La nascita dell’Anticristo

gargoile_trasparente«Un uomo giusto e pio, oriundo della Galizia sarà Papa. Esso precederà il Gran Monarca di due anni circa.» Anonimo, 1490

Capitò per caso che rintracciassi questa profezia mentre procedevo alla stesura di un manoscritto, redatto con lo scopo di partecipare già nel lontano 1980, al concorso letterario -Il Leone di Muggia- e a mezzo del quale dichiaravo pubblicamente una possibile verità che tendeva a divenire, grazie a delle curiose coincidenze, sempre più probabile. Ero già fermamente intenzionato a riproporre più estesamente per iscritto, affinché venisse verificato, quello che andavo da tempo affermando. Avrei riportato i primi riscontri e gli eventi che intuivo sarebbero accaduti nel corso degli anni; gli straordinari eventi sincronici che avrebbero supportato una tesi altrimenti improponibile.
L’Anticristo, allora scrivevo, quella figura inquietante che fu chiamata il Gran Monarca o la Bestia dell’Apocalisse, secondo alcuni mistici e numerosi veggenti, avrebbe scelto proprio questa epoca particolarmente travagliata per celarsi in qualcuno al fine di raggiungere il suo iniziale obiettivo. Suggerivo ovviamente di riflettere su quanto alcuni avevano previsto: “egli si dichiarerà all’età di trent’anni e parlerà del compito che lo attende per un periodo di trentasei mesi”. Il tempo necessario a raggiungere l’età del Cristo al momento della sua crocifissione allo scopo di calcarne le orme; ma, a differenza del suo ispiratore, dovrà poi continuare la sua strenua lotta armato della sola sapienza. La sua guerra durerà ventisette anni, al termine dei quali dominerà incontrastato. Queste pazzesche affermazioni, che possono avere un senso solamente se vengono poste in riferimento al percorso storico dell’Umanità, furono scritte quando erano da poco trascorsi due anni dall’elezione del Pontefice Giovanni Paolo II. [Appendice 2]
Allora, senza immaginare che qualcuno potesse averlo previsto, scrissi che la prima sintetica stesura di questa Opera rappresentava una guerra e ogni suo foglio una battaglia. Fu quindi il caso, sotto le spoglie d’un irrefrenabile impulso letterario, a suggerirmi di vergare le pagine di un notes per raccontare le mie esperienze e le mie aspirazioni già nella lontana primavera del 1970. Erano confidenze rivolte alla mia anima e a l’inizio non prevedevo assolutamente di dedicarle ad altri.
Trascorsero dieci lunghi anni prima di riempire quel notes, ma, concordemente alla previsione di altri noti veggenti, a dicembre maturai la decisione di scrivere per lasciare un segno che potesse determinare una svolta epocale. Un libro che vi aiutasse a superare ogni ostacolo. C’era l’intenzione e nient’altro, per cui mi dedicai a scrutare tra le pieghe degli avvenimenti ciò che avrebbe potuto ispirarmi. Desideravo compiere un’opera che fosse unica nel suo genere e ringrazio il caso se, per portare a termine il libro, furono impiegati solo ventisette anni.
Durante la sua stesura valutai opportuno effettuare una accurata ricerca sul tema dell’Apocalisse. Constatai che molti libri erano del tutto inattendibili, ciononostante intuivo che si sarebbero verificati quegli eventi capaci di far credere probabile l’avvicinarsi di giorni determinanti.
Una seria riflessione sugli indizi, lasciati ovunque tra queste pagine, servirà a far sorgere l’idea che mi sia stato riservato il ruolo della Bestia. A tale proposito qualche riscontro verrà da alcuni veggenti che hanno saputo descrivere in modo estremamente preciso e particolareggiato dei fatti concreti verificatisi ai giorni nostri. L’impegno a dimostrare unicamente la correttezza di quelle previsioni richiederebbe senz’altro uno sforzo minore ma poiché le loro profezie fanno chiarezza solo su alcuni aspetti del disegno posto in quest’opera, riservo il presunto estro letterario che pare mi si voglia attribuire, alla creazione di un racconto che consenta la sua piena visione.

È dunque merito del caso se alla vigilia del terzo millennio, un’epoca che ha visto titanici scontri e dove il timore arriva improvviso, come nube che precede la tempesta… io mi senta in dovere di versare nuovamente un allegorico calice.
Vediamo che si tratta di versare, non si indica l’atto di bere l’amara coppa che alcuni si sono indaffarati a colmare in questi ultimi tempi e credo rientri nella norma se un povero cristo decide di non lasciarsi più crocifiggere!

«All’età di trent’anni l’Anticristo si svelerà pubblicamente… Egli condurrà una lotta che si protrarrà per ventisette anni, poi… detterà Legge.»

I ventisette anni indicati da questo passo profetico, grazie a un calcolo semplicissimo, li vediamo esaurirsi nel 1997. L’importanza di questa ultima data è stata intuita da molti, ma fino a ora non è emerso chiaramente come si sarebbe attuato il governo del mondo e in che modo si poteva assicurare un futuro radioso agli uomini. Oggi appare chiaro che la coscienza collettiva sa riconoscere negli eventi casuali il dito di Dio. Tra poco dunque, gli uomini, “ciechi a cui sarà ridata la vista”, vedranno quanto sia facile gettare nel fango ogni Napoleone.
Nelle nostre contrade, agli inizi dell’Ottocento, ai tempi di quello che viene oggi descritto come uno dei più grandi condottieri, la coincidenza fortuita o il caso, in sostanza una semplice astrazione che solo la mente più acuta riconosce come una delle infinite emanazioni del Figlio dell’Uomo; si rivelò capace di determinare effetti ben visibili e duraturi.
Per caso, al tempo della storica battaglia di Waterloo, l’aprile del 1815 ci fu a Sumbawa (Indonesia) un’eruzione vulcanica. Da studi recenti sappiamo che le ceneri del Tamboro furono spinte dai venti a migliaia di chilometri di distanza fino alla lontana Europa. Esse provocarono una stagione di intense precipitazioni e prima del combattimento, la marcia verso il punto scelto per posizionare i 246 cannoni francesi subì un gravissimo ritardo a causa delle strade divenute impraticabili. Il rinvio dell’attacco, deciso nella speranza di procedere su un terreno più asciutto, si rivelò un errore strategico altrettanto grave. In quello storico scontro, il caso si prese gioco dell’Imperatore anche in un’altra circostanza: la cavalleria francese attaccò le batterie di cannoni avversari per renderli inutilizzabili con dei semplici chiodi. Durante la carica, furono decimati proprio quei cavalli che trasportavano le sacche con mazze e chiodi, per cui alla fine del confronto, nel fango di Waterloo, cadde la stella di Napoleone.
Oggi, per le menti più ricettive, rivesto una forma che racchiude infinite contraddizioni ma altrettante possibilità. Tramite essa determino fenomeni impercettibili e astratti creando la storia. La consapevolezza di possedere la stessa capacità creativa crescerà in voi in modo esponenziale solo se accetterete l’idea che le profezie e le tradizioni riportate nel racconto servano alla comprensione dei fenomeni sincronici celati in queste pagine. Per il momento segnalo l’esistenza di uno scritto profetico che ci informa sul punto dal quale quei fenomeni si irradieranno:

«Egli sarà riconosciuto da una piccola croce rovesciata sulla sua fronte.»

Io chiedo soltanto che quel punto sia compreso e accettato per ciò che vuole essere: la tenue luce che illumina la via che ognuno di voi deve seguire per giungere ai cancelli dell’Eden.

Anche la persona più ottimista, riguardo le possibilità intrinseche dell’uomo, dovrà sforzarsi per accettare tali affermazioni senza alcuna riserva; pertanto è utile chiedervi di ponderare attentamente questo scritto e quello di ogni altro autore proposto in queste pagine a supporto della mia singolare tesi. Adoro ripetermi anche se ciò appare dettato da una insana presunzione, e per le mie ultime roboanti dichiarazioni ritrovo il sostegno del caso che mi pone tra le mani il libro di Peter Lemesurier:
-Sovente si sottolinea la stretta connessione fra l’atteggiamento psichico e mentale dell’umanità e i fenomeni di ordine materiale e fisico che caratterizzano il pianeta che la ospita. Questo possibile legame viene definito da Goodman con il neologismo “bio-relatività”. Non è, in sé, un concetto nuovo, ma non è certamente semplice da spiegare. Ciò che è comunque certo è il fatto che la psiche umana possiede un potere e una forza così estesi e tremendi da superare ogni previsione, anche la più ottimistica.- (-Le Profezie che guidano il mondo- pag. 255)
Prima di proseguire va detto che considero nobile votarsi alla eliminazione degli ostacoli sul sentiero che conduce alla meta indicata in questi fogli. Questa confidenza non mi farà certo apparire meno presuntuoso, ma non è questo lo scopo della mia confessione; la vergo affinché anche altri agiscano al più presto come figli di Dio.
Verso gli anni settanta, misi sulla carta le prime impressioni che in seguito si sarebbero rivelate preziose per la stesura di questo libro; già in quei fogli sostenevo un concetto che, ne ero certo, sarebbe stato in seguito deriso e ritenuto assurdo, il parto di una fantasia malata; ma il mio animo vedeva la remota possibilità di far un giorno apprezzare la mia ipotesi anche da altri. Era giunto il momento di togliere la coltre dei secoli, stesa su una Verità celata, anche a coloro che videro l’immagine del Cristo e quella dell’Anticristo poste sullo stesso altare per essere adorate.
Gli studiosi di storia medioevale sanno che presso la cristianità, dopo l’anno Mille, quelle impensabili cerimonie continuarono per circa trecento anni. Ai giorni nostri, troveremo delle profonde analogie per quelle due antitetiche figure. Esse sono l’amaro frutto dello stesso scherno e dell’identico odio che, a piene mani, tanti riversano attorno a sé. Mentre termino quest’opera, intuisco che il mio sofferto percorso era necessario alla comprensione del fantastico progetto che avevo in mente. Un indizio di ciò lo fornisce Giuseppe, un giovane a cui prestai una bozza del libro, lo riconsegnò dopo avervi scritto con un pennarello rosso una strana richiesta, un desiderio che a molti lettori consentirà di intuire cosa si nasconde tra le sue pagine: –Manda quindi il tuo segno e perdonami di tutte le sofferenze che hai dovuto subire nel corso della tua vita.
L’animo del giovane chiese un segno, e subito si formò quanto chiedeva con due aspetti diversi. Il primo, che viene descritto al secondo capitolo dove si parla della stupefacente possibilità di creare coincidenze significative, è rivolto espressamente a lui, l’altro si rese evidente subito dopo sulla fronte di un sacerdote. [Appendice 3]
Quando dalle vostre anime verrà la stessa richiesta, ci sarà un segno come al tempo dell’ultima piaga in Egitto. Se pensiamo agli storici, stufi di ripetere che la storia è, più spesso di quanto si crede, destinata a riproporsi, guarderemmo con minor sufficienza i segni premonitori. Allora furono segnate col sangue le porte delle case per salvare i primogeniti da un angelo sterminatore; in questi tempi, chi riceverà quel dono del Padre atto a distinguerlo, sarà risparmiato nel Giorno dell’Ira! Come per Giuseppe, anche il vostro segno avrà due aspetti, uno tangibile, l’altro astratto ma dal medesimo effetto.
Il giorno successivo, consegnai una seconda copia della bozza del libro a un ragazzo che avevo incontrato casualmente e che si era offerto di leggerla per poter dare il suo parere. Egli, la sera successiva, suonò alla porta per riconsegnarla. In quel momento ero in cantina occupato con la caldaia, per cui gridai al visitatore: «Sto preparando per accendere il fuoco, un attimo di pazienza che vengo, ho quasi finito.»
«Lo so, ardo d’impazienza.»
Quella risposta inaspettata mi fece risalire velocemente le scale per andare ad aprirgli. Sui gradini davanti alla porta d’ingresso c’era il giovane sulla ventina d’anni che al momento nemmeno riconobbi. Il sole, ormai al tramonto, ne illuminava i capelli cambiandone la tonalità e dal volto parevano sprigionarsi riflessi di bronzo. Il tono di voce, leggermente metallico mentre porgeva il libro, mi meravigliò ancora di più: «Signore, se vuole posso colpire chi lo ha tradito, non serve che me lo chieda, basta che possa pensare che lei lo voglia.»
Aveva pronunciato quelle strane parole fissandomi con decisione negli occhi. Scrutai quello sguardo temendo per un istante di leggervi l’odio, ma vi scoprii in profondità solo tanta tristezza. Poi la mia attenzione fu attratta dalla sua mano sinistra, era stretta su qualcosa, pareva essere il calcio di una pistola infilata nella fondina alla cintura. Forse aveva lasciato di proposito che si scostasse il pesante giubbotto che indossava.
«Senti caro ragazzo, credi che io non possa disporre di armi ben più letali e distruttive delle tue? Io posso solo consigliarti di avere fiducia nel Disegno che sta realizzandosi e aspettare, poiché non è giunto ancora il giorno dell’ira, ed è questo tutto ciò che sento di doverti chiedere.»


