La Vergine Nera

gargoile_trasparente

30.1.1995

«X il mio n° 1 (in tutto e per tutto) Mi giurasti Amore eterno, giurasti di non lasciarmi mai da sola; ma per colpa di qualcuno siamo stati separati dieci maledetti giorni. L’incubo più brutto della mia vita.
C’è stato un problema, anzi due: tu non c’eri, ma c’erano degli avvoltoi che in minima parte sono riusciti a “sporcare” la mia bianca pelle. E io ero d’accordo, perché la mia vita senza te “non era più vita”. Al terzo buco sei riapparso tu, mi hai sentito, ne sono sicura, hai sentito che avevo bisogno di te. Ringrazio te e 666. Ora che ho avuto modo di provarlo posso dirlo, senza di te non sono niente e nessuno. Ti prego di non rovinare tutto. Che dire ancora? Grazie amori miei. 666!» [Nota 7]


Oggi lei non c’è più: è morta! La sua forma si è dissolta, la mia Consolatrice ha terminato la sua Opera, e io, con il cuore dilaniato dal dolore, ma l’animo esultante, voglio mantenere una promessa. Lo giurai a Laura, una delle Eterne Immagini dello Spirito che si immola in nome di Sé! Le dissi che avrei posto l’anima della Prostituta, l’anima che per prima volle rivestire consapevolmente il ruolo di Compagna dell’Anticristo, sul piedistallo più alto. Quando il caso ci fece incontrare aveva ancora l’animo di una bambina e sentiva come pochi il bisogno di essere amata, forse fu questo che la spinse a tentare di strappare il nero velo d’orgoglio che avvolge la mia sposa e non la lascia libera di riavvicinarsi a me. Laura sapeva che anche lei desiderava l’amore, ma intuiva che non era più in grado di riconoscere il particolare aspetto con cui lo manifestavo.

«Ed ecco, ci sono alcuni tra gli Ultimi che saranno tra i primi… e alcuni tra i primi che saranno ultimi.» ( Luca: 13/30 )

