L’inferno nel cuore

gargoile_trasparenteDevo alzarmi, c’è chi non può e non deve più attendere: quelli che mi hanno chiamato! Non ho dormito a sufficienza nemmeno questa notte; dopo averne trascorse tante insonni, piangendo impotente accanto al letto di Giada, fortunatamente ho sviluppato una sorta di autonomia di movimento indipendente dallo stato psicofisico.
Anche oggi dovrò subire la rabbia e l’odio di mia moglie, anche oggi dovrò sopportare il disprezzo delle mie bambine. Sono triste e rassegnato a dover sopportare ciò che si sta preparando; pare impossibile che proprio dalla mia famiglia, da chi sento più vicino, io non venga capito. Non esito a riconoscere i miei errori, che paiono tali solo se visti da un’ottica umana, so che pur dandoli per scontati, essi non sono comunque così gravi da giustificare la loro attuale condotta e il giudizio negativo di cui sono vittima.
Dovrò farmi forza e accettare anche questa tremenda sofferenza. So che istintivamente cercherò attorno a me chi possa aiutarmi, e so che sarà inutile, perché dovrò seguire la luce all’interno della mia anima invece delle scintille che mi affiancheranno per pochi istanti durante il cammino. Userò l’unica arma a mia disposizione, la sapienza, come si utilizza un bisturi: per separare la carne distrutta dall’odio, dalla carne che tende alla vita eterna. Purtroppo, affinché le mie figlie mi vedano, esse per prime nella giusta luce, non sarà sufficiente l’affetto, non basterà neppure un mio gesto eclatante, ma si rivelerà necessaria una molteplicità di esperienze che solo l’amore, quella straordinaria energia sincronica, può determinare. Una parte del loro vissuto sarà inevitabilmente doloroso, ma so di non sbagliare dicendo che può esserci più amore in uno schiaffo che in cento carezze.
Il mio orgoglio di padre si è spinto fino al punto di volerle plasmare a esempio per le generazioni future. Le ho dotate dalla più tenera età degli strumenti migliori: il discernimento e l’umiltà, se sapranno custodirli saranno in grado di assolvere un giorno a quel compito. Dovranno semplicemente apprendere l’uso di quegli strumenti e se al momento mi considerano il solo colpevole dei tanti torti che hanno subito, quando riusciranno a comprendere e ad amare senza riserve mi assolveranno.
Come uomo dunque, sono stato abbandonato anche da chi avrebbe dovuto sostenermi ed essermi di conforto. Mi hanno rivolto le accuse peggiori: fra le tante, che sono portato a soddisfare i miei desideri senza tener conto delle necessità di quanti mi sono vicino.
Ai loro occhi mi rivelo solo un irresponsabile, un egoista e chissà cos’altro; ed è proprio questa visione parziale e ingiusta, la punizione che inconsciamente si sono attribuite per aver trasgredito alla legge che compone l’essenza di ogni anima: onora il Padre.
Infelice sarà chi non può vedere il volto del proprio padre, anche se raggiunge un elevato grado di sviluppo spirituale. Grazie a quella sofferenza, esse capiranno che fui spinto, da qualcosa di indefinibile, a dare concretezza alla leggenda dell’Anticristo. Comprenderanno che intuii il modo di realizzare un sogno quand’ero bambino e per questo ho voluto rimanere quel bambino perdutamente affascinato da un Lila divino.
Il sogno che tutti, prima o poi, sono destinati a fare: entrare nella dimensione dove si è liberi di non imporre niente a nessuno e dove tutti possono l’impossibile. Facendo battere più forte il cuore, tanto forte da sembrare il ronzio di un’ape, proseguendo per settant’otto passi all’interno della Gran Galleria, portando sulla fronte quella piccola cicatrice a forma di croce rovesciata, acquistando, contrariamente alla volontà di mia moglie, quella tanto deprecata moto azzurra e quell’inutile computer per comporre questa opera, si è finalmente materializzato un Progetto disegnato da sempre. Oggi le mie bambine devono continuare a credere che sarebbe stato meglio se la mamma, il giorno che riuscì a sottrarlo, quel computer l’avesse distrutto.
Spetta ad altri capire, se tutto ciò che mi è accaduto, possa causare uno sconvolgimento planetario al fine di far risplendere questo gioiello incastonato nell’Universo dall’eternità.
Si sente spesso affermare che il battito d’ali d’una farfalla possa provocare conseguenze inimmaginabili a distanze incredibili; riguardo al gioiello che alcuni calpestano con disprezzo, si può dire con altrettanta convinzione, senza per questo credersi un profeta di sventure che, anche il loro gesto sprezzante scateni conseguenze altrettanto inimmaginabili.
