Il dono di Hanuman

gargoile_trasparentePaco, il loro piccolo scimmiotto, come molti suoi simili pagò caro il suo istinto di libertà, venne abbattuto a colpi di mitra. Carmen sembrò aver perduto un bambino tanto ne fu addolorata, e in effetti, quello scimmiotto riceveva tutte le attenzioni riservate ai ragazzini troppo esuberanti.
Non c’era nulla che lo facesse desistere, se l’istinto gli suggeriva di potersela filare dalla porta o dalla finestra senza farsi prendere al volo, lo faceva senza il minimo indugio. Appena libero, poi, iniziava per loro l’angoscia di perderlo: quando vedevano le macchine sfiorarlo, quando saliva sui pali che reggevano i fili elettrici, e quando la gente cercava di colpirlo o catturarlo.
A tutto ciò si aggiungeva il timore che, seguendo il suo istinto, facesse del male a qualche piccolo innocente, colpevole di avvicinarlo senza rispettare il rituale proprio della sua specie.
Alle volte, prima di farlo desistere dallo scorrazzare per il rione e tornare, dovevano passare l’intera notte seguendolo senza spaventarlo.
Alla fine, stanco e arruffato, implorando perdono con delle smorfie inequivocabili, era sempre tra le sue braccia che cercava rifugio. Era lei che se lo stringeva al petto, impedendogli di punirlo quando riusciva a prenderlo e sempre lei piangeva in silenzio le rare volte che anticipava la sua fuga e lo castigava severamente, in modo da apparirle un uomo senza alcuna pietà.
«Se non mi lasci fare prima o poi morirà, finirà folgorato o gli spareranno» ripeteva convinto. «Non posso, non ci riesco» replicava agitata. «ne soffro e non credo sia giusto trattarlo così crudelmente.»
Poi… si ritrovò con Paco agonizzante tra le braccia.
Un carabiniere gli aveva sparato perché si era allontanato da casa per l’ennesima volta. Pensava che la colpa fosse sua, che se non le avesse dato ascolto ma si fosse mostrato più severo, feroce agli occhi di tutti senza curarsene affatto, avrebbero potuto continuare a condividere le stesse emozioni del loro adorabile esserino. Quella sera, salì rassegnato con lui ormai esanime su una vettura dei vigili del fuoco; dovevano raggiungere un veterinario che ponesse fine alla sua sofferenza. Il povero Paco, steso sulle sue ginocchia, ansimava rapido. Lo guardava negli occhi, sperando intensamente che potesse sopravvivere, si aspettava tristemente di leggervi la paura, il dolore ma rimase allibito: lo stava guardando con curiosità, con meraviglia. Conosceva alla perfezione tutte le sue espressioni, anche le più impercettibili, non poteva assolutamente ingannarsi.
Raddrizzò la schiena sul sedile e scrutò nello specchio retrovisore per capire il motivo di quello sguardo. Passando con l’auto sotto i lampioni, il volto riflesso si rischiarava. «Ma… sulla fronte che c’è?… Queste sono delle piccolissime gocce di sangue! Non è affatto sudore, quello cui sono abituato in palestra.»
Quanta saggezza in quella intuizione popolare che ritiene gli animali in grado di riconoscere per primi i più imprevedibili fenomeni della Natura. Il loro Paco aveva raggiunto la dimensione di Hanuman, il Dio Scimmia fedele a Krishna, di cui parlano i testi sacri indiani.
«Sei riuscito a vedere il tuo signore,» pensò con amara ironia. «ora nessuno potrà più impedirti di giocare nel suo giardino.» Poi, strofinò via dal volto, col dorso della mano, quelle inopportune goccioline di sangue. Gli altri, notandole, ripensando ai suoi strani commenti mentre saliva sulla loro vettura, avrebbero potuto credere che l’intenso dolore gli provocava fenomeni somatici d’isteria.
«Vedendo queste macchie penseranno che mi sia sporcato con il tuo sangue, piccolo mio ma tu sai la verità e finalmente sai che se ti colpivo, quando ti sottraevi alla mia guida per scorrazzare libero tra i rami, non cessavo di amarti.
Per le cose successe oggi, la mia mente domani troverà una spiegazione ma non potrà spiegare ad altri come tu abbia potuto essere come un figlio e che da te possa aver ricevuto più di quanto ti ho dato.
Forse sarò una belva, simile all’Anticristo visto dai veggenti, e una belva come me non può lasciare che il proprio cucciolo venga catturato, portato a migliaia di chilometri, tenuto al buio, in una cantina fredda dentro una gabbia, dove può stare solo seduto.
Una belva feroce sa lottare fino alla morte e, se non si è capaci di fare altrettanto, ci si deve chinare davanti alla determinazione di tanti animali, alla loro capacità di sacrificarsi per difenderli.
Essi però non hanno molta scelta, possono usare le loro unghie, i denti e l’istinto. Io potrò servirmi di armi che non sembrano nemmeno tali e, proprio per questo, ancora più micidiali.»