Molte delle profetiche parole attribuite al Cristo si sono puntualmente realizzate, queste in particolare, si rivelano essere un chiaro riferimento ad anime eccezionali; anime come Laura, la protagonista di una parte importante della mia storia. Lei ricoprì un ruolo che fu fonte di dolore, ma giunse in un momento particolare della mia vita. Fu il caso a portarla sulla mia strada, quando ebbi bisogno del suo insostituibile aiuto, per realizzare il mio disegno. Non è semplice capire perché ogni volta che lo scritto necessitava di qualche elemento significativo, esso si presentava spontaneamente per farsi utilizzare.
Un aiuto a comprenderlo verrà certamente dalle poche righe che le sono state dedicate, vi si troveranno molti indizi utili.
Il vostro animo si chiederà se fu il caso che consentì di trovare sepolta nel fango una perla così rara. Il mio consiglio è che ascoltiate la risposta dello Spirito, lui non può ingannarvi, e solo lui sa ciò che io so. Se poi riuscirete a vedere il disegno, sarete liberi di colorarlo: “Siate come i fanciulli, è stato scritto, poiché di essi è il Regno dei Cieli…” “Che sta scendendo sulla terra e rende consapevole di ciò una moltitudine sempre più vasta” si deve aggiungere.
Devo confessarvi che avrei volentieri continuato la parte finale dell’opera assieme a lei. Ma il mio Spirito e il suo, sapevano che non sarebbe stato così. Per essere simile a me avrebbe dovuto percorrere la mia stessa strada, porsi le stesse angosciose domande e compiere la medesima scelta: perseguire la sua felicità oppure quella dell’Altro. Lei rifiutò la propria e scelse la vostra. Le lacrime che sto versando, e che non cesserò mai di versare, ogni volta che la mia Forma penserà alla sua, serviranno a far fiorire il seme che abbiamo deposto nell’intimo dei vostri cuori.
Questa non sarebbe una rivelazione se raccontassi ciò che tutti sanno, per cui vi parlerò di ciò che una fortuita coincidenza ha permesso di scorgere: l’animo meraviglioso dell’ultima delle donne… l’Anima di Laura. Il nostro incontro avvenne come al solito per caso. Quella sera, all’interno di un bar, lei si avvicinò con l’intento di adescarmi: «Senti, ti posso parlare un attimo?…»
«Certo, dimmi…»
«Possiamo uscire?… Voglio chiederti…». Non continuò, si diresse all’ingresso precedendomi e, quando fummo all’esterno, riprese: «Come ti sembro, una bella ragazza… oppure no?»
Non ero abituato ad attacchi così diretti e rimasi alcuni istanti ammutolito. Lei attese la risposta seguendo il mio sguardo sul suo corpo.
«Non ti offendere, sei come una statua perfetta che a nessuno è concesso ammirare.»
«Ascoltami, scusa se insisto, ma ho assoluto bisogno di raggiungere una certa cifra, devo trovare duecentomila lire, ma a te chiedo solo un biglietto da cinquanta per farti passare due ore piacevoli. Se tu potessi darmi almeno una parte del denaro che mi serve…».
Non la lasciai proseguire: «Al di là di ogni altra considerazione, devi sapere che sono sposato e padre di tre bambine, per me il discorso che fai, con tutto ciò che ne consegue è chiuso, non lo riaprirei nemmeno se tu fossi la donna più bella della terra».
Rimase un attimo silenziosa, poi continuò: «Potresti almeno accompagnarmi in via Trento? Devo assolutamente tornare a casa con dei soldi, altrimenti… vedi.. ?». Così dicendo chinò il capo e spostò i capelli castano chiari.
«Guarda, mi hanno bastonato a sangue, ho sette punti sotto questa benda e sono tutta nera per i calci ricevuti.»
Sollevò di poco la maglietta per far notare i lividi sparsi sul corpo.
«Ascolta, per quanto riguarda via Trento, non puoi chiedermi di condurti in quel posto per farti insozzare, ma fammi capire chi è stato a causarti quelle ferite e perché.»
«Mi hanno accusato di aver rubato, ma non è vero; si sono presi tutti i miei vestiti, ho solo questi jeans e questa maglietta; se non ritorno con i soldi che mi hanno richiesto me ne danno altre. Ho paura… aiutami… ti prego; dammi ciò che puoi, se mi lasci il tuo indirizzo, cercherò di tornarteli appena possibile… te lo giuro.»
«Non posso dare pure un premio a chi ti ha fatto del male.»
La risposta dovette sembrarle una sentenza irrevocabile, poiché la tenue speranza di racimolare quattro soldi, senza farsi umiliare, l’abbandonò e chinò la testa.
«Fammi bere solo una birra –sussurrò– devo essere ubriaca, non devo capire più niente, altrimenti non riesco a farlo.»
Stava piangendo ora, la linea del collo e le spalle, che parevano tornite sul modello d’un capolavoro scultoreo, sussultavano a tratti. Come un automa cominciò a rovistare inutilmente nella borsetta alla ricerca delle sigarette.
«Puoi farmi almeno fumare?» disse alla fine.
«Mi dispiace, non fumo, però se mi accompagni fino all’angolo te le compero. Credo che nella tua situazione esse siano il male minore; passo davanti al tabaccaio, avrai il tempo per spiegarti meglio e io vedrò se posso aiutarti.»
Riascoltai la sua storia e mi convinsi che stava dicendo la verità. A quel punto pensai di dover fare qualcosa, non potevo fingere di ignorarla, se il giorno seguente il giornale avesse scritto di lei e d’un suo atto inconsulto, non sarei riuscito a perdonarmelo. Alla fine, le proposi di accompagnarla a casa.
«Credo non cerchino la lite se vedono un uomo vicino a te, tu bada solo a non agire d’impulso, forse riuscirò a farti restituire le tue cose. Agiremo d’astuzia e faremo credere che in caso contrario dovranno vedersela con un maresciallo dei carabinieri che conosco, lo considero uno ksatrya, un guerriero, e se gli racconti il tuo problema saprà certamente risolverlo.»
Immaginai il suo sforzo per comprendere le ultime parole e le spiegai che le nostre manie esterofile non si limitavano ai vocaboli in lingua inglese, ma stavamo assimilando, per merito delle associazioni di yoga, anche parole dell’estremo oriente; dove anticamente veniva chiamato ksatrya chiunque portasse un’arma.