Perdonate ancora queste digressioni, sono necessarie per capire i diversi livelli di pensiero che si avvicendano nell’animo di ogni scrittore mosso dal desiderio di donare ad altri parte di sé. Sarà utile inserirli in queste pagine e un modo per farlo agevolmente è quello di tornare un attimo alla fine degli anni settanta dopo l’inquietante episodio descritto nel terzo capitolo. Al termine del particolareggiato racconto di quella drammatica esperienza non saranno pochi coloro che vedranno affiorare una sconcertante analogia tra quella singolare avventura e le visioni tramandate da molti veggenti. Potranno anche scoprire che essi attribuirono a quanto visto, chi il valore di una Iniziazione, chi l’importanza di una leggendaria Investitura.
In quei giorni lontani l’istinto mi suggerì di sopportare ogni sofferenza ed evitare di reagire alle provocazioni; la decisione di addossarmi quel gravoso impegno fu presa dopo aver osservato le già tante analogie tra le mie insolite vicissitudini e quanto sostenuto da tante profezie, formulate nel corso dei secoli e relative alla tanto esecrata figura dell’Anticristo.
Successivamente, scremando gli orpelli fu possibile sovrapporre perfettamente l’idea forma di quella figura messianica, che per molti rappresenta il bene, a quella che solo rari illuminati rifiutarono quale espressione del male. Identificare la figura del Cristo con quella del suo Avversario è una operazione concettuale che può apparire impossibile a compiersi ma, nel caso che stiamo trattando, è stata suggerita proprio dal caso. Cercare riscontro ai numerosi indizi e, valutare l’opportunità di dover ricoprire un ruolo così poco simpatico, anzi, decisamente diabolico, mi portò a riflettere sul motivo delle azioni, fosse pure una semplice parola, che così frequentemente ferivano il mio animo quando non erano dettate da sentimenti sinceri. Tanta sensibilità, che di per sé non è molto frequente, era incompatibile con la personalità attribuita all’Anticristo da tanti veggenti. Quella che per molti aspetti si rivelava una figura ben più enigmatica di quanto si potesse supporre, ad alcuni visionari si era mostrata come una possente entità benefica. La sola capace di dare attuazione alle parole attribuite al Cristo; parole ispirate da condividere, indipendentemente dal fatto se egli sia realmente esistito.
Ecco finalmente la spiegazione di tanti turbamenti e tante sofferenze, semplici anelli di una catena che avrebbe permesso di legare indissolubilmente due delle infinite espressioni del Divino. Sarebbe stato proprio il dolore sofferto per le identiche ragioni a rendere possibile l’incredibile simbiosi. Ma come accadde con il Cristo, solo chi si mostrava capace di scorgere ogni forma materiale alla luce dell’intuizione, vedendo la Bestia e udendone i segreti lamenti, avrebbe saputo condividere la sua sofferenza.
Scrivendo di possedere una sensibilità non comune susciterò certamente commenti ironici e delle smorfie di incredulità in chi mi ha conosciuto o frequentato. È facilmente intuibile la ragione per cui alle volte ho simulato atteggiamenti che sembrarono superficiali e altre indifferenza. Se sfogliando una rivista che documentava la morte di tanti bimbi per le ragioni più assurde, avessi ceduto alla disperazione e, piangendo avrei urlato le vere cause, i motivi inconfessabili che permettevano quelle atrocità, non sarei rimasto certo inascoltato, mi avrebbero immediatamente internato in qualche istituto per disabili psichici.
Queste difficoltà si presentano quando si rivendica dal profondo dell’animo l’identità con il Cristo, a quel punto si realizza anche l’unicità con gli Ultimi e si sceglie di non lasciarli. Sono trascorsi duemila anni da quando, a chi proclamava alle genti la necessità della condivisione, fu riservata la croce; all’Anticristo, al condottiero che William Blake sostiene debba guidarvi all’assalto del Cielo, a colui che rende la sua anima e il suo corpo duri come il diamante per divenire l’ariete pronto a scardinare le porte del Paradiso, di quella dimensione a cui tutti anelano, cosa riserverete?
Oggi c’è solo una risposta a questa domanda, quando l’ultimo tra voi avrà passato la soglia, questo ormai inutile ariete verrà bruciato, sarà scordato fino al giorno in cui altre porte, di altri Eden, dovranno essere aperte.
Nelle versioni precedenti presentai alcuni fatti e li interpretai senza badare se apparivano banali o tendenziosi. Sarebbe puerile e sciocco continuare a farlo, poiché rappresentavano solo delle pietre d’inciampo temporanee che ora non sono più necessarie e sulle quali i ricercatori del Vero più smaliziati non devono cadere.
Riproporli tra queste pagine sarebbe controproducente perché renderebbe meno credibile ciò che vado da tempo affermando: “È probabile che gli eventi annunciati dai profeti di ogni epoca e di ogni credo, relativi all’inquietante figura dell’Anticristo, si siano in gran parte già verificati, mentre altri stanno gradualmente realizzandosi per sua volontà.”
È evidente che per ogni parola scritta su questi fogli, sarà possibile trovare una spiegazione completamente diversa dalla mia se ci si lascia guidare da sentimenti che non sono stati sublimati e che hanno i giorni contati; essi sono: l’invidia, la prepotenza, l’egoismo, l’orgoglio, la mai sufficientemente biasimata indifferenza e altri con altrettante negative peculiarità.

«Colui che ha nel cuore l’inclinazione all’errore, è sempre alla ricerca di cavilli, sottigliezze, interpretazioni differenziate.» (Corano: III, 7)

Sarà riconducibile al caso il modo in cui mi giunse il passo coranico usato a sostegno delle mie parole? Mentre digitavo il mio convincimento filosofico sulla tastiera, intuii necessario che lo stesso concetto fosse diffuso da un grande innovatore; doveva essere vergato su di un libro di riconosciuta importanza. Sentii imperioso l’impulso di verificare se qualcuno l’avesse già fatto; pensai che era come cercare un ago nel pagliaio ma chiusi il computer. Non potevo fermarmi se ero spinto da motivi più profondi che dal compiere una semplice passeggiata.
E così, assieme a Gilly, una donna che conoscevo da tempo, andai al solito negozio di libri usati. Entrando, un solo volume, posto nella vetrina, attirò subito l’attenzione: per caso, proprio la prima pagina conteneva quella perla di saggezza; viene infilata in queste righe perché gradualmente si chiarisca il significato del mio manoscritto.
Dicendo di esser mosso dalla necessità di proporvi ciò che la mente di un saggio ha intuito, cado in contraddizione sostenendo di essere libero da ogni vincolo. Questo modo espressivo appare inconciliabile solo a una analisi superficiale, in realtà l’uso dei termini devo, voglio, desidero ecc… potrei comodamente sostituirli, nessuno escluso, con la parola amo. Scrivere un libro senza di essi, dovete riconoscerlo, è molto arduo; più difficile ancora far credere che amo conoscere la vostra interpretazione degli episodi riportati, che amo ciò che al termine della lettura avrò lasciato nelle vostre menti e, soprattutto, che amo coinvolgervi nella storia che nessuno poteva scrivere.
L’importanza dell’atto d’amare risulta chiara quando si comprende che esso permette di scoprire-creare alcuni di voi incapaci di ricercare sottigliezze ed errori nel mio scritto. Alla fine è proprio la gioia di creare che porta ad agire per gli altri.
Il racconto riguarda il percorso, unico nel suo genere, che dovetti seguire; un percorso di vita che, senza alcuna ambizione né compiacimento, definisco esaltante. Una via che può portarci a determinare uno sconvolgimento planetario e, i molti indizi che lascerò tra queste pagine, per poter assurgere a prove, dovranno essere attentamente vagliati da voi senza pregiudizi.
Sembrerà strano, a quanti si accostano per la prima volta a questi temi, che i termini usati per indicare il diabolico “666”, siano spesso quelli adoperati per designare quanto di più nobile ci sia.
Altrettanto strano il fatto che, pur indicando degli obiettivi tanto utopici da apparire spirituali, si possa scegliere di indossare i panni del figlio del Maligno.
Con ironia voglio ricordarvi che per ottenere un buon raccolto ci si deve prima servire del letame. Tenetelo a mente e, se riuscirete a credere che uno spirito realizzato è libero d’amare l’anima più sperduta al pari di quanto ama voi, ne comprenderete il machiavellico fine e lo sosterrete.

«Se amate quelli che vi amano, che merito ne avete?… Siate dunque perfetti come perfetto è il Padre vostro.» (Matteo: 5/46-48)

Molti non comprenderanno chiaramente ciò che voglio annunciare, esterneranno il loro sdegno, cercheranno di distruggermi con le accuse più subdole e certamente diranno: “Dovrà esserci della ferma contrapposizione tra i due, tra il Messia dei nostri padri e l’Anticristo. Tra noi che rappresentiamo il bene, rispettando la volontà del nostro Signore e coloro che scelgono di seguire la Bestia. Noi creeremo quantomeno un’insanabile frattura, non saremo così pazzi da imitare chi scende a compromessi con il Male, noi lotteremo per distruggerti.”
Essi non vengono nemmeno sfiorati dall’idea che un Cristo, e chiunque incarni valori universalmente riconosciuti, coerenti con le ispirate parole riportate da Matteo, possano amarmi fino a condividere le mie sofferenze… fino a essere me!… E dunque… protetto e guidato dal Padre al pari di ogni altro essere. Questa verità è difficile da accettare, non è da tutti saper riconoscere quella legge particolare che permette di trascendere le dimensioni conosciute: “quando si Ama si È”.
Si pensa di trovare le ragioni dell’esistenza prima e meglio di chi è privo di titolo accademico; si ritiene pure di poter distinguere tra ciò che è reale o perlomeno possibile e ciò che non lo è.

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Da un antico manoscritto

Benvenuti i nuovi saggi, perché vedremo così realizzarsi l’ennesima profezia relativa al nostro tempo:
«Verrà il giorno che i saggi saranno ritenuti pazzi e i pazzi saggi!»
Infatti, gli occhi di Dio, di ogni possibile Dio, vedono le fedi basate sul dualismo come pura follia. Mai come ora, però, tante menti sono state così vicine alla comprensione di questa verità, e mai come ora, tengo ad avvertirvi, delle menti si riveleranno tanto ostinate nel rifiutarla.
Amico, fratello, inquieto viandante cosmico che mi stai seguendo e che ritrovi in queste righe le qualità proprie di uno spirito identico al tuo, mi rivolgo a te per dirti che ci sono infinite ragioni per cui raggiungerai la tua meta; ma se affermo che al momento sono soprattutto io a volerlo, tu ti ritrai, ti senti defraudato della tua libertà. Ma tu… tu ti sei mai chiesto realmente quale sia questo traguardo? Hai mai trascorso giorni e notti con questa domanda nella mente? Hai rinunciato a tutto ciò che ti potesse distrarre dall’impegno di scoprirlo? Hai lottato semplicemente per amore della Verità e per esser degno di ricevere la risposta? Medita senza pregiudizi per intendere rettamente questo breve racconto e ti accorgerai di volare verso il filo di lana. Scolpisci infine queste parole nel tuo cuore e rammentale, se puoi, a ogni pagina: “Come l’ala della colomba si serve dell’aria per poter volare, così tu dovrai servirti della saggezza per librarti nella felicità che saprai donare”.
Passò del tempo da quando feci circolare le prime sintetiche copie di questo scritto. Lo scopo era quello di vedere se la visione, che iniziavo a esporre, aveva qualche possibilità di essere condivisa o almeno di venir valutata senza pregiudizi.
L’invito a intraprendere la via della conoscenza e di addestrarsi all’azione impeccabile non fu correttamente compreso, riprendo quindi il mio lavoro per inserire nel contesto altre indicazioni. Serviranno a riflettere sulla possibile meta che ci attende e sul modo più idoneo a raggiungerla.
Obiettivo prioritario dunque, di chi condividerà ogni visione olistica e trascendente, sarà quello di adoperarsi, ove umanamente possibile, per ridare all’ambiente la sua funzione originale: quella di ospitare ogni forma di vita, anche le più umili, nel modo voluto dalle leggi naturali. Leggi che non si adeguano a quelle concepite da uomini con cariche politiche più o meno importanti.
Chi si opporrà a un tale progetto, ed è naturale che ciò avvenga, non potrà più ingannare i popoli con la missione di esportare la democrazia. Egli sarà il solo responsabile dell’effimero sollazzo del mucchio brulicante di vermi che, a causa della sua protervia, contribuirà a soddisfare.
Molte parti di questo scritto paiono oscure, altre vengono puntualmente irrise soprattutto da coloro ai quali la presunzione impedisce di ammettere che un dubbio su tali argomenti possa essere legittimo; ma è bene si sappia che proprio quelle persone saccenti domani non riusciranno a trovare il filo! Per condividere la visione che sto lentamente illustrandovi, ci si dovrà servire di alcuni luminosi indizi; essi sono stati posti da mani compassionevoli in epoche e luoghi diversi affinché fossero trovati al momento opportuno.

