tanti problemi che mi assillavano in quel periodo, di non andarmene a cercare degli altri addirittura con un satanista.
Il mattino successivo, mentre andavamo a San Giacomo vidi la tua moto. È stato incredibile, se non avessi ancora chiara l’immagine di ciò che ho visto penserei si sia trattato di un sogno; quando fummo vicino a piazza Garibaldi sono stata attratta da qualcosa di incredibile: una moto azzurra che aveva attorno a sé un alone dorato, simile alle aureole dei santi. Lo so che è pazzesco, e proprio per questo, essendomi incuriosita ho guardato meglio e ho visto te! Ricordi quando ci hai raggiunte prima dell’incrocio e ti sei fermato accanto a quel fuoristrada grigio? Al suo interno vi era un cane lupo che ha iniziato a ringhiare furiosamente nella tua direzione come se avesse visto il diavolo in persona. Questa circostanza, mentre mi rivolgevi la parola, ha fatto sì che rimanessi per un attimo indecisa; non sapevo se seguire il consiglio della mia amica o risponderti.»
Il suo monologo fu interrotto dal padrone della trattoria che portava l’ordinazione. Lasciai cadere l’argomento ripromettendomi di riprenderlo al momento opportuno.


Ora, vorremmo tornare brevemente ad alcuni momenti, successivi al loro incontro, guardandoli con gli occhi di Daniela:
Il mattino successivo a quel fortuito incontro in val Rosandra, mi svegliai come al solito molto presto, appena uscita notai con stupore che la giornata era insolitamente luminosa, mi sentivo piena di energia come da anni non mi capitava. Anzi, a pensarci bene, nonostante i problemi da cui ero assillata in quel periodo, mi pareva di camminare sulle nuvole.
Questo potrebbe dare un’idea assolutamente sbagliata della mia capacità di risposta allo stress, ma è l’immagine che solitamente si usa per descrivere un particolare stato d’animo; se aggiungo che più passava il tempo, più quel benessere costante si trasformava in vera e propria beatitudine, qualcuno potrebbe pensare di trovarsi tra le mani lo scritto di una visionaria isterica.
Quel giorno fu uno spillone che mi passò le espadrillas, piantandosi nel tallone, a richiamarmi alla “realtà” mentre lo toglievo; il nome dell’uomo incontrato per caso durante un assolato pomeriggio, si presentò con forza nella mia mente e questo mi stupì molto. “Cosa mai ha a che fare quel tipo eccentrico con la mia vita” ero stata costretta a chiedermi. Una parziale risposta, giunse già durante la lettura del racconto ricevuto in dono, quando notai l’inquietante analogia con le due donne colpite in modo allegorico al tallone e alle quali era stato attribuito un ruolo importante.
Pensando alle probabili considerazioni dei più scettici, devo dire che mi spiace deluderli, ma non ho mai sofferto d’isteria e talvolta non credo neppure a ciò che vedo, benché l’intuito mi suggerisca l’esistenza di qualcosa che solo a pochi è dato vedere, mai ho sentito la necessità di verificarlo.
Trascorsero circa due mesi, durante i quali non mi soffermavo neppure a cercare di capire cosa stesse succedendo, ero stata sicuramente innamorata, forse lo ero ancora, ma questo modo di percepire e di vivere la realtà aveva caratteristiche completamente diverse. Era, se così si può dire, al di là dell’amore, non era soggetto a un inizio né alla fine, esisteva da sempre. Non ero certa di questo, si trattava di qualcosa ancora più profondo: una gioia improvvisa che quando ti coglie non ti dà nessuna certezza perché non c’è alcuna domanda… solo felicità.
Dunque, dopo circa sessanta giorni, non ricordo ora in quale occasione, un pensiero si fece lentamente strada nella mente. Cominciavo a sospettare che quella condizione paradisiaca celasse dell’altro, non solo, percepivo quasi un muto rimprovero, dal profondo dell’anima, per il mio serafico distacco dalle cose terrene e da ogni emozione umana.
Temevo talvolta, per brevissimi istanti, di essere divenuta cinica e insensibile a l’altrui sofferenza e una sera decisi di parlarne con lui. Gli confidai la mia inquietudine, la mia volontà di capire, ma soprattutto quello che più mi turbava: la condizione degli altri esseri che non potevano assaporare quel nettare che a me era stato dato a piene mani. Fui la prima a meravigliarmi delle parole che pronunciai con impeto: «Ho bisogno di condividere la sofferenza degli altri!».
