Il dono di Hanuman

gargoile_trasparentePaco, il nostro piccolo scimmiotto, come molti suoi simili pagò caro il suo istinto di libertà, venne abbattuto a colpi di mitra. Carmen sembrò aver perduto un bambino tanto ne fu addolorata, e in effetti, quello scimmiotto riceveva tutte le attenzioni riservate ai ragazzini troppo esuberanti.
Non c’era nulla che lo facesse desistere, se l’istinto gli suggeriva di potersela filare dalla porta o dalla finestra senza farsi prendere al volo, lo faceva senza il minimo indugio. Appena libero, poi, iniziava per noi l’angoscia di perderlo: quando vedevamo le macchine sfiorarlo, quando saliva sui pali che reggevano i fili elettrici, e quando la gente cercava di colpirlo o catturarlo.
A tutto ciò si aggiungeva il timore che, seguendo il suo istinto, facesse del male a qualche piccolo innocente, colpevole di avvicinarlo senza rispettare il rituale proprio della sua specie.
Alle volte, prima di farlo desistere dallo scorrazzare per il rione e tornare da noi, dovevamo passare l’intera notte seguendolo senza spaventarlo.
Alla fine, stanco e arruffato, implorando perdono con delle smorfie inequivocabili, era sempre tra le sue braccia che cercava rifugio. Era lei che se lo stringeva al petto, impedendomi di punirlo quando riuscivo a prenderlo e sempre lei piangeva in silenzio le rare volte che anticipavo la sua fuga e lo castigavo severamente, in modo da apparirle un uomo senza alcuna pietà.
«Se non mi lasci fare prima o poi morirà, finirà folgorato o gli spareranno» -ripetevo convinto- «Non posso, non ci riesco –rispondeva agitata– ne soffro e non credo sia giusto trattarlo così crudelmente.»
Poi… mi ritrovai con Paco agonizzante tra le braccia.
Un carabiniere gli aveva sparato perché si era allontanato da casa per l’ennesima volta. È colpa mia pensavo, forse non dovevo darle ascolto ma mostrarmi più severo, feroce agli occhi di tutti senza curarmene affatto e avremmo potuto continuare a condividere le stesse emozioni del nostro adorabile esserino.

Quella sera, salii rassegnato con lui ormai esanime su una vettura dei vigili del fuoco; dovevamo raggiungere un veterinario che ponesse fine alla sua sofferenza. Il povero Paco, steso sulle mie ginocchia, ansimava rapido. Lo guardai negli occhi, sperando con forza per un istante che potesse sopravvivere, mi aspettavo tristemente di leggervi la paura, il dolore, ma rimasi di pietra: mi stava guardando con curiosità, con meraviglia. Conoscevo alla perfezione tutte le sue espressioni, anche le più impercettibili, non potevo assolutamente ingannarmi.
Raddrizzai la schiena sul sedile e scrutai nello specchio retrovisore per capire il motivo di quella sua particolare espressione. Passando con l’auto sotto i lampioni, il volto riflesso si rischiarava. “Ma… sulla fronte che c’è?… Queste sono delle piccolissime gocce di sangue! Non è affatto sudore, quello cui sono abituato da anni di palestra.”
Quanta saggezza in quella intuizione popolare che ritiene gli animali in grado di riconoscere per primi i più imprevedibili fenomeni della Natura. All’ultimo istante, Paco, aveva raggiunto la dimensione di Hanuman, il Dio Scimmia fedele a Krishna, di cui parlano i testi sacri indiani.
“Sei riuscito a vedere il tuo signore, -pensai con amara ironia- ora nessuno potrà più impedirti di giocare nel suo giardino infinito”. Poi, strofinai via dal volto, col dorso della mano, quelle inopportune goccioline di sangue. Gli altri, notandole, ripensando ai miei strani commenti mentre salivo sulla loro vettura, avrebbero potuto credere che l’intenso dolore mi provocava fenomeni somatici dovuti all’isteria.
Vedendo queste macchie penseranno che mi sia sporcato con il tuo sangue, piccolo mio, ma tu sai la verità, e finalmente sai che se ti colpivo, quando ti sottraevi alla mia guida per scorrazzare libero tra i rami, non cessavo di amarti.
Per le cose successe oggi, la mia mente domani troverà una spiegazione, ma non potrà spiegare ad altri come tu abbia potuto essere come un figlio e che da te possa aver ricevuto più di quanto ti ho dato.
Forse sarò una belva, simile all’Anticristo visto dai veggenti, e una belva disumana come me non può lasciare che il proprio cucciolo venga catturato, portato a migliaia di chilometri, tenuto al buio, in una cantina fredda dentro una gabbia, dove può stare solo seduto.
Una belva feroce sa lottare fino alla morte, e se non si è capaci di fare altrettanto, ci si deve chinare davanti alla determinazione di tanti animali, al loro spirito di sacrificio spinto fino all’estremo.
Essi però non hanno molta scelta, possono usare le loro unghie, i denti e l’istinto. Io posso servirmi di armi che non sembrano nemmeno tali e, proprio per questo, ancora più micidiali.