«Dio visiterà il mondo con la religione dei S. Crociferi, derisi sul principio dagli increduli… ma dopo la vittoria… il loro riso si tramuterà in pianto. I Crociferi faran stragi immense, e si vedran scorrere fiumi di sangue dei ribelli a Dio.» (S. Francesco di Paola)
«Arriverà un giorno in cui sarà necessario distruggere tutto ciò che ha portato l’uomo a prevalere sull’uomo.» (La Monaca di Dresda)

Al fine di ottenere una più ampia comprensione del Progetto, è importante che i passi profetici, citati mentre ci si inoltra in questa romanzesca vicenda, vengano comparati con la descrizione degli eventi vissuti dal protagonista e dagli altri interpreti del racconto; molti di quei passi sono tratti scrupolosamente dagli scritti di mistici saliti agli onori degli altari. Le loro profetiche parole dovrebbero far riflettere soprattutto i credenti, ossia coloro che, senza secondi fini, seguono i consigli del proprio animo; quei mistici vengono ricordati per le virtù e i meriti spirituali che i credenti tengono in particolare considerazione e quindi, è possibile giustificare chi si rifiuta caparbiamente di ascoltare i loro accorati appelli? Certamente, ma è più utile ricordare che gli argomenti, a sostegno della credibilità di quei messaggi, sono posti fra queste pagine come fiori sulla via che state percorrendo. Coglieteli per abbellire il vostro animo.
Con un fulmineo sguardo nel futuro, vedo il plauso per questa opera diffondersi, questo diverrà da sé motivo di scontro inevitabile, terribile e definitivo, in una parola: Apocalittico! Siate ciononostante sereni e fiduciosi, è stato scritto che non un solo capello del vostro capo perirà. Lo Spirito veglierà sul vostro animo, crederlo sarà difficile, ma riuscire a farlo è meraviglioso; mi auguro possiate ricordarlo quando sorgerà il sospetto che si cerchi d’ingannarvi per qualche scopo inconfessabile; tenetelo a mente anche quando sembrerà che si voglia semplicemente stupirvi parlando di una dimensione dove l’impossibile rappresenta la norma.
Nel presentare questa storia, meravigliosamente vera, sarò di volta in volta oscuro, ripetitivo, contraddittorio e inflessibile, poiché abbatterò con determinazione quanto avrò sostenuto in precedenza con estrema fermezza. Metodo migliore per lasciarvi liberi di accettare o meno le mie parole, la mia verità, non ho saputo trovare. Dipende solo da voi se gli infiniti aspetti della realtà si sveleranno in modo straordinario, da un vostro semplice atto di volontà o, se preferite, di consapevolezza. Il vostro spirito è onnipotente, rendetevene conto e potrete richiamarlo in azione più rapidamente di quanto possiate supporre.
Se quanto leggerete fosse logico, razionale e vergato con stile impeccabile in quanto l’autore vanta titoli accademici, la vostra mente comprenderebbe perfettamente; ma talvolta è segno di ingenuità, altre di presunzione, ritenere che le infinite espressioni di un Dio debbano limitarsi a ciò che trova riscontri e può venir riprodotto sperimentalmente. In questo caso, esigere da Lui un capolavoro letterario, sarebbe come pretendere che gli alberi crescano solo dove possano farci ombra invece di essere sistemati a caso sul nostro cammino.

Queste pagine dunque rappresentano un fenomeno naturale semisconosciuto… esse vanno studiate con amore e umiltà perché un giorno ci si possa servire dell’energia che emanano.
Alcune tradizioni profetiche fanno dei riferimenti ai tre padri dell’Anticristo; il compito di uno di questi fu quello d’impedire che smettessi di scrivere il mio racconto.
Il personaggio in questione, nel corso della sua vita ebbe occasione di parlare, seppur per pochi istanti, con chi ha lasciato una profonda traccia di sé nella storia. Ricordo i nomi di alcuni: parlò di Kennedy, Jung, Rommel, e altri dello stesso spessore; a questi è doveroso aggiungere la madre di Salvo D’aquisto perché si comprenda che dei semplici insegnamenti, impartiti in giovane età possono, con altrettanta semplicità, cambiare la Storia.
È soprattutto da anime come la sua che apprendiamo la capacità di donare eroicamente la nostra vita.
L’uomo destinato a fornire la spinta decisiva necessaria al proseguimento dell’Opera, era ormai giunto al tramonto quando lo incontrai. Dava l’impressione di non credere più nell’essere pensante, nella sua capacità d’amare; ciononostante mostrava l’ansia di trasmettermi quello di cui andava certo: vedeva profilarsi all’orizzonte nere nubi di tempesta e, a sostegno di quanto asseriva, citava profezie antiche e recenti di mistici d’ogni razza e paese.
Se avessi cercato dei riscontri a quelle che mi venivano sottoposte per suo tramite, avrei indubbiamente impiegato una vita; ma sapevo quale era in realtà il compito che mi attendeva. Intuivo dietro a degli eventi apparentemente normali, un disegno difficile già da concepire. Volerlo realizzare poi,… meglio non parlarne. Mi sarei certamente arreso se non avessi avuto la ferrea certezza che, col tempo, le prove a favore della tesi che andavo proponendo, sarebbero divenute più numerose ed evidenti anche senza un mio intervento cosciente.
Alle volte, quel “pazzo” che aveva il prezioso dono della saggezza, dimenticava il suo pessimismo e sembrava volesse prendersi la rivincita sulle pene che aveva sofferto affermando solennemente, quasi fosse una verità rivelata, il dovere dell’uomo di adorare .. … ….., lasciandomi sorpreso e divertito.
Nelle discussioni che spesso sorgevano, in qualche occasione istintivamente gli ponevo delle obiezioni; non potevo impedirmi di farlo quando affermava che prima della fine, per lui apocalittica nel senso più catastrofico del termine, l’Inghilterra avrebbe avuto un re claudicante il cui nome sarebbe iniziato con la lettera “C”.
La previsione era senz’altro fuori luogo e sembrava presentare poca o nessuna attinenza con la realtà. Lui ribadiva la serietà delle sue parole raccontando l’incidente capitato al Principe Carlo durante una partita di polo: una caduta da cavallo che gli procurò un handicap permanente a cui si era posto rimedio ricorrendo a una calzatura ortopedica. Allora, ricordando la via che avevo scelto di seguire, rimettevo agli increduli l’onere di trovare i riscontri alle tante previsioni che ci sono giunte.
Egli dunque, fu visto dai veggenti come un personaggio dalla profonda esperienza, forte di una conoscenza enciclopedica e di una fede incrollabile; ma, per quanto stravagante, retaggio questo delle tante sofferenze patite, tra cui ben tre condanne a morte evitate per un soffio, secondo i suoi racconti estremamente veritieri, il suo apporto si rivelò determinante.
Durante i nostri incontri, immancabilmente traevo elementi utili alla mia opera; questo, unito alla profonda affinità dei nostri animi, mi porta in effetti a considerarlo come un secondo padre, e non per calcolo ma per affetto sincero.
Riguardo quello strettamente fisiologico, ne parlerò più diffusamente in seguito, si vedrà così che le due figure, unite solo dalla profonda considerazione che nutrii per esse, si presentarono in due distinti periodi della mia vita per lasciare entrambe un segno indelebile.
Ringrazio quindi quel gran conoscitore delle miserie umane e passo a esporre alcuni elementi di riscontro ricavati dal primo libro sulle profezie che il destino mi pose tra le mani e che vengono attribuiti alla setta del “Great Sunset” nell’Oregon. Era questa una confraternita attiva in quelle contrade circa due secoli prima della fatidica soglia dell’anno duemila. Vedremo in seguito che ha saputo dare, dei luoghi e degli eventi riguardanti l’Anticristo, una descrizione precisa che, per uno scherzo del caso, corrisponde pienamente ai luoghi che frequentai e agli episodi che trent’anni prima segnarono la mia vita. I suoi adepti ebbero in grande considerazione il padre adottivo, il Fisherman, in quanto ritenuto colui che sarebbe stato designato a infondere la sapienza a l’Antilegge.
A conferma della loro abilità nel prevedere gli avvenimenti futuri, si deve aggiungere che gli stessi adepti dell’Oregon, pensarono a un porto di mare come il luogo destinato a ricevere la nascita del “Figlio delle Tenebre o dell’Ultima Ora”. Detto questo, constatiamo che essi si dimostrarono perfettamente idonei allo scopo per cui si erano associati e che non temevano di dichiarare pubblicamente: preparare la via all’Antilegge. Lo fecero parlando in anticipo degli eventi che sarebbero accaduti al tempo della sua presenza.
Credo sia superfluo commentare la loro precisione nel formulare questa previsione e quelle che più avanti troveremo esposte; però voglio porre un’ironica domanda riguardo il mio vero progenitore: sarà quello comune a tutti, oppure, scomoda eccezione, si tratta del Maligno? Ai posteri, come si usa dire, l’ardua sentenza. Saranno forse d’aiuto le parole con cui mia madre mi feriva: “Tuo papà disi che non te son suo fio”. Secondo l’interpretazione del commentatore di quel primo libro sulle profezie che il caso mi spinse a leggere, il “figlio dell’Ultima Ora”, avrebbe trascorso la gioventù in un quartiere periferico, ed è proprio in tale ambiente che il protagonista di questa storia passò i suoi primi anni di vita. Altri passi profetici rivelano che la terra, prescelta quale luogo della nascita, sarebbe stata lambita dal mare, “amante dolce” e, un osservatore posto sulle alture dinanzi a Capodistria, nota che tale descrizione si sposa perfettamente. La piccola cittadina è tra i porti più importanti dell’Adriatico e, nonostante i recenti lavori di bonifica, appare tuttora circondata dal mare; essa, per un lungo tratto viene lambita da acque che paiono quelle di uno stagno, basse e immote.

Capodistria

Capodistria

Dalla banda di assatanati dell’Oregon, passeremo ora alle parole di Caterina Emmerich, una famosa mistica nata nel 1774 che, durante un’estasi, descrisse minutamente la città di Ur, giungendo a indicarne con esattezza l’ubicazione sotterranea in Caldea. La sua descrizione fu raccolta trentatre anni dopo dall’archeologo americano Taylor, il quale, eseguiti gli scavi nel luogo indicato dalla Emmerich, mise alla luce le vie, le case e le piazze descritte dalla mistica con la massima precisione. Ella disse pure:

«Se non sbaglio, conobbi proprio allora che cinquanta anni circa prima del Duemila, Lucifero sarebbe stato messo in libertà!» (Caterina Emmerich)
«Il suo primo nido sarà di pietra, accanto all’onda del mare… verrà quando la pianta perde le sue foglie (alle nostre latitudini ciò avviene in ottobre) crescerà dove il cuore del formicaio finisce per lasciare il prato alle piccole formiche”… “Egli perciò dovrebbe nascere intorno all’anno 1949-1950.» (S. Brigida)

Numerose profezie, molte coincidenze e alcune recenti intuizioni scientifiche, faranno apparire possibile la sconvolgente ipotesi che verrà illustrata su queste pagine in tutte le sue sfumature.
In un paese, posto sulla costa dell’Istria, a pochi metri dal mare, l’otto ottobre del 1949, qualcosa di indefinibile si rivestì della forma di un bimbo e rivolse nuovamente gli occhi sulle miserie e gli splendori del mondo. Molto prima che questo accadesse, quella santa riuscì a vederlo, se fu in grado di profetizzarlo con tale precisione e, all’interno di questa storia, si vedrà che la possibilità di scrutare al di là del tempo non è una prerogativa esclusiva dei mistici cristiani.
Tra i tanti che si sono sentiti in dovere di tramandare le loro visioni, gli adepti della setta dell’Oregon mostrarono anch’essi questa capacità ma, essendo deputati a preparare l’avvento dell’Anticristo, non possono al momento esser considerati dei cristiani.
Dai vaticini riportati fino a ora e da quelli che presenterò in seguito, potrete trarre la convinzione che sia possibile intuire gli accadimenti futuri.
Se quelle profetiche parole saranno lette e ponderate dal vostro animo, lo Spirito che tutto pervade vi farà scoprire la ragione per cui ciò avviene. Avrete la certezza che ogni evento accaduto ha lo scopo di farvi raggiungere la Realizzazione.

«O voi, sì! Proprio voi… uomini sommi che il mio occhio incontra, questo mi fa ridere segretamente: siete talmente estranei alla Grandezza, che per voi sarò terribile nella mia Bontà.» (Nietzsche)