Lui, di solito così loquace mi rispose con poche parole: «Hai la capacità di dire quello che solo un Dio può pensare, ma non devi meravigliarti di questo, anche sulla Bibbia sta scritto che siete Dei… e quando anche tu sarai consapevole di esserlo, vedrai pure che il tuo travaglio spirituale è simile a quello descritto da Erieder nel suo libro…»
Restò muto alcuni istanti, quasi gli costasse fatica parlare, poi riprese.
«A ogni modo presto, molto presto, avrai conferma della validità della tua scelta.»
S’era fatto tardi e così mi addormentai con la testa sulla sua spalla senza capire appieno cosa avesse inteso dirmi. Il mattino seguente, come al solito, andammo a prendere il caffè al bar Galleria, come sempre presi il giornale e lo sfogliai. Una curiosa notizia attirò la mia attenzione: Su di un quadro raffigurante la Madonna col bambino, sono inspiegabilmente apparse delle colombe. L’articolo pareva escludere che l’opera, donata alla chiesetta dell’ospedale di Cattinara, potesse esser stata ridipinta da una mano ignota, e lasciava intendere che forse si trattava di un evento miracoloso. Continuando la lettura, trovai esposto il significato mistico che, negli ambienti ecclesiastici, era attribuito alla raffigurazione delle colombe: esse simboleggiavano “la condivisione della sofferenza”.
A molti nei miei panni, sarebbero tornate alla mente le strane, premonitrici parole, pronunciate da Giorgio la sera precedente.
Così, a distanza di poche ore dal desiderio che avevo espresso, l’estasi sublime cominciò ad attenuarsi fino a scomparire del tutto dopo tre giorni. Ora, per mia scelta, non avevo più il sostegno di quella gioia indescrivibile, per cui ogni contrattempo e ogni cosa che poteva ferire una persona durante la giornata, adesso riusciva a penetrare nella mia anima e farmi soffrire.
Ripresi dunque la vita di sempre, scandita da timori, dolori e tutto ciò che poteva renderla più “interessante”. In quei giorni Giorgio pareva teso a causa di un articolo apparso sul quotidiano locale. Era dovuto a l’appello rivolto da un lettore che, passeggiando per le vie del centro, aveva scorto il suo libro e la locandina con cui si informava che ci sarebbe stata la presentazione con un breve dibattito sul tema dell’opera.
Lo sconosciuto, si diceva indignato dal fatto che quel testo venisse liberamente esposto. Egli si appellava alle autorità competenti, civili e religiose, affinché impedissero la diffusione del libro. Fu a motivo di questo fanatismo, probabilmente pilotato, che Giorgio mi chiese di accompagnarlo dove abitava quel tipo che si scagliava contro di lui con tanta foga.
Arrivati sotto casa, parcheggiò la vettura in modo indecente e io mi sentii in dovere di richiamarlo.
«Eiiì!… Mi raccomando, cerca di non perdere la calma.»
La portiera sbattuta con forza non lasciava presagire nulla di buono. Rimasi seduta a seguire con lo sguardo un gatto randagio, dietro di lui due costruzioni secolari e, tra i comignoli, uno straccio di cielo.
Si intravedeva appena, a causa del sole che pareva scegliere ciò che meritava di essere illuminato. A un tratto, l’estasi che avevo sperimentato tanto a lungo si impadronì nuovamente di me. Mentre ciò avveniva alcuni pensieri prendevano forma nella mente. Si trattava in sostanza di un turbine di emozioni indescrivibili. Quella sensazione dolcissima pareva parlarmi, sembrava dirmi che quello che stavo provando, dovevo intenderlo come un addio.
Era tornata, un’ultima volta, per farmi sapere che qualunque cosa potessi pensare, o sentire in proposito, quello che avevo vissuto non era stato un semplice sogno, ma sarebbe rimasto eternamente in me e in ogni cosa esistente, anche se non si sarebbe manifestato.
Dopo qualche istante l’estasi svanì e l’idea di dover proseguire senza quel appoggio straordinario mi turbò profondamente. Intuivo però che non c’era altra via per conoscere la Meta. Giorgio, o almeno quello che sembrava esserlo, riapparve sul retrovisore.
“Chissà,” mi sorpresi a pensare “forse realmente riusciva ad assumere le forme di cui tutti avevamo bisogno”.
