Investitura

gargoile_trasparenteOltre che nel campo lavorativo, pure in quello sentimentale avrei subito cocenti sconfitte e ben peggiori; esse resero la solitudine simile a una insormontabile montagna di granito. I suoi macigni, cadendo improvvisi sul mio animo, lo schiacciavano senza pietà. “French”, così affettuosamente chiamavo un mio grande amico, non riuscì a sopportare senza soccombere quei colpi terribili.
Per evitare di seguire la sua sorte decisi di dedicarmi più assiduamente alla ricerca della vera causa del dolore e perché si manifestasse nelle sue crudeli sfumature.
Pensavo che la ragione della sofferenza potesse venir identificata, descritta e perfettamente soppesata, ritenevo nella mia ingenuità che avremmo potuto persino evitarla. L’aspetto trascendente di tutto ciò che esiste non lo prendevo stranamente neppure in considerazione. Quando in seguito compresi che ogni cosa immaginata possedeva una sua autonoma vita spirituale, fui capace di contemplare la perfezione.
Il raggiungimento di questo grado di consapevolezza mi portò a intuire che anche l’assalto al Cielo andava sferrato con delle armi altrettanto Spirituali. Per seguire la via che poteva condurmi alla realizzazione di un sogno o forse di un incubo, non avrei dovuto assolutamente cedere all’autocommiserazione, quella insidiosa nemica che attendeva la sera per disputare alla solitudine le angosce della mia anima. Mi avvicinai così allo studio teosofico, giungendo infine a contatto con le dottrine orientali. È bene precisare che la via della conoscenza è patrimonio di tutta l’umanità e attraversa ogni landa, anche quella più sperduta; quindi non la si può delimitare all’Oriente né a una singola nazione per mezzo di una frontiera o attribuire a una razza in conseguenza del suo grado di civiltà.
Ora, alle massacranti sedute di sollevamento pesi, ne abbinavo altrettante di intensa meditazione; non ero giunto ancora alla fine del sentiero, termine in uso nei testi di Yoga per indicare il percorso e le prove durissime che gli aspiranti alla trascendenza devono superare.
Lentamente, molto lentamente, sebbene impiegassi tutte le mie risorse, avanzavo sulla via della realizzazione; ne avevo conferma a ogni passo, poiché, grazie all’intuizione, contemplai dimensioni prima impensabili. Ma non ero ancora immune allo sconforto e alla sofferenza derivate dal riconoscere la mia impotenza. La solitudine dell’anima, o forse il rimorso per non essere all’altezza richiesta, mi spinsero a cercare rifugio nelle estatiche dimensioni che ben conoscevo. Un giorno dunque, ero poco più che ventenne, a una crisi più lacerante del solito reagii decidendo di sfuggire alla mia situazione infernale. Salutai mia madre dicendole che non sarei più tornato e, sordo alle sue solite preoccupate raccomandazioni, mi allontanai lentamente verso la casa di mio padre. Lo trovai indaffarato, al punto che sembrò non meravigliarsi più di tanto neppure dal cinturone col revolver che portavo al fianco.
«Ciao papà… sono passato a salutarti, sto andando via, però sono contento di averti trovato, non avrei voluto partire senza prima averlo fatto.»
«Ma dove vai? A tua madre lo hai detto?»
«Si! Le ho già parlato… non lo so ancora.»
«E quando ritorni?»
«Credo mai più».
Rimase a fissarmi silenzioso e immobile quando lo avvertii che probabilmente non mi avrebbe più rivisto. Non parlò neppure quando gli voltai le spalle e iniziai a camminare lentamente verso l’angolo della sua vecchia casa. All’ultimo istante, prima di uscire dal suo campo visivo, volsi lo sguardo e notai il rapido cenno di saluto con la mano. Risposi lasciando delle lacrime per un tratto di strada, una strada che fino a quel giorno avevo percorso senza di lui. Lui non poteva sentire che il mio cuore gridava che volevo un papà che mi prendesse in braccio, che avrei voluto posare la testa sul suo petto e sentirlo dire di aspettare assieme a lui che il mio dolore andasse lontano per non tornare più.
Prima di dirigermi verso il centro incrociai due carabinieri in via di Servola; procedevano lentamente sull’altro lato della via, se avessero notato la fondina che sbucava per metà da sotto il giaccone, sarebbero certamente intervenuti, così li seguii con lo sguardo per capirne le mosse. Non avrei accettato più alcun ordine, alcuna imposizione, alla mia pena era impossibile aggiungerne un’altra. I due si allontanarono tranquillamente, ignari della violenza che sarebbe potuta esplodere improvvisa. Ciò mi diede modo di capire quale fosse il primo dovere di un uomo: non fare né lasciare che altri diffondano il male e i suoi effluvi velenosi. Mi meravigliai di averlo potuto scordare, per cui, giunto in centro, sostai all’interno di un portone di via Ginnastica per togliere le munizioni dal revolver. Nel caso di uno scontro a fuoco, io non potevo sbagliare, non avrei colpito chi probabilmente non lo meritava.
La complessità della situazione continuava a farsi sentire: sarei sembrato per tutti un elemento asociale e pericoloso, un nemico giustamente abbattuto, in una parola, il male. Ora, ero disarmato e non sussisteva in me nemmeno la volontà di colpire; forse era proprio quello il messaggio che dovevo lasciare?… Badate a non cadere nell’errore!… O forse potevo fare di più? Ma cosa? Attraversando la città, in Viale XX Settembre trovai il fratello di un mio compagno di collegio; scambiai con lui qualche parola e ciò gli permise di notare l’arma che portavo al fianco. Si trattava di un certo Leo, a buon diritto un Ultimo, a lui, una decina d’anni più tardi, mentre eravamo nel cortile di un carcere, confidai che, trascorsi cinque o sei anni, l’inferno avrebbe aperto le sue porte alla Jugoslavia. Aggiunsi che sarebbe passato ancora del tempo e, in seguito, le stesse mura dell’inferno, quei bastioni chiamati frontiere che cingono la terra e la dividono assieme ai suoi popoli, sarebbero crollati… Se per Gerico si ricordano le trombe, per le mura-frontiere di oggi verrà ricordato questo libro.
Alla persona con la quale avevo condiviso il carcere promisi che, al momento giusto, se lo avesse voluto, avrebbe potuto rendersi utile. Il periodo adatto è questo, egli può dire ciò che ha sentito quel giorno e quanto apprese riguardo al futuro in altre occasioni.

«Ho ancora molte cose da dirvi, ma non siete in grado di sostenerle al presente. Comunque quando Quello sarà arrivato, lo Spirito della Verità, vi guiderà in tutta la Verità, perché non parlerà di proprio impulso, ma dirà le cose che “ode” e vi dichiarerà le cose avvenire. Quello mi glorificherà, perché riceverà da ciò che è mio e ve lo dichiarerà.» ( Giovanni, 16/12-13-14 )

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