Ho scelto questo pensiero, suggerito dallo spirito immortale a un uomo che ci ha lasciato una profonda traccia di sé, per introdurre un tema o piuttosto una domanda che mi sembra molto pertinente. Si tratta di trovare un termine appropriato per le stragi immani dei propri nemici che il Dio di ogni credo si riserva, perché tali olocausti, secondo tutte le religioni, nessuna esclusa, sono chiaramente prospettati.
I non credenti che hanno modo, grazie alla paziente lettura di questi fogli, di conoscere il mio pensiero e cominciano a cercare quei segni che preludono a un mutamento, potranno sostenere di trovarsi di fronte a un’endemica e prevedibile follia collettiva. Però i veggenti hanno parlato anche di questa situazione e annunciarono che un’insensata frenesia si sarebbe presentata puntuale alle soglie della storia per divenire una traccia indelebile sulla via evolutiva.
Chi ancora professa senza ipocrisia una qualsiasi fede, se non raggiunge la semplicità di un fanciullo, non potrà scoprire la vera ragione di tanti avvenimenti mentre si avvicina a grandi passi la fine del Millennio. Privi di quel tipo di innocenza, si pensa che i disperati suicidi di massa, le guerre e le stragi che si ripetono con sempre maggior frequenza come prodromi di un’inevitabile Apocalisse, siano solo le conseguenze di un tragico fato.
Solo chi ha l’animo di un bambino potrà pensare che il mio destino sia quello di dare spessore alla figura d’un uomo che rivendica la capacità di interpretare la trinessenza in questa epoca inquietante.
Come abbiamo visto, questa possibilità, la riconosco anche a voi dall’inizio di questo scritto. Il merito di averlo redatto va indubbiamente al caso e sempre a lui ascrivo la possibilità di servirmi del profetico messaggio coniato da un uomo che, sebbene aspramente criticato, trova indiscutibilmente posto tra i grandi. Domani si dirà che ciò è stato fatto affinché si realizzasse con puntualità quanto da altri fu predetto: «Verrà il giorno che qualcuno userà le parole dei profeti.»
Per giorno va certamente inteso il periodo di sconvolgimenti profondi e terribili che la semplice logica deduttiva ci indica imminenti. Questa potrà essere una mia personale considerazione, ne convengo, ma è bene si sappia che essa viene condivisa da uomini di grande esperienza e da un nucleo di ricercatori sempre più consistente. Ora dovremo aspettarci di sentir sorgere le prime contestazioni: “Chi sei per assegnare a Nietzsche la veste profetica, non possiamo accettarlo, egli era un peccatore, un esaltato che morì pazzo e chissà cosa altro”. Ebbene, ai contestatori ricordo che i miei giudizi sono altri… non sono generati dall’intelletto né dall’intuizione e, in queste pagine, troverete descritte molte curiose coincidenze tra ciò che fu predetto e gli episodi che costellarono l’esistenza del protagonista di questa storia. Credo possano essere motivo di riflessione soprattutto per chi non dispone dell’importante accessorio cognitivo dell’anima che chiamiamo intuito.
A proposito di ciò, colgo l’occasione per suggerirvi di accettare con le dovute riserve i vaticini esposti; il tempo, gli uomini e il nozionismo, che è una qualità ben inferiore alla saggezza, possono aver determinato alcune inesattezze. Siano comunque le benvenute, poiché questi particolari imprecisi non sono privi di uno scopo, tutt’altro: essi dovranno costituire motivo d’inciampo solo per chi volutamente ostacola la costruzione del Regno; per gli altri, il consiglio da seguire è questo: il desiderio di credere non deve sopraffare la volontà di conoscere, si cerchi dunque la verità per amore della verità.
È necessario stimolare la curiosità e lanciare contemporaneamente un appello alla prudenza poiché, molte sezioni di questo scritto, potranno sembrare noiose, banali e completamente slegate le une dalle altre. Proseguendo nella lettura, noteremo che tra gli elementi, inseriti negli undici capitoli che compongono il libro, esiste un legame profondo, sono correlati tra loro a dispetto del fattore temporale. Si stanno realizzando eventi trascendenti, ma le insuperabili difficoltà che il tempo sa porre, in questo caso non possono rivelarsi un ostacolo.
Riprendo quindi il racconto portando dei particolari sulla situazione familiare negli anni cinquanta di quel piccolo diavoletto. Cercheremo di trovare assieme degli elementi che corrispondano a profezie e tradizioni.
È stato detto che il padre a quel tempo ricopriva la carica di commissario del popolo, tra le sue mansioni vi era quella di assegnare gli alloggi agli ufficiali dell’Armata Popolare. A causa della penuria di vani, molte famiglie ospitarono un militare. È intuibile che al pari degli altri pure essi si adeguarono alle disposizioni vigenti. Anche sotto il loro tetto c’era la figura di un soldato.
«L’Anticristo sarà generato all’ombra della spada.»
A questa profezia, e chiedo venia per non poter citare il nome dell’ispirato personaggio che la formulò, vale la pena aggiungere quanto scrisse un ricercatore specializzato nel genere: “Accanto a un soldato, un guerriero”.
Sarà utile conoscere ciò che alcuni mistici intuirono riguardo tradizioni considerate di minor importanza senza per questo rivelarsi meno precise. Il caso continua ad assecondare l’intento di fornirvi indizi a sostegno di una ipotesi talmente straordinaria da apparire irreale. Nonostante abbia consultato molti volumi che trattavano questi temi, trovo ancora nelle circostanze più curiose, elementi degni di essere inseriti nel contesto di questa storia.
In uno di questi tomi, rilevai ciò che solo ai più seri cultori dell’Anticristologia poteva esser noto: l’esistenza del fratellastro dell’Antimessia. Una figura che ben pochi conoscono in quanto fu vista solo da veggenti di minor spessore. Oltre a questo, l’autore fa sapere che in base alle sue ricerche, l’Anticristo avrebbe avuto due nomi. Le leggi allora in vigore, imposero a quel diavoletto due nomi diversi per i rispettivi paesi. All’epoca, in Jugoslavia, diversamente dall’Italia, era possibile per un uomo non sposato riconoscere e dare il proprio nome a un figlio illegittimo.
Al riguardo è superfluo aggiungere dell’altro, preferisco ricordare la tradizione, comune a molte sette, che vede per l’Anticristo una vecchia madre sdentata, cadente e rugosa; se di questa leggenda non vi è stranamente l’apporto profetico, continuando il nostro gioco si può dire che c’è il sostegno dell’evidenza.
Oggi, alla sua veneranda età, il suo aspetto è purtroppo quello di una vecchia cadente. Infine, abusando della vostra pazienza, ancora una profezia di cui da tempo ho perso la fonte ma che richiama fedelmente la figura che per un breve periodo si pose accanto alla famiglia scelta dal fato per accompagnare l’Antilegge:

«Attorno a lui, della stessa sua famiglia, ce n’è una che fu meretrice, ma poi non verrà riconosciuta.»

Già dalle prime esperienze di vita, le domande a cui l’umanità da sempre attende risposta, iniziarono a sorgere nella mia mente. Quei misteri erano destinati a rimanere senza un perché per molto, moltissimo tempo. Bisogna riconoscere in effetti, quanto fosse di difficile soluzione già il primo quesito.
Il giorno che me lo posi, sul finire dell’inverno del 1953, giocavo seduto in mezzo alla strada. A un tratto fui distolto da un sordo brontolio; alzai di scatto la testa e sbarrai gli occhi, tra la polvere che si alzava in fondo alla via vidi le teste di molti cavalli che scalpitavano come impazziti. Davanti a essi un cavallo bianco si rizzava maestoso sulle zampe posteriori; sovrastava tutti e un soldato dell’Armata Popolare lo tratteneva con difficoltà per le redini. Con uno strattone si liberò e iniziò la sua corsa verso di me seguito dagli altri.
Non so quanto tempo, affascinato da quello spettacolo, rimasi immobile ad ammirarne la potenza. So solo che l’attimo indimenticabile fu interrotto da una carezza. La lieve carezza di un soffio di vento, che mi portò a percepire qualcosa di tremendo… di sfuggente.
L’istante successivo, l’istinto, o meglio l’egoismo non cosciente, mi spinse a lato della strada gettandomi attraverso le maglie di un reticolato.
Il senso di sicurezza che ne derivò mi permise di analizzare le impressioni di quei momenti. Poi, le congetture si arrestarono di fronte a delle pressanti richieste interiori. Mi chiedevo, con l’ingenuità propria dei bambini, perché una situazione che avrebbe potuto causare del dolore fosse stata permessa da chi tutto poteva.
Assieme a questa domanda, un’altra più complessa si presentò: quale era il motivo per cui avevo evitato una morte certa? Diverte l’idea che quelle prime domande abbiano trovato risposta moltissimo tempo dopo, addirittura 66 anni e 6 mesi, nel lontano marzo 2019. La drammatica situazione vissuta, vista come una allegoria sul destino delle persone, potrebbe rappresentare la più semplice spiegazione: Quel cavallo bianco, che si libera dalle pastoie materiali, porta verso la gioia della libertà anche i suoi simili.
A quella giovane età un altro episodio lasciò nel mio animo un profondo interrogativo che, col trascorrere degli anni, si arricchì di ulteriori incognite.
La circostanza di cui parlo era già stata inserita nelle prime bozze del libro, ma poi venne inavvertitamente cancellata e infine dimenticata. Fu un sottufficiale dei carabinieri a riportarmela alla mente suggerendo di vergare la mia storia per superare il trauma della separazione in corso.
Accadde un mattino nel suo ufficio.
Era un uomo tarchiato, dallo sguardo penetrante, con dei baffi folti, spessi, e un sigaro onnipresente tra i denti. Pensai dovesse causare non poca inquietudine in certi ambienti. Stavo immobile sulla porta, e lui sembrò sentire la mia presenza, perché alzò la testa dalle carte sparse sul tavolo e sorrise. Masticando il sigaro mi invitò a entrare.
«Oh, carissimo! Come mai da queste parti?»
«In questo periodo penso molto a Laura e cerco ogni pretesto per continuare a parlare di lei. Ho finito di scrivere il capitolo relativo ai ventitré giorni che abbiamo trascorso assieme e mi sono venuti in mente alcuni particolari che potrebbero servire a far luce sulla sua morte. Credo –continuai senza attendere il suo intervento– spetti a lei valutarne l’importanza.» Gli esposi quanto sapevo, poi, conclusi mestamente: «Se la causa della sua fine è veramente quella che io ho ipotizzato, la giustizia degli uomini non potrà mai colpire il responsabile. Solo la peste del secolo, obbedendo a una giustizia superiore lo farà.»
Mormorai le ultime parole in modo impercettibile, tanto da non essere udito dal sottufficiale. Come avevo previsto, sei anni dopo, quando nessuno cercava più il colpevole della morte di Laura, l’aids lo trovò; era l’ennesima dimostrazione del fatto che troppo spesso, per pensare a semplici coincidenze, riuscissi a sbirciare gli eventi che sarebbero accaduti.
Mentre annuiva con una rapida smorfia, tolsi dalla tasca una bozza del testo e la posai sulla scrivania.
«Ho voluto dedicarle qualche riga, le legga, sa che ci tengo alla sua opinione.»
Prese il libro facendolo scorrere sul piano del tavolo come una carta da gioco e si trincerò dietro la cortina fumogena del suo sigaro. Da un lampo nello sguardo intuii che si aspettava di trovare l’asso che mi avrebbe permesso di vincere la partita contro lo Stato. Cominciò a leggere con attenzione la parte iniziale in cui tracciavo la figura di una insolita Prostituta. Pareva accettare con riluttanza l’idea che il destino mi avesse assegnato come compagna una donna di strada. Non davo l’impressione di frequentare le donne di malaffare ma non evidenziavo neppure alcuna somiglianza con quel personaggio che fu crocifisso, quello che simpatizzava per i derelitti e si indignava con gli ipocriti. Poi, addentrandosi nelle pagine che seguivano, i lineamenti del militare si distesero assumendo una espressione ispirata.
Terminata la lettura, sentenziò con una frase che pareva essergli stata suggerita: «Questi ultimi fogli sono… come devo dire… voglio essere sincero… li vedo troppo duri, riprendi puntualmente lo stesso concetto in modo ossessivo, “aspro”, quasi paranoico, non sembri rimanere con i piedi per terra.»

«O grande Roma la tua rovina s’avvicina, non delle mura tue, ma della tua gente: “aspro” con lettere farà sì orribil squarcio, la spada a tutti fino all’elsa immergerà.» (Nostradamus: X/65)

Ecco! I piedi a terra! Mi rividi per un istante all’età di quattro anni mentre giocavo con un bambino alto una testa più di me. Lui chiedeva insistente che andassi a saltare coi piedi nudi sopra dei cocci di bottiglia sull’altro lato della via e io accoglievo la richiesta per poi meravigliarmi della sua espressione stupefatta. Perché tanto incredulo stupore? Pensavo ingenuamente.
Anche per questa domanda, attesi a lungo prima di avere la risposta. Passarono più di venti anni da quel gioco assurdo; il tempo necessario per intuire che il caso stesse giocandomi degli scherzi atroci allo scopo di farmi intraprendere un’opera immane e quel semplice episodio bastava a rincuorarmi; se il caso aveva voluto che non riportassi nemmeno una scalfittura saltellando come un grillo su dei vetri, sempre per lo stesso imperscrutabile motivo, sarebbe potuto accadere qualcosa di altrettanto o maggiormente improbabile: l’Apocalisse appunto.
Il sottufficiale non fece caso alla mia aria assente e riprese la sua critica consigliandomi di toglierli, ma obiettai sostenendo che la reale comprensione non poteva essere conseguita estrapolando l’ultima parte dello scritto dal contesto che precedeva la storia di Laura. Allora si fece pensieroso, corrugò la fronte e rimase a lungo in silenzio. Alla fine annuì col capo: «Forse hai ragione, forse quelle righe rappresentano la pennellata finale del grande artista.»


2-isola

Avevo quattro anni o poco più quando i miei genitori decisero di lasciare Isola e tornare a Trieste per stabilirsi a Servola, a quel tempo un rione decisamente periferico. Per raggiungere la nostra casa si percorreva la via dei Giardini che, per un lungo tratto, non era neppure asfaltata.
Passarono meno di quattro anni che si separarono. Mia madre raccolse le sue poche cose e si trasferì in una catapecchia di quattro metri per quattro con una parete divisoria di faesite, così malandata che dopo ogni temporale dovevamo raccogliere con uno straccio l’acqua tracimata dalle bacinelle sparse sul pavimento. Nessuno al pari di me può testimoniare quanto intenso fu il dolore e il rammarico seguiti alla sua decisione di allontanarsi: però le parole trovate in una lettera profetica del XIV secolo, rinvenute durante i lavori di restauro nell’antica abbazia di Cluny, paiono descrivere perfettamente il rimpianto che tanto a lungo ferì l’animo di mia madre.

«Il fiore del male verrà innaffiato con le lagrime del pentimento.»