«Non c’è, non abita più qui, ma non importa, sarà lui a trovarmi, possiamo andare.»
Non aggiunse altro, inserì la marcia e mi portò a pranzo da Cece.


La sera eravamo alla presentazione del libro, le persone presenti nella sala si potevano contare sulle dita di una mano. Una di queste, durante il dibattito, intervenne duramente facendo osservare che la società aveva bisogno di ben altro che di libri che invitavano ad odiare e alla violenza. Giorgio annuì e si avvicinò in silenzio al suo interlocutore.
«Su questo non c’è alcun dubbio, ma nel libro, che lei senza aver letto disdegna, si parla di ben altro e, se avesse chiaro il significato del grande dolore, da cui da bambino è stato colpito, a causa della terribile malattia di sua madre, capirebbe la necessità di quel dolore e quella di questo libro».
L’uomo, lo scoprii subito dopo, era proprio l’autore della velenosa segnalazione sul giornale. Lo vidi sbiancare in volto, farfugliando qualcosa si guardò attorno, poi, barcollando tra le fila di sedie si allontanò dalla sala. Era terminato con un insolito fuoriprogramma quel breve dibattito seguito alla presentazione del libro; non restava che tornare nel monolocale a San Giacomo.


L’estate era finita e si avvicinava la stagione di cogliere la mela allegorica. Daniela avrebbe scelto la via che pochi intraprendono o quella più invitante? In modo apparentemente inspiegabile, il rapporto che li legava, dopo qualche tempo subì un repentino mutamento.
Lei imballò le sue poche cose e le sistemò a casa dei suoi, consegnò le chiavi dell’alloggio alla sua amica e si preparò a partire. Cercava ora la definitiva certezza e intuiva che solamente guardando dentro se stessa poteva ottenerla. Voleva scoprire quale fosse la sua via senza l’interferenza di nessuno; la libertà sarebbe stata totale se non giungeva da altri.
Quel pomeriggio era simile a un personaggio fantastico, un folletto con uno zainetto scuro, con un visino triste, ma che allo stesso tempo esprimeva una forza e una determinazione incredibili.
«Alle sei devo prendere il treno per andare nel trentino a raccogliere le mele, c’è tutta la stagione da fare e poi vedrò.»
«Posso accompagnarti alla stazione?»
«Preferisco di no, salutiamoci ora.»
«Tornerai?»
«Non lo so, non posso dirti niente, tu non mi aspettare.»
«Fammi solo una promessa… non buttarti via, e se avrai bisogno di aiuto, chiamami… d’accordo?»
«Va bene, lo prometto, ma ora lasciami andare altrimenti quel treno lo perdo davvero.»
«Vai… anche se come uomo temo che ti accada qualcosa, so che non posso trattenerti, questo è un treno che non conviene perdere… ciao!… Arrivederci.»
«Ciao! Comunque vada non ti dimenticherò mai, lo giuro.»
Si allontanò velocemente verso la stazione e per un lungo periodo di lei non seppe più nulla. Era rimasto in apprensione per tutto quel tempo e puntualmente, ogni volta si presentava l’occasione, ne discuteva con Claudio. Era uno di quei tipi che raramente si ha la fortuna di conoscere. Sarebbe riuscito a spegnere un incendio anche gettandovi sopra della benzina. Una sera di fine ottobre, lo trovò al bar da Romano e fu proprio lui a fargli intuire che era tornata. Senza alcun giro di parole gli aveva espresso quello che lo turbava.
«È strano che Daniela non si faccia più sentire, conoscendo il mio carattere, dovrebbe immaginare che temo possa incorrere in qualche brutta avventura, e questo, sarebbe spiacevole per entrambi. Nel suo caso poi, si tratterebbe di precipitare da una altezza notevole.»
L’uomo vestito elegantemente non si scompose e non tentò nemmeno di nascondere un sorriso ironico.
«Secondo me è strano che tu dedichi la tua energia solo in quella direzione.»
«Non ti capisco.»
«Pensaci un attimo… nel mondo ci sono oltre sei miliardi di individui a cui portare la rivelazione e tu, cosa fai? Non pensi che a lei… perché?».