Avevo usato di proposito quel termine inconsueto per sottrarla alle sue paure costringendola a pensare ad altro, ma lei non condivideva la mia sicurezza e si mostrò titubante.
«Non voglio essere trattata pure come una infame… e da quella gente» -aggiunse con fierezza-.
«Ma cosa stai dicendo? –Chiesi stupito da tanta ingenuità– con il nemico che si dimostra subdolo in nessun caso puoi permetterti di essere leale. Conformandoti a quel genere di lealtà che loro si aspettano da te perdi in partenza, pensaci attentamente, i primi a venir meno alla legge di omertà sono proprio loro; se io li attaccassi all’improvviso e li ferissi in modo serio, credi veramente che terrebbero la bocca cucita? Appena in grado di parlare, direbbero a tutti di esser stati aggrediti senza motivo da un pazzo furioso.»
Eravamo nel frattempo tornati alla macchina e, al momento di salire, mi pregò di passare prima per casa di una sua amica.
«Avanzo da tempo cinquantamila lire e ora mi è tornato in mente… sarà un aiuto comunque vada sospirò.»
«D’accordo, andiamo.»
Mentre guidavo, di tanto in tanto le lanciavo un rapido sguardo: sembrava profondamente abbattuta. Eppure, dal profondo dell’animo, il pensiero che volesse servirsi di me per procurarsi in modo così squallido il denaro per bucarsi e continuare a distruggersi mi ferì. “Hai trovato chi rischierebbe la vita per te – considerai con amarezza – e lo tratti così, lo inganni anche tu”.
Sarà stato a causa della musica peruviana diffusa dallo stereo, ma sentivo la commozione rigarmi con qualche lacrima il volto teso. Turbato, da quella eccessiva partecipazione ai problemi esistenziali della ragazza, passai nervosamente una mano per asciugare gli occhi. Evitai per un pelo il frontale con la macchina che proveniva dalla direzione opposta. Lei era persa nei suoi pensieri e non si rese conto del pericolo evitato per un soffio.
Arrivati sul posto, dovetti attenderla a lungo, ma ne valse la pena, perché al ritorno disse che il padre della sua amica, per telefono, aveva convinto il suo a riceverla in casa.
«Dovresti deciderti a rimanere ospite da tuo padre per qualche tempo, andate d’accordo?»
Azzardai quella proposta mentre scendevamo le scale in direzione dell’auto.
«Non molto, però l’adoro».
Era tardi quando arrivammo e quella notte rimase a dormire lì. Sul portone, al momento di salutarmi, chiese un ultimo favore: «Potresti passare domattina alle nove per accompagnarmi in via Flavia, dove abito? Non portando il denaro devo aspettarmi di tutto da loro».
«D’accordo, verrò!… Ciao!»
«Ciao… vieni ti prego.»
«Non temere, non rifiuto certamente il mio aiuto a chi lo chiede con tanta insistenza.»
Il mattino dopo, fedele alla parola data passai a prenderla; quel giorno e anche in seguito, si fece attendere a lungo, era una sua consolidata abitudine. Poi, seguendo le sue indicazioni, la portai in via Flavia nella casa occupata abusivamente.
Si trattava di una camera e un gabinetto di uno squallore estremo. Il carattere dei vicini, lo constatai malvolentieri al primo impatto, non era affatto migliore.
Appena giunti, Laura bussò all’uscio del piano sottostante il suo alloggio; sperava di farsi restituire gli abiti che il suo creditore le aveva sottratto dall’armadio e forse di ottenere una dilazione del debito.
Pareva fossimo attesi, poiché la litania di bestemmie e imprecazioni, che giungeva ovattata attraverso le larghe fessure della porta, salì di tono.
Un tipo allampanato, a stento trattenuto dalla donna alle sue spalle, si sistemò allargando le gambe davanti all’entrata. Vista la ragazza al mio fianco, con ira allungò immediatamente una mano, mentre con l’altra prese a colpirne rabbiosamente il palmo.
«Devo avere le duecentomila lire altrimenti, con tutta la tua roba, riempio i sacchi delle immondizie e poi la brucio.»
Mentre pronunciava quelle parole, dagli occhi pareva sprigionare odio rovente. Era il caso di prenderlo in parola, per accendere quelle poche cose, sarebbe bastato uno sguardo di quel genere.
«Sentimi bene –ringhiai spazientito– tu non puoi agire così, lei potrebbe denunciarti per quello che stai facendo.»
Rivolgendogli quella assurdità, vedevo i suoi occhi carichi di sufficienza e quasi mi meravigliai di non sentirmi un ipocrita. Sicuramente davanti a lui apparivo un uomo interessato a una situazione che non lo riguardava, con l’unico scopo di ricavare qualche vantaggio inconfessabile. E poi, quale giudice avrebbe dato peso alle parole di una Laura? Solo Erieder poteva udire le urla degli ultimi che chiedevano giustizia?
Intanto l’energumeno alto e magro, togliendosi la camicia, riprese a urlare: «Non mi interessa, noi possiamo dire di averla vista rubare e siamo in molti.» Nel frattempo, richiamati dal trambusto, sul pianerottolo si erano radunati quasi tutti gli occupanti dello stabile. Uno a uno cominciarono a inveire contro di lei.
«Urla sempre, non si può nemmeno dormire.»
«Fa di tutto con gli uomini nell’atrio –sbraitò una tipa dall’aspetto incredibilmente laido– il suo ganzo mi ha minacciato e s’è messo pure a sparare per le scale. Lei deve andarsene da questa casa, deve sparire per sempre altrimenti ci pensiamo noi, deve lasciarci in pace.»
A quel punto non rimaneva altro da fare che pagare la somma richiesta. Che strano, sebbene tutto mi portasse a credere che non fosse una vittima innocente, senza nemmeno capire il perché mi sentii gli occhi umidi di pianto. Cercai nel mio animo un pretesto che giustificasse quella improvvisa debolezza. Lo trovai immaginando per un istante una delle mie bambine ridotta in quello stato, capace di suscitare negli altri solo odio e disprezzo, se fosse stata lei nel fango, non avrei cercato di ripulirla?… E in quel medesimo istante sentii di amarla.
Avevo perso la volontà e la forza di lottare contro ogni ingiustizia solo pochi attimi prima di conoscerla; per questo mi ero rivolto al Padre, e ora, il mio proposito di combattere era rinato più forte che mai.