Il breve e spensierato periodo trascorso in quella casa di Servola, oggi in rovina, suscitò in seguito emozioni nostalgiche non potendo capire ciò che allora si agitava nell’animo dei miei genitori. Credevo di essere al sicuro presso la mia famiglia, di averne una come tutti e che niente avrebbe sciolto il legame che ci univa.
Beata ingenuità, se così fosse stato, i miei si sarebbero opposti alla direzione didattica quando decise di inserirmi in una classe “differenziale” perché pronunciavo parole “senza senso”. Credo che per quella decisione, capace di imprimere una drammatica sterzata alla vita di ogni bambino, non bastino poche parole in un sloveno distorto, appreso in tenera età a Isola, un paesino istriano a misura d’uomo. Quando mi tornarono improvvise alla mente, mostrai di conoscerle e ciò mi inorgoglì, quasi possedessi un sapere negato ad altri. Oggi l’esperienza mi porta a credere che quel provvedimento lo si debba attribuire piuttosto al comportamento tenuto nel refettorio della scuola elementare. Ci consegnarono una ciotola di alluminio e delle posate annerite e ammaccate; dovevamo servirci di quella roba per poter mangiare. Ricordo che io per primo mi stupii per l’indignazione mostrata scandendo ad alta voce: “mi no magno in quele gamele per i porchi”, facendo divampare la rivolta degli altri bambini con la mia prima ingenua contestazione.
Fortunatamente certi doni vengono elargiti poco a poco; se avessi saputo che mi stavano indirizzando verso una meta irraggiungibile con le mie sole forze, probabilmente avrei rinunciato a compiere il primo passo.
Era quello il mio destino e sarebbe stato terribile. Sarei stato sottoposto, per puro caso, a delle prove particolari d’una crudeltà inaudita. Le circostanze sarebbero state sì diverse, ma avrebbero avuto in comune la stessa drammatica finalità: farmi esplorare la via sulla quale altri si sarebbero in seguito incamminati. Un percorso che a volte poteva e doveva rivelarsi spaventoso.
Ricordo come ora quella notte che nel sogno mi trovai all’interno di una bara: guardavo terrorizzato il mio corpo già parzialmente divorato da grossi vermi brulicanti. Ero morto, ma non ne accettavo l’idea. Ciò che rimaneva di me doveva assolutamente uscire da quella tomba. Sarebbe stato mio compito renderlo utile a qualcosa di diverso, di più nobile che sfamare dei vermi.
Riuscii a risvegliarmi per balzare dal letto con un urlo solo dopo aver visto un raggio di luna posarsi sul mio petto: una lama di luce filtrante dal legno marcio che ero riuscito a spezzare con le ossa delle mani ormai scarnificate.
Quando, tra pianti convulsi, raccontai quell’orribile incubo ai miei genitori, forse infastiditi dal brusco risveglio, non ritennero necessario rivolgermi nemmeno una carezza, e io penso che a sei anni, quanti ne avevo allora, fosse mio diritto riceverla; alla vista del Roveto Ardente, se colti impreparati, molti potrebbero morirne, credetemi.
Nella mia storia uso questa immagine allegorica perché come certamente saprete, il Roveto del racconto biblico rappresenta una manifestazione del divino; del trascendente che entra in contatto con l’uomo. Può sembrare inopportuno associarla proprio a quel terrore così intenso che mi assalì e che avrebbe potuto spezzare cuori ben più saldi del mio. Seguitemi con pazienza e troverete molti altri punti dove il trascendente si manifesta per chi ha occhi per vedere. Vedrete con quanta semplicità questo possa avvenire nel capitolo dedicato a Laura, quando lei esprime i suoi dubbi sull’esistenza di Dio. Fate attenzione agli innumerevoli indizi che fino ad allora troverete in queste pagine, perché, se verranno correttamente individuati, permetteranno di avere la sua stessa visione.
A quel punto diverrà finalmente chiaro perché in realtà io non divida nulla di ciò che è manifesto in bene o in male, ma mi serva di entrambi perché strumenti idonei a realizzare il solo disegno che si può scorgere da ogni dimensione. Una simile opera può essere realizzata da chiunque divenga cosciente che ogni cosa, dalle più comuni fino a quelle impossibili… possa esistere all’interno di Dio. Solo allora, si inizia gradualmente a sperimentare la gioia che deriva dalla percezione delle infinite espressioni di qualcosa di cui si ignorava perfino l’esistenza.


A quella età, le giornate trascorrevano prevalentemente in battaglie interminabili fra bande. Torme di ragazzini che si riunivano per giurare eterna fedeltà ai capi e ai loro proclami ma che si dissolvevano per l’ora di cena. È curioso quanto il nostro modo di organizzarci sia stato simile alle società democratiche; questo dovrebbe far riflettere sulla possibilità che, raggiunta la maturità spirituale, anche noi si scelga un’espressione di società più evoluta. Ricordo il tempo perduto in sciocche contrapposizioni, quanti ingenui ideali difesi strenuamente! Oggi, al pensiero delle armi diaboliche che ci attorniano e ci sovrastano, vorrei nostalgicamente vedervi tornare bambini, per ricorrere alle fionde, alle lance rudimentali, alle pietre e agli archi ricavati dalle stecche degli ombrelli. Ora non è il caso di far invertire il tempo, è prematuro cercare di gestire tale legge; una legge che contiene in sé i presupposti per manifestarsi. C’è da sorridere quando ripenso al giorno che, decisi ostinato di non indietreggiare e venni circondato da una torma urlante di “nemici”. Fui immediatamente catturato e, dopo un rapido consulto, i miei carcerieri decisero di sottopormi alla fustigazione con dei rovi. Il trattamento non mi risultava essere conforme ai diritti di un prigioniero inerme e dunque cercai freneticamente una soluzione. Pensai immediatamente alla figura austera di mio padre e subito scartai la possibilità di ventilare il suo intervento, non sarebbe stato credibile dai miei nemici perché l’appoggio di un adulto, in quelle circostanze, era molto improbabile, aveva di certo ben altro cui pensare. In quella battaglia ero sì stato sconfitto, ma questo non giustificava il loro desiderio di vedermi vergognosamente umiliato. Dopotutto avevo fatto il mio dovere fino in fondo. Prospettai così l’intervento di mio fratello che, a quel tempo, era un giovane sui venticinque anni, alto e imponente. Con mio grande sollievo la sua intromissione fu ritenuta possibile e venni liberato all’istante. Considerata la differenza d’età e il fatto che i nostri rapporti si limitavano a qualche scambio di battute, fu probabilmente la gratitudine per la sua involontaria protezione ad accrescere il mio affetto nei suoi confronti. Oggi, come allora, per riversare l’amicizia, la stima o l’amore su qualcuno, ogni pretesto mi sembra valido.
Negli anni spensierati della prima infanzia, a parte l’incubo indimenticabile, i giorni si succedevano senza far posto a situazioni di rilievo; ho due soli ricordi drammatici. Il primo riguarda il giorno della partenza da Isola, il grande dolore e quel totale smarrimento che provai quando mio padre, in mezzo alla via, sollevò lentamente la mano per l’ultimo saluto e la sua figura svanì poco a poco mentre mi allontanavo con la macchina. Il secondo fu quando Dado, come ancora mi ostino a chiamarlo, venne colpito da un grave malore sul posto di lavoro e nostra madre ne fu informata in mia presenza. Lei, appena intuì la gravità del fatto, iniziò a urlare e piangere disperata.
Abituato solo ai suoi rimbrotti, la scena di tanta disperazione mi investì lasciandomi ammutolito. La guardavo come se da un momento all’altro dovesse accadere qualcosa di straordinariamente terribile. I compagni di mio fratello nel frattempo erano usciti in silenzio e mia madre continuava a disperarsi battendo i pugni sulle pareti. Ero immobile e la fissavo impotente, sconvolto dal dispiacere, a un tratto le gambe si piegarono da sole e caddi in ginocchio, un pensiero stava attraversando la mente: non c’era forse quel buon Dio capace d’ogni cosa di cui tanti parlavano? Alzai lo sguardo e implorai: «Dio… – dissi a voce alta – tu che sei anche il Padre di tutti, non farlo morire, guarda mia madre, non posso vederla soffrire così, non ne ho la forza, salvalo.»
Mi sembrò di udire la voce di mio padre dal giardino: «Vivrà, sta sicuro… vivrà… ma dovrà molto patire.»
«Mamma… mamma… hai sentito? – gridai tirandola per il vestito – papà dice che non c’è pericolo che Dado muoia, ma starà solo tanto male.»
Mia madre mi guardò stupita, poiché nella camera c’eravamo solo noi; pensai non avesse capito che la risposta era giunta da fuori e allora mi diressi alla finestra. Montai sulla sedia, spinsi le persiane e spostai il ramo d’alloro per vedere in ogni punto del giardino, ma lui non c’era più, volevo chiedergli di ripeterle ciò che avevo sentito perché anche lei potesse tranquillizzarsi. Doveva essersi allontanato velocemente e non me ne stupii, sapevo che con Dado mio padre non aveva alcun dialogo e nemmeno lo cercava.
Molti anni dopo, mio fratello fu fatto lentamente ma inesorabilmente a pezzi a causa del morbo di Burgher.
Per la figura paterna, che mi dimostrava ciò che credevo affetto solo con qualche raro sorriso, avevo una profonda considerazione. Ritenevo i suoi ancor più rari insegnamenti, giusti e indiscutibili. Era lui a dirlo, era mio padre, lui non poteva sbagliare. Oggi i suoi consigli sono tuttora dentro di me, immutabili. In un’occasione ebbe a dirmi: “Verrà il giorno che ti dovrai fidare di qualcuno, se ora non sei capace di fidarti di tuo padre, in quel giorno sarai perduto”. Impartì quella lezione durante una circostanza da me vissuta come una situazione d’estremo pericolo.
Eravamo usciti con la barca per pescare e ci trovavamo poco oltre la diga. Ero affascinato dai pesci appena catturati che nuotavano nervosamente nel secchio sul fondo dello scafo e ne seguivo con attenzione ogni movimento. A un certo punto un’onda improvvisa, più violenta delle altre, inclinò la piccola battana rovesciandoli sul pavimento. Si trovarono tutti ad annaspare tra i miei piedi e io, impressionato, sollevai lo sguardo. Il cielo si era fatto scuro, lasciava presagire una terribile tempesta, nubi nere giungevano da tutte le parti nella nostra direzione quasi ci fosse il tacito accordo di scatenare su di noi il loro furore. Le onde sempre più irruenti, quando lambivano il bordo, parevano volersi impadronire di quel guscio sul punto di rovesciarsi.
Spaventato al punto di evitare il minimo movimento; riuscivo solo a supplicare mio padre di riportarmi a terra. Gli ricordavo piangendo che non sapevo nuotare e se fossi caduto in acqua sarei di sicuro annegato. Dapprima egli si mostrò sordo alle richieste e infastidito dalla mia insistenza; poi finalmente acconsentì e tirò a sé la corda dell’ancora.
La mia paura si trasformò in terrore quando disse che doveva essersi incastrata tra le rocce. Lo vidi strattonare la corda, riprovò diverse volte e, a ogni tentativo, il piccolo scafo oscillava sempre più pericolosamente. Sempre più impaurito, lo pregai di tagliare la fune, di rinunciare a l’ancora, di non farmi morire a causa di un pezzo di ferro ma replicò con quelle parole sibilline che ricordo ancora. In quel frangente, sibilò con tono ironico che avrei dovuto attendere il tempo necessario affinché salvasse tutto il salvabile; non sapeva di aggiungere al mio gran spavento una inutile crudeltà.

«E sarà un figlio della Terra, figlio di un “pescatore”, figlio di un pastore a far ritrovare al gregge umano la via della Vita con lotta quotidiana contro l’annientamento, la morte, i massacri che l’odio e il potere segnano da sempre. E trarrà conoscenza dal Pescator Sapiente.»(-Ultimi Presagi- pag. 168)


Poco prima della loro separazione, mia madre a causa delle ristrettezze economiche, fu indotta ad affidarmi al collegio di via Pascoli: l’ E. C. A., l’ente comunale di assistenza. Lì la rigida disciplina, assicurata dagli assistenti durante il giorno per mezzo delle punizioni più stupide e crudeli, si allentava durante la notte, al punto di consentire ai più smaliziati di rendere partecipi dei loro giochi innominabili i più deboli e indifesi.
-“È umoristico immaginare l’Anticristo in un grande refettorio di qualche comunità; un refettorio dalle pareti bianche, sulle quali spicca un Crocifisso. È umoristico pensare all’Anticristo che, tra un cucchiaio di minestra e un pezzo di pane, incrocia lo sguardo con gli altri compagni, o magari con i superiori”.- Il commento di cui sopra, è del tedesco E. Wolstaft, ed è stato tratto da un suo scritto risalente al lontano 1904. Il Baschera invece, circa ottant’anni dopo, a proposito del vaticino, scrive: –“Se consideriamo l’Antimessia nella sua maturità, cioè nella sua levatura storica, nella tradizione, nella leggenda, tutto questo può anche generare dell’ilarità. Consideriamo il personaggio più profondamente e vedremo che anche questa potrebbe essere un’esperienza necessaria per arrivare alla plasmatura del personaggio.”-

«Dio esalterà un uomo poverissimo del sangue di Costantino. (cioè di sangue slavo) Tale uomo sarà quasi santo in adolescenza, nella gioventù gran peccatore, poi tornerà a essere santo.» (S. Francesco di Paola)


La vita del collegio era scandita da ritmi precisi; per ogni attività gli assistenti stabilivano un orario da rispettare, ma quello riservato ai giochi nel grande piazzale era il più atteso. Per gioco si inventavano pistole infallibili con semplici pezzi di legno e si ideavano trame che nulla avevano da invidiare a “Ombre rosse”. Talvolta però, fatto inconsueto, desideravo interpretare il ruolo d’un ascetico saggio silenzioso. Sarà facile credere che venissi puntualmente estromesso dai miei compagni dopo esser stato deriso con quella crudeltà incosciente propria dei bambini. Venir messo da parte dai miei coetanei con sempre maggior frequenza non era certo piacevole, pertanto ero costretto nel tempo libero a rifugiarmi nella lettura. Grazie a quelle letture, ora posso disporre di un certo grado di fantasia e devo ringraziare chi allora mi ha schernito ed emarginato; mi hanno permesso di conoscere e apprezzare Salgari, Verne, l’Enciclopedia della favola Russa e tutti gli altri innumerevoli racconti che, a quel tempo, abbattevano per me le soffocanti mura dell’Istituto.
La primavera era iniziata da poco, l’attesa per le gite del fine settimana fuori dal collegio era evidente. Quella domenica mattina, ci portarono come sempre nella piccola chiesa all’interno dell’istituto per assistere alla funzione religiosa. Il profumo dell’incenso che in ampie volute si diffondeva nella navata e quella musica d’organo celestiale mai udita prima, improvvisamente parvero indicare al mio animo una Realtà diversa, dove il sublime, il meraviglioso e l’amore fossero la norma. In quel particolare stato di coscienza, il racconto del sacrificio di Cristo permeava quella realtà; rimasi talmente turbato da ripromettermi di fare un giorno lo stesso per i miei simili. Sarebbe stato altrettanto meraviglioso, ne ero certo, come ero certo di dover operare al fine di migliorare quella realtà che ogni giorno sperimentavo.
In base ai pensieri di quel tempo, avrei potuto descrivermi come un piccolo paranoico megalomane. Un presuntuoso che possedeva un ottimismo insensato riguardo le sue capacità ma un esserino dal quale guardarsi; che abbracciava progetti immensamente più grandi di lui e che credeva in qualcosa di più grande di qualsiasi progetto; se questo è stato il mio sbaglio, potrò pure morirne ma lo farò ai piedi della torre più alta, là dove ho posto la cosa più preziosa e niente potrà farmi ricredere.