La sua considerazione che, contrariamente a quanto ci si poteva aspettare, non dava spazio ad alcuna ironia, lo turbò notevolmente. Non riusciva a trovare una giustificazione per lui e non sapeva scegliere tra tutte quelle che riservava per se. «A ogni modo» continuò «se vuoi sapere la mia opinione, lei è andata tra quelle montagne per meditare e purificarsi, il tutto durerà quaranta giorni… come fu per Cristo quando si ritirò nel deserto. Lei ora è qui, però non ha ultimato il suo percorso, ci vorrà ancora del tempo, ma se non vuoi che tutto sia inutile, dalle un tetto, magari provvisorio. Dalle parti di Basovizza sarebbe l’ideale, è una zona con una energia straordinaria».
Comprensibilmente, se la prima reazione era stata di turbamento, le ultime parole, pronunciate con tanta sicurezza, ora lo sorprendevano piacevolmente. Ciò che la sua mente non aveva nemmeno supposto, gli veniva mostrato, in ogni suo aspetto, da Claudio. Attese con trepidazione lo scadere dei quaranta giorni e iniziò la ricerca; quando la rintracciò a casa di una sua amica, inspiegabilmente tenne un atteggiamento distaccato, sospettoso. Pareva infastidita dalla sua presenza e si mostrò incredula quando le assicurò che nessuno lo aveva avvertito del suo ritorno. «È stato il caso, passando per Longera, ho visto lo scooter della tua amica sotto casa di tua madre e allora ho pensato che fossi tornata, se devo esser sincero vedo anche che sembri un’altra persona e pertanto credo opportuno che tu restituisca la copia del libro che hai portato con te. Avevi promesso di aggiungere le pagine che mancavano e non lo hai fatto, non ci sei riuscita?» A quella domanda, velata di rimprovero, rimase indifferente e annuì senza dare alcuna spiegazione. Fissò un appuntamento sotto casa dei suoi e, dopo aver lanciato un rapido cenno di saluto, si allontanò veloce. Il pomeriggio seguente, a l’ora convenuta, attendeva la consegna del libro seduto in macchina stretto da mille pensieri, quando la sua voce lo fece sussultare: «Posso salire?» «Certo!»
Si accomodò sul sedile rannicchiandosi come era solita fare.
«A proposito, ieri mi sono scordato di dirti che vorrei pure la copia che ti ho regalato quando ci siamo conosciuti.»
«Senti, vorrei che mi spiegassi perché vuoi indietro il libro che mi hai dato quando ci siamo conosciuti, non mi sembra corretto!»
«Hai perfettamente ragione, non posso importelo e te lo chiedo come un favore, perché, fino a quando lo conserverai, penserò che a te sia possibile lasciare un segno su quelle pagine bianche… se lo riconsegni potrò togliermi finalmente questa idea dalla testa e non pensarci più.»
Lei, lo stringeva al petto quasi fosse un bambino indifeso e questo lo intenerì. «Io ci tengo molto e se tu me lo levassi ne sarei addolorata.»
«E va bene, conservalo per ricordo, mormorò rassegnato» «credo non avremo più modo di vederci.»
«Guarda che non mi hai capito, sei l’amico più caro che ho e sei anche la persona dalla quale ho avuto più sostegno, non c’è ragione per cui non ci si debba frequentare.»
Ora sembrava che a quel libro, le sue mani si stessero aggrappando, la guardò indeciso, rimanendo qualche istante in silenzio.
«Sì! Forse è il caso di non interrompere il nostro rapporto, forse è giusto che questo filo non si spezzi.»
E così, sul filo dell’etere, di tanto in tanto, la loro conversazione riprese brevemente. Passarono alcune settimane e portarono con sé solo qualche sporadica telefonata. Quella sera però, doveva rivelarsi particolare. La trovò per caso da Cece, stava seduta a un tavolo in disparte e sembrava assorta nei suoi pensieri. Si avvicinò temendo rifiutasse la proposta di cenare assieme.
«Ciao! Mangiare in solitudine mi deprime, ti va di cenare con me?»
«Ciao! Mi aspettano a casa, ma non ho voglia di andarci, accetto volentieri.»
Parlarono a lungo tra un boccone e l’altro, e quando, nella trattoria si spensero le prime luci, la sua intenzione di rincasare il più tardi possibile non era mutata. Si pensò così di fare un giro dalle parti di Basovizza. L’ora era tarda e molti locali erano ormai chiusi.
«Sai, vorrei restare con te questa notte, ho bisogno di parlare, di capire, non riesco a vedere chiaramente, c’è un’ombra che cala su ciò che vedo, mentre quello che immagino è luminoso, anche se appare tanto lontano da essere irraggiungibile.»