«Quando si aggireranno sulla Terra nuove pestilenze come nubi cariche di tempesta, saranno prossimi grandi eventi, perché un ramo dell’umanità sarà secco e dovrà essere spezzato.» (Il Ragno Nero, monaco bavarese del XVI secolo)

Alcuni giorni dopo la sua morte, scrissi assieme a Carmela poche righe con lo scopo di farle pubblicare sul quotidiano locale. Furono parole provocatorie e di condanna: –Ora finalmente il mostro non vi terrorizzerà più. Voi, che siete persone indubbiamente civili, potrete dormire sonni tranquilli, ve lo meritate, avete fatto tutto ciò che era di vostra competenza. Avete delegato a degli uomini di buonsenso quanto voi, il compito di varare delle leggi che consentano la deportazione dal loro habitat naturale di creature indifese. La vostra vocazione di far conoscere e apprezzare da tutti gli esseri la “civiltà” vi permette di accettare questa opera con la massima serenità. Vengono strappati con delicatezza, all’affetto e ai giochi con gli altri cuccioli, animali di tutte le razze, finché tra un piccolo King Kong regalato e la sua nuova “famiglia”, si crea un legame “pericoloso” da spezzare.–
E pericoloso, considerato ciò che è stato possibile stabilire con certezza, potrebbe essere un termine molto appropriato. Si è visto infatti che lo stress, dovuto alla cattività, attenua la risposta immunitaria nei macachi. Nell’organismo dei primati sono presenti una cinquantina di SV24, del tutto inoffensivi nell’animale che vive libero nel suo ambiente naturale, ma in grado di attivarsi e scatenare malattie mortali nei soggetti che perdono le loro difese immunitarie.
Quanto sia comune la convinzione che l’aids sia l’effetto d’un errato atteggiamento degli uomini è risaputo; ciò che è meno noto, è il fatto che la sua iniziale diffusione sia stata attribuita in gran parte, guarda caso, proprio alla specie antropomorfa dei macachi.
La diffusione di questa ulcera del corpo e dell’anima, avvenuta dopo la sua morte, riporta alla mente il consiglio incluso già nella nota introduttiva: debellare oggi il dolore dai volti, per poter un giorno evitare che anche il musetto di una semplice bestiola conosca l’orrore e la sofferenza.
Il seguito della missiva era una sintesi del dolore, del vuoto, della determinazione a superarlo e delle tante emozioni orfane che Paco aveva lasciato in noi: -Il piccolo Paco, divenne di giorno in giorno più civile; iniziò col servirsi della toilette e arrivò a spegnere la luce prima di uscire da una stanza, a portare ogni cosa richiesta e a sbirciare nelle tasche degli ospiti. Giunse fino al punto di guardare con desiderio–nostalgia le foto di foreste e di spaventarsi quando scorgeva nei reportage fotografici un rettile, a mangiare a tavola con le posate e uscire col suo “papà” a prendere il gelato. Ma un giorno scoprì che la civiltà dell’uomo è incompatibile con la Libertà, lo scoprì pagandone il prezzo più alto, la sua vita. Coloro che per avidità di denaro e altro, distruggono la Natura e calpestano la Libertà, non dormiranno più a lungo sonni tranquilli. Scopriranno che già la morte di Paco, un insignificante scimmiottino, bastò per generare in me la voglia di oppormi e fermarli. La strage di tanti bimbi e il dolore di tante madri, dunque, determineranno in molti Uomini la voglia di unirsi e di opporsi a quelle atrocità. Essi capiranno che il loro supremo dovere è quello di accorrere sotto i vessilli di colui che fu destinato da sempre al compito meraviglioso e terribile di fermare e punire simili azioni.–