«L’Anticristo giungerà al calare del sole e radunerà i pochi fedeli per demolire la falsa strada. Verrà oltraggiato, tradito, percosso e ucciso dagli uomini. Ma agli uomini insegnerà una via “ancora più giusta di quella che il Cristo tracciò”.» (- L’Anticristo – pag. 201)

Iniziai così a saggiare le mie forze e laddove riscontravo una debolezza, testardo più di un mulo, caparbiamente mi costringevo a superarla. Mi obbligavo a perdonare chi sottraeva dal mio pacco i biscotti acquistati con sacrificio da mia madre e chi addossava a me le sue responsabilità per evitare le severe punizioni. Oltre alle tante auto imposizioni, durante la pausa di ricreazione, avendo cura di non farmi sorprendere, mi colpivo con una pietra il dorso delle mani. Posso assicurarvi che non era affatto divertente ma intuivo che, per il timore del dolore fisico, avrei potuto un giorno recedere dal mio proposito e dunque dovevo allenarmi a superare soprattutto quella paura. Divenni capace di subire i dolorosi castighi corporali che mi venivano inflitti dall’assistente o, su sua indicazione, dai miei compagni, senza nemmeno socchiudere gli occhi sotto i loro colpi.
A questo punto, chi non intuisce un valido motivo per quello strano comportamento e lo ritenga frutto di un innaturale trasporto verso la sofferenza fine a se stessa, farà meglio a bruciare questi fogli. Dalle fiamme che si leveranno, forse trarrà l’illuminazione necessaria per non fare la stessa fine.

Da un lato questo progresso personale poteva dirsi positivo, d’altro canto contribuiva ad accrescere, senza che ne fossi consapevole, un orgoglio ingestibile.
Un sottile cambiamento era avvenuto ma non solo in me; ora avevo assunto il ruolo poco piacevole di capro espiatorio; ogniqualvolta nasceva della tensione tra la mia sezione, composta da una ventina di ragazzi e il suo responsabile o tra i miei stessi compagni, puntualmente ne facevo le spese.
I motivi per cui mi venivano inflitte le punizioni erano sostanzialmente diversi dalle ragioni per le quali gli altri le subivano. Cercai inutilmente una possibile spiegazione per gli atteggiamenti ostili e di quella astiosità così caparbia; non ne trovai alcuna ma migliorai la capacità di introspezione.
I momenti per poter esercitare questa qualità non mancarono di certo, quando l’assistente rientrava nel salone e notava una certa turbolenza nella squadra, non trovando il responsabile, sceglieva uno a caso per darci una lezione di civiltà e lo consegnava in crociera.
Era questo, il termine beffardo, col quale veniva indicata la punizione che ci costringeva a trascorrere ore interminabili in piedi, immobili e con la faccia contro il muro. Quasi sempre ero io il prescelto perché, già allora, si cercava di smorzare i cenni di ribellione che abbozzavo. Per ridare forza al carattere che andava formandosi bastava che udissi cantare -Ribelle- da Adriano Celentano.
Ricordo che una sera, al momento del rituale “esame di coscienza”, eravamo tutti in fila seminudi sull’attenti, in silenziosa attesa di fare i “conti”. L’uomo magro, vestito di un lungo camice nero e dai capelli impomatati, stava al centro della sala con un piccolo notes tra le mani. L’angoscia palpabile che si respirava in quel luogo, particolarmente luminoso a causa del rivestimento di ceramiche bianche, rendeva tutto ciò più surreale.
Faceva freddo in quel momento e, in quello stesso istante, in tutte le case, gli altri bambini stavano sotto le coperte con la loro mamma vicino. Chissà che belle favole stavano ascoltando mentre ero in attesa di udire il mio nome assieme a quello di un compagno, un certo Zagor. L’uomo, servendosi di una minuscola matita, scorreva rapido il suo libretto. Accennò un ghigno di soddisfazione, che sparì mentre ci chiamava.
Ero da pochi giorni nella nuova sezione ma avevo già assistito a qualche “conteggio” e sapevo cosa mi aspettava. Avanzai lentamente e mi arrestai alla distanza di quattro mattonelle dal mio compagno di squadra; avremmo dovuto colpirci, con uno schiaffo a testa, per dieci volte.
L’educatore ci guardava arcigno. Aspettavo lo schiocco delle sue dita, sarebbe stato quello il segnale dell’inizio.
Il bambino che avevo davanti cominciò per primo, il suo colpo fu simile a una frustata… e ora… toccava a me. Posai piangendo la mano sul suo viso e lo accarezzai.
Le urla furibonde di Bilota mi assordarono immediatamente quasi quanto i colpi che continuavo a ricevere, ma le mie si rivelarono sempre e solo delle carezze. Alla fine del conteggio, l’educatore, indispettito da quel comportamento, mi afferrò per le basette e prese a tirarle verso l’alto costringendomi a stare in equilibrio sulle punte per attenuare il dolore lancinante. Finalmente, soddisfatto dai miei gemiti, con un’ultima sberla mi rispedì nella fila e, mentre rientravo nei ranghi, mi assegnò frettolosamente sul suo notes una trentina d’ore di crociera supplementari.
Veniva da tutti considerata la punizione peggiore, consisteva nello stare sull’attenti, immobili davanti a una parete mentre gli altri erano liberi di giocare. In seguito, passato a un’altra sezione, la situazione non migliorò, ogni assistente mostrava la sua predilezione per una qualche forma repressiva e non si faceva scrupolo di abusarne. Ricordo il giorno che, al solito, venni accusato dai miei compagni di una colpa che non mi spettava. Tutti i tentativi di provare la mia estraneità furono ignorati dall’educatore.
Ma quella era una giornata particolare, alla sera si sarebbe svolto lo spettacolo annuale nel refettorio, e tutti eravamo euforici. Ci sarebbero stati degli ospiti esterni e io avrei dovuto recitare in una scenetta. Era quasi una sfida per me, dovevo indossare uno scafandro fatto con il cartone degli imballaggi per interpretare il ruolo di un robot inanimato, ma mi ero prefisso delle minime varianti. Sarebbero state sufficienti a far capire ai miei compagni che anch’io avevo un cuore e un’Anima? Era la sola possibilità che avevo di farli riflettere sul mio bisogno di esser trattato come tutti e non potevo sprecarla, dovevo riuscirci.
Quella sera nel salone, sulle panche sistemate accanto alle nostre, ci sarebbero state anche le bambine del settore femminile e la loro sensibilità poteva essermi d’aiuto. Mi proponevo di esporre platealmente cosa intendevo per amicizia, se ottenevo il loro commosso consenso in quella circostanza, avrei raggiunto lo scopo di migliorare i rapporti con i miei compagni.
A pomeriggio inoltrato, al momento di scendere assieme alla squadra, l’assistente mi chiamò facendomi gelare il sangue: «Ei… Mau Mau, tu rimani in camerata, così impari per la prossima volta, quando chiederò chi è stato, verrai fuori subito!»
Mentre mi dirigevo verso lo stanzone buio, pensai con amara ironia che avrei volentieri rinunciato a collezionare ingiustizie anche a costo di rimetterci una mano. Quel giorno, di tutto il collegio, ero l’unico a essere punito, e senza meritarlo.
Mi buttai sul letto e, mentre stavo per dare sfogo a tutta la mia amarezza, per la prima volta nella vita, mi imposi testardo di non versare nemmeno una lacrima. Erano tornate alla mente le parole sprezzanti dell’educatore: «Sei un selvaggio e non sei adatto a stare assieme a noi.»
Pensai che avesse ragione, ma forse almeno da quegli esseri primitivi e senza malizia sarei stato accettato. Cominciai a fantasticare e ricordai che tra quei popoli, per essere un guerriero e farne parte a pieno titolo, si doveva esser sottoposti alla “prova di coraggio“. Da loro, le mie lacrime sarebbero state viste come un segno di resa. Era davvero strano l’impulso di frenare il pianto, perché mai sentivo la necessità di dimostrare d’essere un guerriero e allo stesso tempo intuivo che nessuno avrebbe potuto costringermi a combattere? La soluzione pareva inserita da sempre nei miei geni ribelli. Forse ero un elemento particolare che non avrebbe mai accettato di sottoporsi al battesimo del fuoco; quella inevitabile prova di coraggio in uso nei paesi “civili” che trovai descritta con crudo realismo su -Storia Illustrata-. Questo non certo per paura ma semplicemente perché consideravo i miei diretti superiori, fino ai potenti personaggi che apparivano sui giornali e alla televisione, degli inetti; incapaci di provare la legittimità di qualsiasi scontro.
Seguitai a rincorrere le mie fantasie, fissavo le tende che ricevevano i primi raggi dai lampioni attraverso le persiane; a un certo punto notai che per un curioso gioco di luci e ombre, sulla tenda si stagliava la figura di un vecchio pellerossa. Immerso in quei pensieri, i rumori della via giungevano attenuati dalle doppie finestre. Poi, forse a causa del traffico che si era fatto più intenso, le varietà dei rumori aumentarono a tal punto che cominciarono a sembrare parole sussurrate. Iniziò così un gioco inusuale, provai a mettere insieme le note dodecafoniche che più ricordavano qualche parola, forse avrei composto una frase con un senso compiuto. Attribuirla a quella figura immaginaria, permeata di saggezza, forse avrebbe fatto svanire la tristezza. Alla fine dell’insolito gioco, riordinando le parole scritte a casaccio, con stupore risultarono essere un consiglio che ricordo ancora oggi: “un uomo non piange mai per sé, conserva le sue lacrime per versarle al posto degli altri”. Quel poco invidiabile privilegio di rivestire il ruolo del capro espiatorio perdurò anche dopo la mia espulsione dall’ E. C. A., motivata dall’accusa di essere un Mau Mau e un sobillatore. Lasciato l’austero portone alle spalle, pensai che finalmente potevo respirare l’aria della libertà, ma ben presto dovetti ricredermi.
A ogni modo, gli anni del collegio non si rivelarono inutili. Lasciarono la ferma convinzione che, per essere rispettato nella ragione e non vedere conculcati i miei diritti, dovevo acquisire una volontà irriducibile e allenare contemporaneamente quel corpo di adolescente, uno strumento che poteva rivelarsi altrettanto importante.