«Non è possibile fa un freddo boia e io non posso ospitarti, ma se vuoi parlare potrai farlo, conosco il luogo adatto per discutere di certi argomenti.»
Imboccò la strada stretta e tortuosa che porta a Monrupino, e dopo una ventina di minuti, erano parcheggiati tra le mura dell’antico santuario. Avevano fatto tutto il tragitto quasi in silenzio, pareva nutrire del rancore, e qualcosa la tormentava, ne era certo, ma cosa? Lei, continuando a fissare le forme scure dei monti oltre la vallata, sembrò intuire quella domanda inespressa, perché iniziò a parlare: «Sono confusa, credevo tu potessi capire che la mia, non era una fuga verso il mondo, ma ricercavo cosa io potessi fare per il mondo.»
«Come puoi pensare questo? Dimentichi che ne abbiamo parlato? Hai scordato che ti dissi di cercare la via dentro di te e che la risposta non si trova mai lontano da noi? Saresti stupita di scoprire che la tua strada, quella che sei destinata a percorrere, sta scritta nel libro di Omraam Mikhael Aivanhov. Quel libricino verde che hai tenuto in casa per anni e di cui dicevi di aver letto solo il primo capitolo, se ci pensi un attimo» senza badare se stesse ascoltando, continuò con più enfasi. «il giorno che sei partita non ho detto “temo di perderti” ma ti ho fatto intendere chiaramente quale fosse la mia paura… temevo che tu ti perdessi».
Forse quella notte a Monrupino Daniela non capì pienamente la ragione delle sue paure, quei timori espressi prima della sua partenza per la Val di Non; ma ora il tempo non aveva più confini per lei… era finalmente libera di percorrere la Via per sempre.
Il motivo della sua preoccupazione la comprese molto tempo dopo; mentre espiava la condanna per le violenze fisiche e psicologiche che, secondo il tribunale, aveva inflitto alla sua famiglia per anni.
Durante il riordino della casa, ritrovò casualmente il diario, ormai dimenticato, sul quale alle volte scriveva ciò che il suo animo le dettava.
Due mesi prima di andarsene da Trieste, per raggiungere il trentino, la percezione di essere tenuta a una scelta era affiorata e aveva determinato in lei il bisogno di scrivere delle parole il cui senso nascosto le sarebbe apparso chiaro solo a distanza di anni.


12-7-99 – In questa mia apparente confusione necessito di un momento di riflessione, un senso alla mia via, tornare in possesso della mia energia di essere; strumento utile allo scopo dell’esistenza. C’è troppo caos intorno, la mia vera essenza non riesce a uscire, sto sbattendo contro varie possibilità.
Sento che la mia strada è là che mi aspetta, non so quale sia, ma so che non è questa, così semplice che pare già scritta. L’unione non è possibile e lo percepisco; da qui l’insoddisfazione e la ricerca di alterazione, sento il bisogno di far capire al mondo proprio quello che più ho bisogno di imparare, niente può avere importanza se non la Via. Condividere la sofferenza altrui? Nel momento in cui ero ispirata avevo rinunciato a l’amore per cercare il motivo della mia esistenza, il passaggio era d’obbligo, ma la rinuncia a l’estasi sembra mi abbia arrestata, forse ora è giunto il momento di proseguire il mio viaggio? Necessitano delle esperienze nuove? Tutto deve mutare.
L’abitudine è una brutta consigliera, non porta da nessuna parte, la ricerca deve continuare. Non voglio niente per me anche se posso avere bisogno degli altri e del loro amore. So che da sola, senza l’attaccamento a nessuno, per ora potrò proseguire; non so dove porterà il mio sentiero, ma dovunque esso porti, lì voglio arrivare.
Ti cerco o mia scintilla, mia vita, tutto fa credere che ti ho trovato, ma la strada è lunga e impervia, la mente furba non vuole morire, ci sono cose che danno forza, e solo su queste devo appoggiarmi. Quella che talvolta sento dentro me è la verità? O solo speranza che lo sia? Nessuna certezza certa, ma certezze non ne voglio, talvolta ne ho bisogno, tanto le rifuggo e più appaiono.