Quando si aggireranno sulla Terra nuove pestilenze come nubi cariche di tempesta, saranno prossimi grandi eventi, perché un ramo dell’umanità sarà secco e dovrà essere spezzato.” Il Ragno Nero, monaco bavarese del XVI° secolo

Alcuni giorni dopo la sua morte, scrisse assieme a Carmela poche righe con lo scopo di farle pubblicare sul quotidiano locale. Furono parole provocatorie e di condanna:

“Ora finalmente il mostro non vi terrorizzerà più. Voi, che siete persone indubbiamente civili, potrete dormire sonni tranquilli, ve lo meritate, avete fatto tutto ciò che era di vostra competenza. Avete delegato a degli uomini di buonsenso quanto voi, il compito di varare delle leggi che consentano la deportazione dal loro habitat naturale di creature indifese. La vostra vocazione di far conoscere e apprezzare da tutti gli esseri la “civiltà” vi permette di accettare questa opera con la massima serenità. Vengono privati con “delicatezza” della libertà e dei giochi con gli altri cuccioli, animali di tutte le razze, finché, tra un piccolo King Kong regalato e la sua nuova “famiglia”, si crea un legame “pericoloso” da spezzare”.
E pericoloso, considerato ciò che è stato possibile stabilire in ambito medico, potrebbe essere un termine molto appropriato. Si è visto infatti che lo stress, dovuto alla cattività, attenua la risposta immunitaria nei macachi. Nel primate sono presenti una cinquantina di SV24, del tutto inoffensivi per l’animale che vive libero nel suo ambiente naturale ma sono in grado di attivarsi e scatenare malattie mortali nel soggetto che perde le sue difese immunitarie.
Quanto sia comune la convinzione che l’aids sia l’effetto d’un errato atteggiamento degli uomini è risaputo; ciò che è meno noto, è il fatto che la sua iniziale diffusione sia stata attribuita in gran parte, guarda caso, proprio alla specie antropomorfa dei macachi.
Infine, la diffusione di questa ulcera del corpo e dell’anima, avvenuta dopo la sua morte, riporta alla mente il consiglio incluso già nella nota introduttiva: debellare oggi il dolore dai volti, per poter un giorno evitare che anche il musetto di una bestiola conosca l’orrore e la sofferenza.
Il seguito della missiva era una sintesi del dolore, del vuoto, della determinazione a superarlo e delle tante emozioni che Paco aveva lasciato in loro:

“Il piccolo Paco, divenne di giorno in giorno più civile; iniziò col servirsi della toilette e arrivò a spegnere la luce prima di uscire da una stanza, a portare ogni cosa richiesta e a sbirciare nelle tasche degli ospiti. Giunse fino al punto di guardare con desiderio-nostalgia le foto di foreste e di spaventarsi quando scorgeva nei reportage fotografici un rettile, a mangiare a tavola con le posate e uscire col suo “papà” a prendere il gelato. Ma un giorno scoprì che la civiltà dell’uomo è incompatibile con la Libertà, lo scoprì pagandone il prezzo più alto, la sua vita. Coloro che per avidità di denaro e altro, distruggono la Natura e calpestano la Libertà, non dormiranno più a lungo sonni tranquilli. Scopriranno che la morte di Paco, un piccolo scimmiottino, generò in lui la voglia di opporsi e fermarli. La strage di tanti bimbi e il dolore di tante madri, dunque, determineranno in molti Uomini la voglia di unirsi e di opporsi a quelle atrocità. Essi capiranno che il loro supremo dovere è quello di accorrere sotto i vessilli di colui che fu destinato da sempre al compito meraviglioso e terribile di fermare e rieducare coloro che compiono simili azioni”.

bandiera

Più sotto, poche parole concludevano la lettera:

“Desidero far sapere che Paco, per me e mio marito, era, è e sarà come un figlio. Abbiamo rinunciato al suo affetto e alla sua presenza per risparmiare un possibile dolore a un altro padre e a un’altra madre. Spero che il nostro sacrificio e in special modo quello del nostro caro piccolo Paco non sia inutile. Non lasciate più che accadano queste cose, lottate dunque per la Libertà di tutti, anche per quella degli esseri che vivono un gradino più in basso. Non lasciate che li facciano soffrire e li distruggano. Paco vi regalerà quel sorriso che avete perduto”.