Da un paio d’ore stavo rovistando tra le macerie della risiera di San Sabba, il macabro campo di sterminio nazista, alla ricerca di pezzi di ferro, piombo, fili di rame e altro, quando un uomo sulla quarantina, distintamente vestito, si avvicinò con circospezione.
Dopo essersi informato del perché mi trovassi tra quei cumuli di macerie, si offrì di indicarmi dove avrei potuto trovare in abbondanza quello che cercavo.
Alla richiesta di maggiori spiegazioni, si chinò accanto posandomi una mano sulla spalla. La sua eccessiva confidenza mi spinse a reagire solamente con un brusco gesto di fastidio.
Forse questo determinò in lui la convinzione di potermi sopraffare facilmente, scambiò la mia ingenua reazione per una timida resistenza alla sua libidine. Troppo tardi capii quali fossero le sue reali intenzioni: stavo lottando e le sue mani mi attanagliavano la gola. Mi difesi strenuamente per alcuni minuti urlando con tutte le forze, ero certo che se fosse riuscito a saziare le sue voglie mi avrebbe ucciso. Con la mia disperata resistenza dovevo aver scatenato in lui gli istinti più bestiali e adesso si trattava della mia vita contro la sua impunità.
Solo il caso o qualcosa di altrettanto indefinibile riuscì a impedirlo; richiamato dalle urla, un operaio del vicino pastificio decise finalmente di prendere una scala e affacciarsi al muro di cinta dello stabilimento. Per scendere dal nostro lato bastava un balzo, ma non poteva farlo, doveva pensare a produrre ciò per cui riceveva il salario.
La scena che si presentò ai suoi occhi appariva in tutta la sua cruda violenza, egli stupidamente chiese al maniaco, quasi con garbo, chi fosse e cosa stesse facendo. A quel punto, vistosi scoperto, l’aggressore si ricompose in fretta e, senza dire una parola ma ostentando una gran calma, si allontanò lasciandomi a terra in un pianto convulso. Superato in parte lo shock mi rialzai tremante e feci la ripida salita del Ratto della Pileria per raggiungere la caserma dei carabinieri. Al militare che aprì, spiegai di aver subito una aggressione da parte di un uomo che, per pochi istanti, non era riuscito a uccidermi. Lui mi fece accomodare nella stanza accanto l’ufficio del comandante; finalmente potevo raccontare l’accaduto e accompagnarli ad attendere l’aggressore dove di certo sarebbe passato. Sbagliavo, attesi a lungo, mentre la rabbia pareva mordermi le viscere sempre più ferocemente. Nel mentre stavo per andarmene, quattro uomini entrarono assieme e vollero che ripetessi quanto detto al piantone. Rimasero in silenzio, poi, lasciandomi ammutolito, uno di loro disse che per lui l’episodio descritto era frutto della mia fantasia e creato allo scopo di ottenere della “pubblicità”.
Era pazzesco! Rifiutavo di credere a quanto avevo udito, cosa rispondere a chi era tenuto a tutelarmi? Ero in diritto di combattere, ormai da uomo, contro chi aveva tentato di disonorarmi e uccidermi? Era una domanda alla quale cercai di trovare risposta, ed è una domanda che ogni giorno si ripresenta ancora a migliaia di bambini.

In seguito cercai inutilmente il nesso tra l’assurdo convincimento del carabiniere e la mia richiesta di aiuto ma, mentre digitavo l’episodio sulla tastiera, l’intuito presentò due possibili spiegazioni. La prima suggerisce che l’istinto rifiuti l’idea che un nostro simile sia così ignobile perché scoprirlo è deprimente. La seconda, più probabile, indica che il militare intuì, sotto la soglia della coscienza, quanto determinanti fossero le mie parole per il futuro di quel singolo individuo e quanto importanti avrebbero potuto esserlo, soprattutto quelle scritte, per il futuro di tanti.
La loro diffusione inarrestabile, come le pestilenze nei secolo bui, poteva rendere inutili quelle figure in divisa. Il solo intelletto non lasciava immaginare che al momento giusto, ci avrebbero pensato uomini e donne eccezionali a far rullare i tamburi di guerra per mezzo di opere letterarie.
Per non far torto agli autori citandone solo alcuni, dirò semplicemente che i “romanzi spirituali”, che da qualche tempo abbondano nelle librerie, ottengono lo scopo di far conoscere e apprezzare gli stessi sentimenti che hanno scosso, e continuano a scuotere, il mio animo. Quei racconti socchiudono una piccola finestra nella coscienza di tanti lettori, permettendo così, alle emozioni rinnegate di entrare. Quelle sensazioni, divenute familiari, non verranno abbandonate e li accompagneranno nel corso della loro vita. Lo compresi quando posai lo sguardo sul volume acquistato con lo scopo di apprendere la punteggiatura e alcune regole grammaticali. Era sul tavolo da lavoro chiuso e non conoscevo nemmeno la trama eppure all’improvviso, silenziose lacrime di gratitudine macchiarono i fogli sparsi accanto alla tastiera. Una reazione strana ma ciò che intuivo trovò conferma pochi giorni dopo leggendo sul giornale che dei libri, intrisi di spiritualità e in tutto simili al mio ultimo acquisto, stavano furoreggiando in America, iniziavano a essere apprezzati nel mondo ed erano definiti da un valente critico letterario… le armi di Dio!
Nel momento più adatto dunque, quando le tenebre del materialismo divenivano più fitte, alcuni, senza peraltro esserne pienamente consapevoli, promuovevano la più straordinaria, estesa e accurata campagna pubblicitaria della storia.
Simile a un rito propiziatorio, quel tamtam culturale avrebbe permesso la manifestazione dell’Anticristo. Quei romanzi, frutto di intuizioni e della più accesa speranza, preparavano le menti degli uomini ad accettare un racconto tanto straordinario quanto reale: la storia che state leggendo. Una storia che ognuno di voi, se guidato dallo Spirito, avrebbe potuto continuare a scrivere eternamente.
Chiunque lo vorrà potrà vergare il suo nome sulle pagine dell’opera che in futuro verrà chiamata il Libro della Vita. Un testo che per ora si rivela semplicemente come il primo libro “globale” della storia. Potrà farlo l’anchorman televisivo tanto sgarbato che testimonia, con giovanile irruenza, la morte della giustizia umana. Non essendoci sufficiente misericordia in essa, ne ha colto come pochi l’attimo fatale.
Egli prepara, assieme a molti altri, la strada a colui che dovrà rendere percorribile la via tracciata dal Cristo. Diversamente dal Walsit, un iniziato dell’Oregon, che due secoli addietro spiegò con estrema chiarezza che il compito della sua setta era quello di rendere la terra pronta a ricevere il seme dell’Anticristo, oggi alcuni stanno occultamente suggerendo a tante menti come coltivare quello stesso seme. Infine, potrà far vergare il suo nome chiunque voglia esser testimone della nascita di questo Progetto e tutti coloro che, simili a bambini, vogliano colorare il Disegno del Padre.


Probabilmente fu il cinismo con cui era stato seguito il mio racconto concitato, a far divampare in me una furia incontrollabile: “Ma come… perché!… Perché! – Mi ripetevo rabbioso appena uscito dalla caserma – non mi viene resa giustizia nemmeno in questa circostanza?… Bene… ci penserò da solo”.
Di corsa, senza badare agli sguardi di chi notava i miei abiti stracciati, andai verso casa. Senza dare alcuna spiegazione a mia madre che, vedendomi sconvolto, cercò di fermarmi per capire cosa fosse accaduto, presi un’accetta e tornai rapidamente sul posto incurante delle occhiate di chi incrociavo. Perlustrai con molta attenzione ma altrettanto inutilmente, le possibili direzioni seguite dal maniaco; era sparito e non ero riuscito a punirlo come meritava. Quel giorno volevo fare giustizia e nel momento d’ira l’avevo creduto possibile.
Non passò molto tempo che iniziai a meditare con impegno sulle reali motivazioni di quella drastica decisione; cercai di capire se andava inclusa in quelle che vengono definite impeccabili dai Maestri di vita.
Va ricordato che con questo aggettivo, nei testi di saggezza iniziatica, si qualifica l’azione o il pensiero che non è la diretta conseguenza delle emozioni istintive, per cui non ci si cura delle loro eventuali ripercussioni future.
Per quel episodio, il dilemma più ricorrente riguardava il giusto orientamento tra la punizione e il perdono. L’immancabile risposta, era sempre la stessa: “Chiunque sia chiamato a fare tali scelte, lo sia la vittima, la tribù o uno Stato, per farlo deve possedere una conoscenza ben maggiore della mia. Chi mai, continuavo a chiedermi, poteva vantare una tale sapienza illuminata? A chi mendicare la soluzione? Non c’è testo sacro che non sia contestato e non c’è saggio che non venga disprezzato”. Mi ponevo quelle domande con ostinazione, deciso a trovare prima o poi una risposta; ma risolvere un tale quesito significava possedere la Conoscenza. Dovevo forse raggiungerla io una tale sapienza? E poi per farne che?
Probabilmente c’erano cose più urgenti e importanti, di certo più piacevoli e interessanti. Rimanere sul ciglio del sentiero, in attesa di vedere quali fossero non mi entusiasmava e, immancabilmente, riprendevo il cammino sulla via della conoscenza.
Credo sia stata la tensione per quella costante ricerca di un modus vivendi migliore ad alienarmi le simpatie degli insegnanti, dei vicini e di tutti coloro che, per un motivo o per l’altro, avevano modo di frequentarmi.
Mia madre, costantemente in ansia a ogni minimo contrattempo, fu suggestionata a tal punto dalle loro critiche che seguì il consiglio di uno specialista in malattie mentali: mi fece internare in un manicomio per un periodo di “osservazione”.
A mia insaputa, chiese un appuntamento con lo specialista e durante il colloquio con il medico, che non ebbi mai piacere di conoscere, riferì di essere rimasta traumatizzata perché avevo ripagato le sue attenzioni lanciando con rabbia inspiegabile i vestiti in mezzo alla strada.
Si trattava di un maglione di lana grezza e un paio di pantaloni corti di color marrone. Lei si ostinava a farmeli indossare anche se mi causavano delle piaghe attorno al collo e all’interno delle cosce quando li portavo a lungo. Questo purtroppo si era scordata di riferirlo. Solo molti anni dopo riconobbe di aver chiesto l’aiuto delle Istituzioni in seguito alle pressioni del vicinato. Il giorno che la sollecitai a confessarlo, stavo seduto da molte ore al computer ed ero intento a dare le ultime rifiniture al punto in cui parlo del mio ingresso nella tomba della ragione. Ascoltando le sue timide giustificazioni, preferii tacerle che mi si ripresentava la prospettiva dell’internamento. Questa volta il motivo era diverso. La ragione occulta era il contenuto del libro che stavo ultimando. Anche la persona che richiedeva un simile provvedimento da parte delle Autorità era un’altra. Ora si trattava della donna con cui avevo condiviso oltre vent’anni di vita: la mia sposa. Da lei, durante la fase di separazione, venivo accusato e consegnato a quello stesso potere che avevamo contrastato assieme per tutto quel tempo.

Dei colpi ripetuti alla porta mi fecero aprire svogliatamente gli occhi. La luce si accese e delle figure vestite di bianco scivolarono rapide attorno al mio letto. Un uomo massiccio dalla faccia gonfia e untuosa mi intimò di vestirmi. «Ora dovrai sbrigarti – disse brusco – il medico ti attende e non abbiamo tempo da perdere».
Poi aggiunse: «Devi venire con noi senza fare tante storie.»
Percepivo nelle sue parole un’oscura minaccia e qualcosa di inevitabile a cui non avrei potuto oppormi. Cercai con gli occhi mia madre, era alle sue spalle e volgeva lo sguardo altrove; mio fratello, seduto sulla sedia nell’angolo, si alzò e tese il braccio per darmi la camicia.
«Non voglio venire –brontolai timidamente– dove dobbiamo andare?»
«Giorgio, ti devono portare per qualche giorno all’ospedale, ho parlato con il dottore e dice che ci devi andare prima possibile.»
«Ma se sto bene, perché?… Ho sonno… non voglio vestirmi!»
«Peggio per te – intervenne la figura bianca accanto al letto – se preferisci battere i denti puoi farlo, solo fallo piano perché devo guidare.»
La sua ironia era fuori luogo, ma perché nessuno interveniva? Dove volevano portarmi? Infilai lentamente i pantaloni e sbuffando anche un maglione. Ora, stavo in piedi con i lacci delle scarpe sciolti, ma non mi fu dato il tempo di allacciarli.
«Era ora! Adesso puoi salire in macchina assieme al mio amico.»
Mentre uscivo, guardai mia madre.
«Fai il bravo mi raccomando, domani verrò a informarmi per gli orari delle visite, stai tranquillo.»
Non risposi e posai gli occhi sul fucile ad aria compressa, il calcio era stato spezzato a colpi d’ascia.
Era stata lei, passava ore d’angoscia quando sparivo per giocare col flobert e tornavo al calar del sole. La decisione di distruggerlo era sua, ma ne aveva attribuito la responsabilità a Dado. Alcuni giorni prima, al rientro da scuola, avevo trovato la brutta sorpresa. Dopo molti pianti e un solo gesto di stizza, mi ero rassegnato all’idea di aver perso il giocattolo preferito. Non era possibile che ora, quello scatto d’ira, quel calcio istintivo dato alla gamba di un tavolo, potesse costarmi così caro. Non esistevano più praterie sterminate dove poter fuggire, dove, senza posseder nulla, si detiene la cosa più preziosa: la Libertà. La libertà di non sottomettere nessuno, né di farsi imporre nulla.
Salii lentamente sull’ambulanza e delle macchie di sangue al suo interno colpirono la mia attenzione rendendomi inquieto. L’idea di essere un agnello condotto al macello mi agghiacciò, così cercai di distrarmi guardando attraverso i graffi della vernice che ricopriva le finestre del mezzo.
«Mettiti seduto composto e non muoverti… hai capito?»
Il tono perentorio, ma soprattutto lo sguardo che non ammetteva repliche, mi costrinsero a raggomitolarmi sul sedile di legno e rimanere così, immobile e in silenzio. Nella notte raggiungemmo il padiglione dell’ospedale psichiatrico. All’entrata i miei timori si accrebbero. Il sacchetto di carta con i giornalini mi fu tolto, e ogni porta che ci si apriva davanti veniva prontamente richiusa con una grande chiave d’ottone lucente dopo il nostro passaggio.
Il dormitorio (Fig. 4) dove giunsi ricordava vagamente quello del collegio ma doveva esserci qualcosa… un particolare che non riuscivo a mettere a fuoco… le finestre!… Sì!… Le finestre erano senza le maniglie, come avevo fatto a non accorgermene. E quelle strane tende… non erano tende… erano reti di ferro! Ero finito in una trappola ben peggiore dell’ E. C. A.