Il desiderio di essere completa cercando la completezza in un’altra persona, è lecito? Devo forse amare le mie debolezze umane? Assecondarle solo perché alle volte mi riportano in equilibrio? È illusione sperare che possa amarmi quanto io lo amo? Questa incertezza mi provoca un leggero dolore, un tormento lieve, in fondo; nel subconscio l’insicurezza non è forse paura di perdere qualcosa? Io non devo aver timore di rinunciare a niente perché niente mi appartiene, sembra crudele alla razionalità, ma non è così, nulla impedisce di usare ciò che ci serve senza per questo impossessarcene. Questa lotta toglie solo energia, futile è la mia paura.


Si abbandonò sul sedile chiudendo gli occhi e a nulla servì insistere perché si lasciasse condurre dai suoi. Fu necessario dividersi le coperte che teneva in macchina e lei condivise la sofferenza di un emarginato.
Era un sogno, e un sogno si può frantumare anche con una carezza. Giunta l’alba la portò da sua madre e poi rintracciò Branko, un amico di Toni, il suo vicino, quello che passò davanti alla casa di Laura mentre traslavano le sue spoglie mortali. Ora poteva seguire il suggerimento di Claudio e cercare un riparo a Basovizza.
Branko era un uomo minuto che aveva varcato da tempo la soglia dei cinquanta, ma conservava intatta una carica inesauribile. Egli disponeva di una abitazione, inabitata da anni, poco distante dalla chiesa nel piccolo paese dell’altipiano, per cui gli chiese di venirgli in aiuto.
Disse immediatamente di sì e non chiese nemmeno un misero compenso. La sera stessa, al lume di una candela, guardava le ombre assieme a Daniela.
«Le vedi, paiono senza energia, sono simili ai tanti che incontri durante la giornata, solo la consapevolezza potrebbe renderle luminose.»
Il silenziò calò con gli ultimi riverberi della fiamma. Passò un tempo indefinibile, il freddo intenso era rimasto inspiegabilmente fuori da quella casa cadente. A un tratto si mise seduta, al buio, poteva solo immaginare dal tono, la sua intensa emozione.
«Giorgio… che cosa strana mi è successa, ne avevo sentito parlare ma le ritenevo esagerazioni. Conosci l’esperienza del viaggio fuori dal corpo?»
«Certo, non c’è pubblicazione esoterica che oggi non ne parli.»
«È capitata a me in questo momento, non è stato un sogno, ne sono certa, come sono certa che la sola candela che c’è nella stanza ora è spenta. Mi sono vista distesa con te accanto, stavo nel punto dove prima si scorgevano le ombre e ho visto nitida una pigna in mezzo a noi… No! Non ridere, lasciami continuare. Era del suo colore naturale, ma dopo qualche istante ha assunto il colore dell’oro, cosa significa? E perché è apparsa proprio una pigna?»
«Si potrebbe pensare che tra quelle ombre ci sia stata una col dono della consapevolezza. Ciò che hai visto, quella pigna, ha diverse interpretazioni; può essere assimilata alla perla, cioè un bene prezioso accuratamente nascosto, soprattutto in termini spirituali, ed è anche simbolo d’immortalità. Avrai notato che viene spesso posta sui cancelli. È un augurio di prosperità e la sua trasformazione significa che un’età d’oro è prossima a manifestarsi.» «E perché tra noi? Ne saremmo responsabili?»
«E perché no? Ti spaventa l’idea?»
«Però è consolante essere l’artefice di una Nuova Era per una donna che non può avere bambini. Non potrò nemmeno insegnare ai miei figli a essere fieri e orgogliosi del loro padre.»
Il tono della voce si abbassò, la sua ironia si era fatta amara; non poteva lasciarle credere di aver vissuto un incubo.
«Non puoi esserne veramente convinta, se avessi meno sonno arretrato farei alcuni calcoli e potrei dirti il giorno che rimarrai incinta.»
Quel suo sguardo perplesso e incredulo, il buio complice non gli permise di scorgerlo, fu tradita dal riflesso della luna sul vetro della finestra. Una forte raffica di vento l’aveva spalancata.
«Guarda che non sto scherzando, so che sei scettica e su questo tema non accetti di discutere, ma vedrai che non mi sbaglio e presto ti ricorderai queste parole.»
Daniela non replicò e con un sospiro di malcelata sfiducia si infilò nel mondo onirico.