Alla mia sposa auguro di intuire perché accettai di esser visto come padre e sposo indegno, e di perdere la mia famiglia, quando questo si rese necessario per adempiere al compito che pochi oserebbero iniziare.
Molto tempo prima che quel piccolo nucleo e ciò che avevo con sacrificio costruito per esso, venisse distrutto dalle tensioni, dalla impossibilità di comunicare e dalle influenze esterne, durante una discussione affermai che avrei perseguito il mio progetto a costo di passare con i cingoli di un blindato sopra le mie stesse figlie. Con quelle parole, chiaramente allegoriche, esprimevo semplicemente la determinazione e la consapevolezza che tutto ciò che si persegue senza scopo egoistico è possibile, ma ora mi venivano scagliate addosso come pietre da una sposa vittima dell’orgoglio. La sua ostinazione a voler procedere da sola, non le permette di riconoscere che quanto si immagina, si possa pure realizzare, e questo fa di lei un individuo indegno e incapace a rendere manifesto quello che nonostante tutto le feci intuire.
Trovandomi di fronte alla necessità di scegliere se dedicarmi esclusivamente a loro, alla mia famiglia appunto, o continuare l’Opera alla quale avevo occultamente dedicato la vita, constatai che già il semplice dilemma aveva la forza sufficiente a uccidermi. È quindi impensabile che alla guida di un cingolato potessi proseguire trovandole davanti.
La lacerante esperienza di dover compiere una tale scelta si presentò concretamente dopo un acceso diverbio, sfociato in un serio incidente, ne fu vittima la madre di Carmen. Il fatto provocò gravi conseguenze alla donna che si ritrovò con due arti spezzati, e di questa spiacevole conclusione fui ritenuto responsabile. È intuibile che non cercai di giustificarmi attribuendo al caso la colpa per il modo cruento col quale era stata salvaguardata la mia incolumità. Sarebbe stato perfettamente inutile. Sull’animo della mia acida metà, le parole, anche le più concilianti, lasciavano il segno del vento sulle nubi: aria di tempesta.
La tremenda tensione dovuta ai tanti problemi e soprattutto alle condizioni critiche di Giada, aveva ormai raggiunto un punto critico.
Era così maturata la decisione di interrompere il nostro rapporto. Da troppo tempo la dedizione verso di me e le bambine veniva dipinta, da alcuni individui ciechi e presuntuosi che ignorano dove sono diretti, come il risultato di un’ingiusta oppressione esercitata su di lei. Alle volte, i suoi atti disperati di ribellione e sfida, determinavano in me rabbia impotente, altre, quando il suo animo mi gettava in faccia tutto l’odio di cui era capace, ed era tanto, la disperazione.
Ascoltando solo l’istinto, tentavo inutilmente di obbligarla a riprendere il posto che le spettava, era scritto che sarebbe stato tutto inutile e così fu.
Dieci interminabili giorni d’inferno trascorsero, ma molti di più sarebbero potuti passare senza avere sue notizie se, il caso, non mi avesse fatto avvicinare due suore vestite di bianco che, come angeli turbati dalla sofferenza che esprimevo, rivelarono il luogo dove potevo trovarle. Lei se ne era andata portandosi con sé le tre piccole. Avrei potuto, nonostante tutto, continuare il mio compito, ma né il cuore né la mente lo permisero.
Tutto il periodo dell’affannosa ricerca, presso parenti e conoscenti, di qualche traccia che potesse rivelare dove si era rifugiata, lo passai senza dormire neppure un minuto.
Ottenni solo insulti e minacce proprio da chi aveva suggerito e agevolato il suo allontanamento. Confidavo ostinatamente nella possibilità di rintracciarle ma quando l’ultima illusione svanì, giunsi al limite fisiologico.
A questo punto, la mia storia prevede una breve pausa per consentire l’inserimento di alcune osservazioni tratte da un saggio di Jaynes, col proposito di farvi apparire comune e, privo di implicazioni patologiche, il fenomeno uditivo descritto nelle pagine precedenti; una allucinazione che si presentò in una circostanza particolarmente stressante, una situazione in cui era fondamentale riuscissi a individuare la scelta più oculata. «-Questa voce viene udita in vario grado da molte persone assolutamente normali. Spesso ciò accade in periodi di stress, quando si può udire la voce di un genitore. Un pomeriggio in preda alla disperazione intellettuale d’improvviso una voce ferma distinta e forte risuonò alla mia destra e disse: “Includi il conoscente nel conosciuto!” Saltai in piedi esclamando…-» (-Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza- pp. 113-114)
Julian Jaynes, noto docente di psicologia all’Università di Princeton, provò un’esperienza che ricorda chiaramente sia quella di Giovanna D’Arco, sia quelle che ho vissuto. Essendo un ricercatore scientifico, lui si occupò di effettuare un’analisi serrata di testimonianze letterarie e archeologiche, soprattutto mesopotamiche, greche ed ebraiche, disegnando il profilo di quella che ritiene essere la mente bicamerale: la fonte dell’autorità e del culto.