3-camerataLa conferma arrivò il giorno dopo; prima di dimettermi, qualcuno dei miei familiari avrebbe dovuto accettare e sottoscrivere la responsabilità che si prefigurava per la custodia di un pazzo, in caso contrario, sarei rimasto nella fossa dei serpenti per sempre.
Per sempre!… Mi sembrava di udire l’eco di quel pensiero. Dovevo trovare il modo di fuggire a ogni costo; non avrei dovuto essere lì ad ascoltare quei discorsi strani e incomprensibili. Vedere uomini d’ogni età che si denudavano, che correvano, agitando le braccia e urlando senza motivo. Strani esseri che delle volte mi avvicinavano minacciosi, se quello era un castigo, lo era per una colpa che sapevo di non aver commesso.
«Infermier, scusi… cossa la pensa… quando poderò andar fora de questo posto?»
«Fino a quando strizzerai gli occhi il dottore non ti farà uscire… o ti togli quel tic o rimani qui.»
«Ma xè una carognada, perché solo mi, xè tanti che ga tic e miga i vien serai qua dentro.»
Le ultime parole erano state quasi un urlo e l’uomo dal camice bianco si era immediatamente irrigidito. Poi scrollò la testa senza aggiungere altro e si voltò per allontanarsi.
«Infermier… ma la prego… la ghe disi almeno al dottor… ogni volta che go la febbre e che no posso mover gnanche un dito, Marco vien a darme col bicer sul viso e cerca de cavarme i oci.»
«Stai buono! Non usare più quel tono, se ti sente il medico che alzi le ali e crei problemi, ti manda al padiglione Effe; se ancora non te lo hanno detto, quello è il posto dove c’è il reparto dei furiosi e lì, se continui a dare fastidio, puoi immaginare cosa ti aspetta.»
Il povero Marco era un bambino subnormale, nonostante fosse inferiore d’età di un paio d’anni, aveva una stazza quasi il doppio della mia e gran parte del suo tempo la passava rinchiuso in una gabbia di corda. Veniva puntualmente liberato quando ero a letto completamente inerme a causa delle cure mediche.
La “terapia” si rivelò da subito un incubo; dovevo cercare di apparire tranquillo mentre l’infermiere si accostava con modi bruschi e mi infilava l’ago nel braccio. Dovevo costringermi a sperare nell’aiuto di Dio per non ritrovarmi a scendere da quel letto con gli occhi strappati da quel povero essere.
Benché tutto si mostrasse fosco e preoccupante, non dovevo darmi per vinto; avevo appena dodici anni d’accordo, ma sarei cresciuto anch’io e, se il giorno della fuga fosse stato necessario lottare, dovevo esser ben certo di poter vincere. Mi sarei allenato di nascosto a ogni occasione, ma con prudenza; se venivo scoperto avrebbero potuto intuire il vero scopo di quella mania per lo sport: la libertà!
In effetti, in quel periodo a Trieste, non più di una ventina di persone praticavano il sollevamento pesi. Coltivando quella strana e sbeffeggiata disciplina, si veniva spesso considerati affetti da una eccentrica turba mentale; infatti, oltre al leggero tic alle palpebre, era appunto quello sport durissimo, uno dei motivi di apprensione di mia madre. Guardarmi poi, mentre cercavo di scoprire nello specchio da barba di mio fratello, altri non ne avevamo, gli auspicati miglioramenti del mio tono muscolare era, per lei, arrendersi a l’idea instillatale da altri di avere un figlio subnormale.
Devo ringraziare il trattamento medico ricevuto se rientrai nel termine di degenza fissato per legge. Superato il ventisettesimo giorno di osservazione, all’interno di quel gulag, si veniva schedati definitivamente come pazzi. La “terapia” consisteva nell’iniettarmi una sostanza capace di scatenare una febbre fortissima. Rimanevo per ore immobile a letto sfinito e dolorante.
In seguito scoprii che lo stesso “trattamento”, basato proprio sull’uso di quel farmaco infernale, era riservato ai dissidenti, fatti passare scientemente per pazzi, nell’Unione Sovietica.
Il giorno della dimissione, ricordo che all’uscita rimasi quasi abbagliato. Pareva tutto più luminoso, e quel chiarore così intenso era dovuto alla neve che ricopriva ogni cosa col suo candido manto. Da noi nevica di rado e quei momenti furono bellissimi. Mi commossi al pensiero che potesse trattarsi di un regalo di Dio per esser riuscito a superare quella terribile prova.

Lo stesso regalo mi fu inviato molti anni dopo per avvertirmi che ero stato tradito dalla mia sposa e da uno strano personaggio che incontreremo più avanti; un tipo originale al punto da lasciarsi sfuggire che pensava di avere dei buoni motivi per credersi l’Anticristo. Ai due avevo lasciato credere che in un punto preciso del bosco sull’altipiano erano occultate delle armi e una notte, uno strano sogno mi spinse sul posto senza badare al gelo pungente calato improvviso. Trovai decine di orme, nel luogo che solo loro conoscevano. La nevicata era iniziata proprio quella sera a tarda ora; era stata preceduta da un furioso litigio, terminato con l’allontanamento di Carmela dalla mia casa. La lite era scoppiata proprio a causa del personaggio che confessò inaspettatamente di credersi l’Anticristo durante una banale conversazione. Lei mi rimproverava di non volerlo aiutare urlando le offese più pesanti: «Perché non vuoi che trovi una brava ragazza e metta la testa a posto? Perché non permetti che venga ad abitare da tua madre vicino a noi?»
«Perché l’alloggio accanto al nostro deve essere per Giada o per la sorella che ne avrà più bisogno; ho il dovere di pensare prima alle nostre figlie, poi, avendone la possibilità, agli altri».
«Lui verrà e ci rimarrà quanto vorrà!»
Stordito dal veleno di quelle parole, la guardai in silenzio mentre chiamava le bambine per rifugiarsi nell’appartamento accanto.
Il vento rendeva i fiocchi di neve simili a sciami di farfalle impazzite. Dai segni lasciati era evidente che qualcuno mi aveva preceduto di poco. Chi si era recato nel bosco a un’ora così tarda? Tolte le impronte di chi vi aveva cercato la prova del tradimento, rimanevano quelle di coloro che erano preda della frenesia di distruggere un uomo costantemente vigile e diffidente. Nessuno immaginava che il caso, per proteggermi dalle loro azioni insidiose, poteva utilizzare il candore della neve.


A quattordici anni giunse il momento di entrare nel mondo del lavoro, e già dai primi passi non sarebbero mancate umiliazioni e amarezze. Consentitemi di tediarvi col racconto di un solo episodio, sarà utile per introdurre alcune riflessioni sulla necessità di sopportare le sofferenze.
Era da poco passato mezzogiorno e l’operaio a cui prestavo assistenza, un cugino acquisito, era pronto a uscire per il pranzo. Prima di allontanarsi, prese dalla confezione sigillata un foglio di tela abrasiva e con essa levigò brevemente un punto del mezzo che avremmo dovuto verniciare.
«Hai visto?… –disse in fretta– quando torno deve essere trattato tutto allo stesso modo.»
Avevo appena terminato il lavoro assegnatomi che lo sentii arrivare fischiettando.
«Tony, ho finito in questo istante, cosa devo fare adesso?»
Evitando di rispondere, si avvicinò al motoveicolo per controllare l’esecuzione. Scrutò in silenzio ogni angolo e alla fine, senza nemmeno girare la testa, mi stupì: «Perché non hai usato questa tela?»
Si riferiva al foglio da lui adoperato prima di allontanarsi. Meravigliato dalla domanda, farfugliai la prima cosa che mi passò per la mente. Non la considerò soddisfacente come risposta a quanto pare, poiché, dopo essersi avvicinato lentamente, all’improvviso sferrò un colpo. Non ricordo se riuscii a evitarlo, ma so che per schivarlo caddi a terra. Fu rapidamente sopra, mi immobilizzò poggiando la mano sul petto e un ginocchio a lato e ripeté la domanda. Questa volta non attese nemmeno la risposta, mi colpì allo stomaco col manico del cacciavite. Continuò così, a chiedere e a colpire, aumentando di volta in volta l’intensità delle urla e la violenza dei colpi. Non riuscivo più a respirare. “Come posso fermarlo? -mi chiesi impaurito- non ci riesco! Non c’è nessuno che possa aiutarmi”. Ed ecco… mi ricordai di Lui! “Sì!.. Tu lo puoi”. Lo sussurrai con un gemito mentre le forze residue finivano di abbandonarmi. La figura che si stagliò all’entrata, sullo sfondo in controluce, creava un’ombra gigantesca.
«Se continui così si piega il cacciavite e ti fai male alla mano» -tuonò-. Pareva conoscere la cura meticolosa che mio cugino riservava ai suoi attrezzi. L’uomo dall’aspetto erculeo sembrava anche deciso a scaraventarlo lontano con un braccio. Anche quella bestia lo intuì, poiché si fermò all’istante e lasciò che mi rialzassi. Mi ripresi lentamente volgendo lo sguardo riconoscente verso lo sconosciuto, ma com’era giunto, così s’era allontanato.

Sono molte le vittime di simili umiliazioni e di altre ben peggiori, ma il motivo per cui ritenevo insolita la mia situazione, stava nel fatto che l’assurdo episodio appena descritto e altri di maggior gravità, si siano ripetuti con una cadenza e una continuità estenuanti nel corso delle mie giornate per oltre trent’anni. Guardando da un punto di vista più consapevole, si riconosce l’importanza d’essere coscienti di ogni torto subito.
Grazie a quelle continue pressioni, alcuni, i pochi che riescono a evitare il crollo fisico o psichico, vengono portati a meditare sulla necessità di tali esperienze. Esse svolgono l’insostituibile funzione di insegnarci a trascenderle.

«Perché com’è il lampo che balenando risplende da una estremità all’altra del cielo, così sarà il figliuol dell’uomo nel suo giorno. Ma prima è necessario che soffra molto e venga ripudiato da questa generazione.» (Luca. 17/24-25)

«Il Signore l’Eterno mi ha aperto l’orecchio, e io non sono stato ribelle e non mi sono tratto indietro. Io ho presentato il mio dorso a chi mi percuoteva e le mie guance a chi mi strappava la barba; non ho nascosto il mio volto all’onta e agli sputi. Perciò ho reso la mia faccia simile a un macigno. Vicino è Colui che mi giustifica; chi è colui che mi condannerà? Prestami attenzione o Popolo mio! Poiché la Legge procederà da me, la mia Giustizia è vicina, la mia salvezza sta per apparire, le mie braccia giudicheranno i popoli; le isole spereranno in me e confideranno nel mio braccio. E ora la mia mano verga le parole dell’Eterno, che mi ha formato fin dal seno materno per esser suo servo, per raccogliere intorno a Lui Israele (Israele è qui inteso come la parte dell’Umanità che tende a Spiritualizzarsi) e il mio Dio è la mia forza, Egli dice: è troppo poco che tu sia mio servo per rialzare le tribù di Giacobbe e per ricondurre gli scampati d’Israele; voglio far di te la luce delle nazioni, lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra. Sono venuto su dinanzi a Lui come un rampollo, come una radice ch’esce da un arido suolo; non avevo forma né bellezza da attirare i vostri sguardi, né apparenza da farmi desiderare. Disprezzato e abbandonato dagli uomini, uomo di dolore, familiare col patire, pari a colui dinanzi al quale ciascuno si nasconde la faccia, ero spregiato, e voi non aveste stima alcuna. Eppure, erano le vostre malattie ch’io portavo, erano i vostri dolori quelli di cui m’ero caricato; e voi mi reputavate colpito, battuto da Dio, e umiliato… !» (Isaia)
Dalle parole di Isaia, notiamo un continuum nella comune esperienza che lega ogni grande mistico e tutti gli innovatori apparsi tra gli uomini dalla notte dei tempi. Per non sfuggire alla consuetudine, anch’io dovevo attendere prima di levarmi tra le Nazioni? Di certo avrei dovuto mostrarmi capace di piangere per la sorte dei potenti; dovevo anche esaltarmi davanti all’eroismo mostrato dai combattenti russi nei campi di sterminio nazisti.
Avrei seguito la via della Conoscenza suggerita dai mistici occidentali, poi l’orientale, così simile a quella degli stregoni Yaqui del Messico, i quali presentano la loro dottrina con le parole di un discepolo di Heidegger o come usava lo stesso Kierkegaard.
Era anche necessario lasciarsi ferire dai vostri sogni svaniti e ascoltare ogni pianto di bimbo. Le invocazioni di tutti gli oppressi e le vane preoccupazioni dei privilegiati. Dovevo farlo per poter rispondere ad alcune importanti domande.
È giusto aver pianto per l’opportunità perduta dalla Nazione Americana, quando l’uomo che predicava la Nuova Frontiera venne colpito a tradimento? È giusto sapere che mi esalto quando la capacità di esprimere una virtù eroica fa immancabilmente divenire amico ogni nemico? È giusto che si conoscano le ragioni per cui volli percorrere ogni via? La risposta a queste domande è molto semplice: ho vissuto quelle esperienze per poter dichiarare che tutte portano alla conoscenza della Verità. I dubbi che ci assalgono durante la nostra vita e i sacrifici che sopporteremo per rispondere proprio a quei dubbi, ci condurranno alla scoperta della stessa Verità. È giusto infine che vi riveli perché prestai orecchio ai pianti e alle preghiere: era mio dovere di uomo com’è dovere di ogni figlio di Dio asciugare quelle lacrime ed esaudire quelle preghiere quando sente giungere l’Ora decisa dal Padre.