Pochi mesi più tardi il suo scetticismo riguardo la possibilità di avere un bambino doveva aver raggiunto la cima più alta. In ospedale le avevano diagnosticato una patologia di cui non era affatto chiara la natura, ma, tra i tanti spiacevoli effetti, risultava evidente anche l’impossibilità di poter avere dei rapporti, nonostante tutto, per caso, proprio in quei giorni Daniela rimase incinta. Ora Erieder poteva finire la sua storia, le pagine bianche erano state inaspettatamente riempite: era nato il Regno di Dio! Daniela aveva iniziato a percorrere la via indicatale da Omraam e, a ogni passo, era consapevole di trovarsi nel Regno di cui era creatrice e figlia.
L’uomo perfetto, l’uomo ideale, l’uomo che l’intelligenza cosmica ha creato nei suoi laboratori è simile al sole e ciò che emana da lui è della stessa quintessenza della luce solare. In avvenire, quando un uomo e una donna vorranno mettere al mondo un figlio si stringeranno semplicemente tra le braccia; le loro menti saranno così concentrate che uno spirito verrà a incarnarsi presso di loro. Si tratta di un futuro ancora molto lontano, ma è un piano evolutivo che rientra nei progetti dell’intelligenza cosmica. Ci si chiede se un uomo può fecondare una donna spiritualmente, certo, ma se ciò rimane impossibile alla quasi totalità degli esseri umani, è perché non sono ancora giunti alla vera spiritualità. Solo i veri Iniziati possono farlo.
   Un Maestro, un vero Maestro può fecondare una donna anche senza conoscerla, a condizione che accetti una idea, ed è quello il seme: l’idea. Un Iniziato lancia l’idea del Regno di Dio, dell’Età dell’Oro, e la donna che ne accetta l’idea consacra la sua vita per formare il figlio di un essere perfetto; quel figlio sarà il Regno di Dio. Il Regno di Dio può esser realizzato solamente dalle donne, il teurgo, il Bodhisattva o Salvatore del mondo, è dotato di uno spirito d’abnegazione eccezionale, non cerca la gloria né il piacere, ma desidera unicamente trasformare la terra, affinché Dio riveli sempre più chiaramente la sua presenza tra gli uomini. Egli produce il seme idea del Regno ma per ottenere delle forme solide, stabili e reali sul piano fisico è necessario che il principio femminile partecipi consapevolmente. Porterà in dono la giovinezza e la bellezza e tutte le donne sono dunque incoraggiate a nutrire in loro l’idea della realizzazione del Regno di Dio, perché è proprio quella idea che permetterà loro la trasfigurazione. Vi ho presentato uno dei maggiori arcani della Scienza iniziatica. Tutti coloro che non hanno compreso l’importanza del suo ruolo, non hanno potuto realizzare nulla, perché è solo grazie alla donna che le idee più sublimi hanno la possibilità di incarnarsi.” -La galvanoplastica e l’avvenire dell’umanità- p. 141, 143, 144, 197, 200, 202, 206, 207
Il Maestro Aivanhov illustra con parole chiare ciò che la figura femminile deve rappresentare nel prossimo futuro. Egli si è occupato di temi insoliti ma non per questo meno importanti. Escludendo la confraternita australiana che, con le sue cerimonie, rappresentava le pagine di un racconto che nessun uomo avrebbe potuto scrivere, Aivanhov è l’unico mistico che abbia previsto l’apparizione di un libro realizzato con lo scopo di sviluppare la consapevolezza totale nel genere umano. Egli predice che in quelle pagine avreste trovato scritto che l’energia, il Padre, il caso, o come si preferisce indicare ciò che si crede esista al di fuori del nostro controllo, è in realtà la nostra essenza.
Ben presto, credetemi, avverranno dei cambiamenti nella filosofia e nelle concezioni religiose degli uomini. Ve l’ho già detto: in futuro vi sarà un Terzo Testamento che completerà i due precedenti e vi si troverà una verità sottolineata, sostenuta, presentata come essenziale: l’uomo deve imparare ad avvicinarsi di più a Dio, a sentirlo dentro di sé. Allora non proverà più l’impressione di essere abbandonato. Proprio così, il Terzo Testamento porterà agli uomini la soluzione definitiva”. -La nuova religione: solare e universale- p. 53, 54

Torniamo ora alle affermazioni di Aivanhov relative alla realizzazione del Regno. Un elemento che distinguerà quel Regno dai precedenti sarà quello di essere eterno. Si ricorda a tale proposito, che questa caratteristica temporale assume significato diverso per chi è introdotto nella scienza iniziatica. Essa è vista come un periodo di tempo indubbiamente lungo ma decisamente non interminabile. Solo in seguito sarà destinato a sconfinare in una dimensione che esula dal tempo e dallo spazio.