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Più sotto, poche parole concludevano la lettera: –Desidero anch’io far sapere che Paco, per me e mio marito, era, è e sarà come un figlio. Abbiamo rinunciato al suo affetto e alla sua presenza per risparmiare un possibile dolore a un altro padre e a un’altra madre. Spero che il nostro sacrificio e in special modo quello del nostro caro piccolo Paco non sia inutile. Non lasciate più che accadano queste cose, lottate dunque per la Libertà di tutti, anche per quella degli esseri che vivono un gradino più in basso. Non lasciate che li facciano soffrire e li distruggano. Paco vi regalerà quel sorriso che avete perduto.–

Mentre leggevo le parole scritte dalla mia compagna, il ricordo di Hanuman riaffiorò in me. Quelle righe dovevo portarle al giornale, così in seguito si sarebbe potuto capire e provare quale era il sentimento che sempre più spesso aveva il sopravvento su di lei: la bontà purtroppo, la bontà è come un fiore dall’intenso profumo, se non è stemperata dalla saggezza, stordisce.
Il nome Hanuman, avrà destato qualche curiosità, ma per molti è superfluo affrontare questo argomento, l’idea racchiusa in questo racconto è rivolta contemporaneamente ai praticanti di tutte le fedi. Per chi già conosce quella simbolica figura, basta farne il nome perché capisca la parte del messaggio rivolta a lui. Per gli altri è sufficiente intuire che, se la mia esistenza racchiudeva un mistero, pure l’esserino appena scomparso doveva entrare a farne parte.
Logicamente la nostra lettera non venne pubblicata, ma in seguito all’articolo che descriveva la caccia al mostro, ricevemmo una missiva molto commovente da parte di una sconosciuta, la quale esprimeva un sincero dolore e il desiderio di contribuire con quel gesto a lenire il nostro.
Passò del tempo e una notte sognai di lui. Ci trovavamo assieme a Carmela in una vera e propria foresta; stranamente, invece di avvicinarsi per prendere dalle nostre tasche le caramelle al liquore, di cui non si saziava mai, si allontanò da noi al punto che cominciammo a preoccuparci di perderlo.
Stringendomi la mano, con gli occhi che cercavano di penetrare all’interno di quel verde fluorescente che ci avvolgeva, Carmela, mostrandosi preoccupata, mormorava: «Se non torna più a chi daremo tutte queste caramelle, bambini non ne abbiamo purtroppo.»
Mi liberai dalla sua stretta meravigliandomi di aver pensato la stessa cosa e, mentre cercavo di raggiungerlo per invogliarlo a tornare, decisi improvvisamente che non era giusto, che avrebbe dovuto restare libero nella sua tanto amata foresta. Poi, giunto più vicino, tra i giochi di luce e ombre, notai che dall’alto faceva oscillare pericolosamente un involucro, uno strano fagotto che, per quanto assurdo, pareva una creatura appena nata avvolta in una coperta di patchwork.
–È destino che non si possa stare in pace, –pensai con inquietudine– ora che lui ha finalmente ritrovato la libertà nel suo ambiente, devo sopportare l’ansia per una vita in costante pericolo. “Da me c’è da aspettarsi di tutto”, sembrava dirmi il suo sguardo, sarebbe uno scherzo degno di te, grazie a quelle doti nascoste, che tutte le creature possiedono, riusciresti a farci trovare un bimbo e costringerci a penare ancor più di prima.–
Quel pensiero, così imperioso, unito all’angoscia impotente per quel corpicino in pericolo, mi fece riaprire gli occhi.
Carmela accanto a me continuava a dormire, era notte fonda, aggiustai il cuscino ripromettendomi al mattino di annunciarle che avrebbe avuto un bambino tutto suo. Potevo parlarle di Paco e di ciò che quel sogno voleva garantirle. Le avrei detto che me lo aveva annunciato lui l’arrivo di quel dono e, per realizzare il suo sogno, doveva semplicemente evitare di cibarsi della carne di chi apparteneva al regno animale.
Avrebbe dovuto fidarsi, anche se erano otto lunghi anni che lei lo desiderava inutilmente, bastava tacerle il pericolo intuito; percepivo vagamente la sua natura e non era il caso di dirglielo senza esserne certo: qualunque bambino infatti sarebbe stato una benedizione.
Dover accudire quella birba imprevedibile che passava da un albero all’altro come una scheggia, per noi era stato come occuparsi d’un asilo intero, nessun figlio, di sicuro, ci avrebbe causato tante preoccupazioni e tante pene.
Quella volta mi sbagliavo ma è stato meglio non averlo saputo: non credo avremmo avuto il coraggio di accettare quel dono! Un dono di nome Giada.

