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gargoile_trasparenteIl bagaglio di esperienze nel campo lavorativo non era composto solo da episodi incresciosi come quello descritto nel capitolo precedente, ma anche da alcuni insoliti incidenti e, credo opportuno, ricordare il più significativo.
Al tempo della costruzione dell’acquedotto di via Rossetti, svolgevo le mansioni di manovale presso la ditta appaltatrice. Un giorno ci chiamarono per eseguire un trattamento protettivo sulle saldature con un prodotto bituminoso particolarmente tossico. Assieme a due operai più esperti, mi infilai all’interno della grossa tubatura; procedemmo sulle ginocchia per circa cinquecento metri, fino al punto indicato dal capocantiere.
Iniziò così la seconda fase del lavoro e venne effettuato il trattamento percorrendo lentamente all’indietro la condotta. Furono necessarie alcune ore, finalmente potevamo smettere quella scomoda posizione, ma prima di uscire si pensò di fare una sosta. Uno dei miei compagni cominciò così a intrattenerci con delle battute. Passarono solo pochi minuti e, improvvisamente, la sua dizione divenne strana e quasi incomprensibile. L’altro ascoltava senza dare a vedere di essersene accorto, allora lo feci notare di proposito e, contrariamente a quanto mi aspettavo, si mostrò seccato e chiese ripetutamente che continuasse a parlare nonostante le mie obiezioni. Ancor più allarmato dalla loro apatia, attribuii l’evidente malessere alle esalazioni tossiche della vernice e decisi di uscire immediatamente.
«Ragazzi, se volete rimanere qui dentro, fatelo pure ma io esco, mi sembra ci sia qualcosa nell’aria che vi fa perdere il buonsenso e prima di mettermi a sragionare come voi torno indietro.»
A quel punto sembrarono ritrovare una maggiore lucidità; li intuii parlottare ma non intendevo perdere attimi che potevano rivelarsi preziosi.
«Da che parte è l’uscita più vicina, quale direzione va presa? Cosa conviene, tornare là da dove sono entrato o continuo verso la prima saracinesca?» –chiesi spazientito–.
Masticando le parole rispose per primo quello che stava più vicino: «Se continui, la trovi subito.»
L’altro intervenne col risultato di confondermi ancor più le idee: «Però può essere chiusa, non ho visto che la aprivano… no! Forse no!»
Parlavano ostentando molta sicurezza riguardo la distanza, un po’ meno sulla possibilità di uscire rapidamente da quella che, per me, cominciava ad assumere i contorni di una trappola mortale. Continuarono a biascicare che avevano provveduto personalmente alla posa in opera della saracinesca e che non potevano sbagliare. Uno dei due, alla fine, vedendomi ancora indeciso, aggiunse che, da quando era stata applicata, quella grossa valvola non veniva chiusa proprio per permettere il passaggio in caso di necessità.
L’istinto mi suggerì di non dar peso alle loro ripetute assicurazioni e misi la vita, almeno così credevo in quel momento, nelle mani del mio intuito. Decisi pertanto di uscire percorrendo la strada molto probabilmente più lunga ma che già conoscevo.
Feci dunque un respiro profondo, doveva essere l’ultimo all’interno di quella tubatura; se non volevo cedere ai micidiali miasmi –pensavo convinto– dovevo evitare di respirare ancora quella sostanza tossica. Mi lanciai così verso l’uscita; procedevo incurante delle mani, della testa e delle ginocchia che si laceravano contro le pareti di quella che temevo sarebbe divenuta la mia bara. Avevo percorso pochi metri appena che gettai la pila di cui ero munito, impediva di avanzare più velocemente. “Se non mi arrendo all’idea di percorrere quattrocento metri in queste condizioni impossibili, a ogni passo verso la salvezza, sarò più meritevole di vivere”.
Quel pensiero servì a darmi forza. Poi, passarono dei momenti che sembrarono interminabili. Credevo di aver fatto almeno la metà del percorso, eppure non riuscivo a scorgere nemmeno il minimo barlume. Al buio più completo continuai così la mia corsa verso la vita. A un certo punto, sembrò che il cuore stesse prendendomi a calci… pareva volermi scoppiare nel petto.
Mi arrestai e vi posai la mano… per un istante avevo creduto di averlo nel palmo; poi, senza trarre nemmeno un respiro, ripresi a correre carponi. Ora non sentivo più il martellare delle tempie; adesso le mie pulsazioni erano simili a un cupo ronzio. Un suono che, simile a un rombo lontano, sembrò far vibrare anche le pareti metalliche della condotta. Era troppo per qualunque essere umano: le braccia cedettero di schianto e crollai disteso. Non so quanto tempo rimasi fermo come una pietra dimenticata da tutti, senza percepire null’altro che il gelo di quella pietra.

«Egli sarà atterrato come lo fu San Paolo.» (S. Francesco di Paola)

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