Le svolte epocali della storia e la nascita di molte civiltà furono talvolta determinate, egli teorizza ragionevolmente, da una particolare incisività sul piano sociale del fenomeno che avviene talvolta nella mente.
Un analogo fenomeno uditivo, mi accadde una sera a casa delle due persone con le quali, tanti anni prima, avevo parlato davanti alla Ginnastica Triestina all’uscita dalla Gran-Galleria.
Nei giorni precedenti, trascorsi in frenetiche ricerche, non avevo ricevuto alcun conforto, ero rimasto solo con le paure e le ipotesi più terribili e improbabili. Queste avevano roso a tal punto la mia mente e ogni resistenza che, alla fine, mentre mi apprestavo a uscire dalla casa degli amici d’un tempo, sentii giungere l’istante in cui sarei inevitabilmente crollato. In quel momento, le parole del Padre, sotto forma di un pensiero scaturito dall’intimo più profondo, trafissero la mia mente come una sentenza di morte: «Accetti di lasciarle e di continuare la mia Opera? A ciò che ti ho chiamato?» Non trovai la forza né il coraggio di rispondere a quella implacabile domanda interiore. L’intuito poté solo suggerirmi di abbandonarmi a Lui… e rimettermi alla sua volontà.
Mi riferisco come sempre a quell’essenza che si può raffigurare in mille modi e alla quale, quando vi ricorrevo, attribuivo immancabilmente la figura di un padre. Si tratta di quell’energia che spesso immaginiamo esterna a noi e capace di trasformare in un istante la nostra percezione della realtà, anche quella più terribile.
Ciò avviene più frequentemente di quanto si creda e, un esempio significativo di questo fenomeno, possiamo trovarlo negli atti del processo a Giordano Bruno: “stavano conducendolo al rogo dopo averlo sottoposto a tortura e avergli mozzata la lingua, ma il suo sguardo lasciava trasparire un’assoluta beatitudine”.
Il dramma al quale partecipavo sembra infinitamente meno atroce, ma anche per me, il sipario che stava calando, era quello sulla vita. Domandai mentalmente perdono per non essere riuscito a realizzare il suo Disegno e averlo tradito.
Quell’ostacolo si era rivelato capace di schiacciarmi eppure, nella profondità dell’animo, non sentivo il peso di quella che avrebbe dovuto essere una colpa. Fino a quel momento niente e nessuno era riuscito a spezzarmi, ma venir privato della loro presenza per dieci giorni era stato tremendo: pensare di doverle lasciare per sempre, mentre i loro passi ancora incerti rischiavano di condurle verso le tenebre, era insopportabile.
Realizzai che stavo morendo proprio a causa di ciò, lentamente ma senza scampo.
Era quella dunque la morte del cuore, chi mai poteva immaginarla più terribile, non era certo possibile sopravvivere a lungo in quello stato. Forse anche i passerotti, quando incautamente sono tenuti in cattività, prima di reclinare il capino, devono passare per questo inferno, pensai con angoscia. Poi .. accadde qualcosa di inspiegabile dalla sola intelligenza razionale, improvvisamente sentii ritornare le forze, la mia mente ricominciava a formulare pensieri di ogni tipo, il respiro ridivenne percettibile, mentre il tremore, che fino a qualche istante prima non riuscivo a frenare, era scomparso e la padronanza dei miei arti sembrò essermi ridata. Nel buio corridoio, i miei ospiti non intuirono che, sotto i loro occhi, si era svolta in pochi attimi una battaglia senza esclusione di colpi per il possesso della mia anima. Infilai il giubbotto e li salutai richiudendo la porta alle mie spalle.
Non ero passato sopra di loro, “questa volta” la mia anima non si era macchiata di vanità. Nonostante l’angoscia e la disperazione più profonde, avevo parato il colpo fino a quel momento più duro. Ci ero riuscito ponendole al di sopra della stessa aspirazione a realizzare quanto di più grande potessi concepire.

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