Mediamente ogni dieci giorni, per sette interminabili anni, lei ci fece assistere alla sua impari battaglia: le sue deboli forze, contro un male imprevedibile e crudele che non ci lasciava un attimo di respiro. La gravissima forma d’asma di cui soffriva la mia piccola Giada avrebbe potuto infatti colpirla a ogni istante per lasciare il suo segno indelebile nel nostro animo.
L’unica consolazione, che mi impediva di impazzire, era sapere che il Padre colpisce di più chi maggiormente ama. Con gli anni, le ragioni per volerle bene divennero tante; uno dei tanti validi motivi lo trovai nel giardino di casa il giorno che calpestai uno scarafaggio. L’insetto stava capovolto, agitando frenetico le minuscole zampine, sembrava volersi aggrappare disperatamente alla vita.
Giada arrivò subito dopo, probabilmente notò che osservavo qualcosa con attenzione e si avvicinò, rimase qualche istante muta a fissarlo, poi le sue labbra iniziarono a tremare. Si girò senza ascoltare le giustificazioni che mi vennero spontanee e si allontanò lentamente continuando a piangere.
Era passata più di mezz’ora, quando, passando dal retro del giardino per sistemare degli attrezzi, la trovai con gli occhi gonfi di lacrime e profondamente abbattuta.
Avevo completamente dimenticata la fine dello scarafaggio, per cui pensai che avesse litigato con Lara; la sorella, solitamente più remissiva e accomodante, forse aveva reagito.
Laretta era stata concepita proprio allo scopo di aiutarci a rendere più sopportabile la sofferta esistenza della primogenita. Per questo, quando Giada ne feriva con leggerezza la sensibilità, andavo su tutte le furie. Un po’ bruscamente dunque, le chiesi il motivo di quel pianto e la sua risposta mi lasciò interdetto: «Non voleva morire papà, ho visto sai? Quant’era disperato, come muoveva le sue zampine, perché lo hai calpestato per farlo morire? Sei cattivo!»
«Bambina mia, –raschiai la gola celando la commozione, combattuto da sentimenti molto diversi, l’orgoglio per la compassione che sapeva esprimere e il dolore per l’ingiusta accusa e il suo giudizio avventato–.
«Tu pensi che quel minuscolo insetto, un insignificante esserino, se ti vedesse piangere così, avrebbe motivo per essere felice?»
«Ma non può più vedermi, poverino.»
«Lo credi?.. Tu non puoi sapere cosa sia il Miracolo della Morte, nessuno te ne ha mai parlato e le poche cose che hai sentito in merito non sono sufficienti per farti capire la verità. Ora non è il momento, hai appena dodici anni, ma ti prometto che tra non molto ti dirò ciò che ti servirà per vedere più profondamente nel suo segreto.»
Passarono quasi due anni prima di poter assolvere quella promessa così impegnativa.
«Sarà l’uomo del cràcchili (bosco) che verrà a salvare l’umanità. Arriverà alla fine del millennio e porterà in mano la scure perché molti saranno i rami secchi, ma nessuno oserà tagliarli. E l’uomo del cràcchili, dopo aver potato la vecchia pianta, metterà a dimora una pianticella il cui nome sarà ddéddu.» [Nota 3]

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