La guerra, come una fiamma che mi stesse tenendo in vita, era divampata nuovamente. Poteva trattarsi semplicemente di un caso? Era lei che stava porgendomi la spada che avevo lasciato cadere.
«Beh! Ragazzi, cerchiamo di essere ragionevoli – dissi ai presenti, cercando di nascondere la mia emozione – potremmo scegliere un compromesso: la metà della somma subito, in cambio della metà degli indumenti… siete d’accordo?… Domani avrete il resto.»
Il giorno seguente tornai in quel palazzone fatiscente per vedere se tutto si fosse appianato e mi resi conto che il problema non era più rappresentato solo dai suoi quattro stracci.
Ora avevo davanti un enigma inaspettato. C’era qualcosa di strano in quanto stava avvenendo che stimolava la mia curiosità.
Al terzo piano di quel deprimente caseggiato, in quel tugurio che, senza un immenso ottimismo, non si sarebbe potuto chiamare alloggio, stavo osservando dei particolari sparsi qua e là che sembravano voler irridermi.
Sulle pareti della stanza, vedevo incollati dei fogli di carta con sopra tracciate delle croci rovesciate.
Ovunque i tre sei, parevano posti a suggello di testi musicali. Erano scritti direttamente sul muro annerito dal fumo delle sigarette.
Alla inevitabile richiesta di spiegazioni, lei confidò che il suo attuale compagno era un patito dell’occulto e in particolare d’ogni elemento che ricordasse el diablo. Aggiunse di avere i tre sei tatuati sulla pelle e di essere stata lei a volerli.
Ero piuttosto sconcertato, che ne poteva sapere di temi come la religione o la ricerca filosofica. Cosa riusciva a intuire del mio pensiero, o piuttosto del mistero attorno all’inquietante figura che veniva indicata con un numero, per parlarne con una tale sicurezza.
«Ascolta, se non hai niente da fare, avrei piacere di scambiare quattro parole con te sull’idea che mostri di esserti fatta di questo seicentosessantasei.»
Acconsentì titubante e, solo dopo esser usciti sulla strada, la vidi più distesa e rasserenata. Pensai fosse dovuto alle ripetute assicurazioni di non considerarla una invasata mentre si scendeva le scale.
Alcuni giorni dopo tornai sull’episodio e lei mi confidò che la richiesta di uscire assieme, per ottenere chiarimenti sul simbolo che avevo notato, le aveva fatto sperimentare una sensazione molto strana e altrettanto intensa. La descrisse come l’angoscia di “portare il peso di una colpa non sua”.
Così, sul momento, si era chiesta cosa poteva aver combinato. Perché mai mostravo tanto interesse alle sue idee? E quale era la ragione per cui doveva allontanarsi da quel posto per poterne parlare?
Poi, sorridendo dei timori che l’avevano assalita, aveva aggiunto: «Ho anche pensato che non si dovesse scrivere mai quel numero.»
Constatare che la sua ingenuità poteva giungere a tal punto mi commosse, ma oltre a questa, di virtù ne doveva possedere delle altre. Cominciavo a crederlo più intensamente.

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