In quella dimensione divengono ben più evidenti, e possono essere molto meglio gestiti, i fenomeni di sincronicità. Un esempio di ciò si è verificato mentre venivano apportate le ultime modifiche alle pagine finali. Il computer, inspiegabilmente lasciava una riga bianca, tutti i suoi sforzi per eliminarla risultavano vani. Non riusciva a scriverci neppure una lettera. Poi ricordò che aveva sistematicamente omesso di scrivere il nome di quel Regno. Sopra pensiero, meccanicamente lo digitò… era una gioia vedere i caratteri che compongono i nomi di Ares e di Aral apparire su quella dannatissima riga.
Aveva penato per mezza giornata e ora, grazie al caso, il nome dei due bambini che avrebbero dovuto rappresentarlo, erano lì sullo schermo, ben visibili e indelebili.
Ares e Aral sono i primi abitanti di quel Regno.

Una delle loro peculiarità sarà quella di manifestare in tutto il suo splendore la fondatezza del mito dell’immortalità. Il caso ha permesso loro di raggiungere quella meta. Un traguardo che, seppur anelato da tanti, è semplicemente lo spazio ristretto in una dimensione infinita; un punto d’appoggio per procedere verso altre mete che al momento risultano inconcepibili.
Anche Daniela intuì vagamente la formula per raggiungere quelle mete, accadde la sera che sentì imperante dentro di sé la necessità di condividere la sofferenza degli altri. Talvolta si sente ripetere che la Verità è sotto gli occhi di tutti, altre che se non diverremo come bambini non entreremo nel Regno. Riappropriarsi dell’innocenza è possibile, lo vediamo in -l’Effetto Isaia- a pag. 227. L’Autore riporta quanto accaduto durante le Olimpiadi Speciali del 1998: Nove bambini, menomati nelle loro funzioni fisiche e mentali, una mattina si erano trovati a competere insieme sulla stessa pista; al colpo di pistola che dava inizio alla competizione, erano partiti verso il traguardo situato sul lato opposto dello stadio. Fu il comportamento di un bambino con la sindrome di Down a creare un evento dal significato profondo; mentre i concorrenti si lanciavano sulla pista, aiutandosi con ogni supporto a loro disposizione in direzione del traguardo, quel particolare bambino rallentò e si girò verso la linea di partenza. Vide così che uno dei suoi compagni era caduto alla partenza della corsa e con fatica stava cercando di rialzarsi. Il bambino con la sindrome di Down si fermò immediatamente, fece dietro front e si avviò in direzione del suo compagno. Uno dopo l’altro anche gli altri concorrenti si resero conto di quanto era successo, lo seguirono così fin dove la corsa era iniziata per rialzare il più sfortunato e, aiutandolo a reggersi, si avviarono lungo la pista camminando fino al traguardo.
È stato anche scritto che i materiali con cui sarà costruita la nuova dimora saranno particolarmente preziosi. Il significato allegorico di tutto questo è semplice, Daniela lo intuì perché possiede l’animo di una bambina e poté così compiere i primi passi in quel Regno. Avvenne la sera che gli confidò la sua determinazione a condividere la sofferenza degli altri; ai suoi occhi infatti, si presentò il primo elemento, la prima pietra di cui è composto quel Regno: la scelta di condividere la sofferenza. In seguito, le si manifestarono gradualmente gli elementi che tale scelta porta con sé; i 666 astratti elementi che consentono di costruire la casa del Padre. Lei divenne consapevole che essi possono essere più o meno preziosi secondo la volontà del costruttore.
Per capire queste parole che appaiono nebulose e potrebbero venir contestate una a una, dobbiamo ricordare quanto asserito in altra parte di questo libro: che ogni cosa astratta, come può esserlo un’emozione o un desiderio, riesce misteriosamente ad agire sulla materia. Al termine di questa storia, non rimarrà che reperire gli astratti elementi indicati. Essi consentiranno di raggiungere allo stesso tempo l’immortalità e la Dimensione dove ogni pensiero viene in essere, dovrete semplicemente posare quella fondamentale prima pietra, le altre… “Chiedete e vi sarà dato!”.