Mentre leggeva le parole scritte dalla sua compagna, il ricordo di Hanuman riaffiorò in lui. Quelle righe doveva portarle al giornale, così in seguito si sarebbe potuto capire e provare quale era il sentimento che sempre più spesso aveva il sopravvento su di lei: la bontà purtroppo, la bontà è come un fiore molto profumato, se non è stemperata dalla saggezza, stordisce.
Il nome Hanuman, avrà destato qualche curiosità ma per molti è superfluo affrontare questo argomento, l’idea racchiusa in questo racconto è rivolta contemporaneamente ai praticanti di tutte le fedi. Per chi già conosce quella simbolica figura, basta farne il nome perché capisca la parte del messaggio rivolta a lui. Per gli altri è sufficiente intuire che, se la sua esistenza racchiudeva un mistero, pure l’esserino appena scomparso doveva entrare a farne parte.
Logicamente la loro lettera non venne pubblicata ma, l’articolo di cronaca che descriveva la caccia al mostro, suggerì a una sconosciuta di inviare una missiva molto commovente con  la quale esprimeva un sincero dolore e il desiderio di contribuire con quel gesto a lenire il loro.
Passò del tempo e una notte sognò di lui. Si trovava assieme a Carmela in una vera e propria foresta; stranamente, invece di avvicinarsi per prendere dalle loro tasche le caramelle al liquore, di cui non si saziava mai, si allontanò al punto che cominciarono a preoccuparsi di perderlo.
Stringendogli la mano, con gli occhi che cercavano di penetrare l’interno di quel verde fluorescente che li avvolgeva, Carmela, mostrandosi preoccupata, mormorò: «Se non torna più a chi daremo tutte queste caramelle, bambini non ne abbiamo purtroppo.»
Si liberò dalla sua stretta meravigliandosi di aver pensato la stessa cosa e, mentre cercava di raggiungerlo per invogliarlo a tornare, decise improvvisamente che non era giusto, che avrebbe dovuto restare libero nella sua tanto amata foresta. Poi, giunto più vicino, mentre lui saltava sui rami tra giochi di luce e ombre, notò che faceva oscillare pericolosamente un involucro, uno strano fagotto che, per quanto assurdo, pareva una creatura appena nata avvolta in una coperta di patchwork.
«È destino che non si possa stare in pace, pensò con inquietudine. ora che hai finalmente ritrovato la libertà nel tuo ambiente, devo sopportare l’ansia per una vita in costante pericolo. «Da me c’è da aspettarsi di tutto,» sembrava dirgli il suo sguardo tra un balzo e l’altro. «Sarebbe uno scherzo degno di te, grazie a quelle doti nascoste, che tutte le creature possiedono, riusciresti a farci trovare un bimbo e costringerci a penare ancor più di prima.»
Quel pensiero e l’angoscia impotente per quel corpicino in pericolo, lo svegliò all’istante.
Carmela accanto a lui continuava a dormire, era notte fonda, aggiustò il cuscino ripromettendosi di annunciarle che avrebbe avuto un bambino tutto suo. Poteva parlarle di Paco e di ciò che quel sogno voleva garantirle. Le avrebbe detto che era stato Paco ad annunciargli l’arrivo di quel dono e, per realizzare il suo sogno, doveva semplicemente evitare di cibarsi della carne di chi apparteneva al suo regno animale.
Avrebbe dovuto fidarsi, anche se erano otto lunghi anni che lei lo desiderava inutilmente, bastava tacerle il pericolo intuito; percepiva vagamente la sua natura e non era il caso di dirglielo senza esserne certo: qualunque bambino infatti sarebbe stato una benedizione.
Dover accudire quella birba imprevedibile che correva sulle chiome degli alberi con la velocità di una scheggia, per loro era stato come occuparsi d’un asilo intero, nessun figlio, di sicuro, avrebbe causato tante preoccupazioni e tante pene.
Quella volta si sbagliava ma è stato meglio non averlo saputo: non avrebbero avuto il coraggio di accettare quel dono! Un dono di nome Giada.

Mediamente ogni dieci giorni, per sette interminabili anni, lei li fece assistere alla sua impari battaglia: le sue deboli forze, contro un male imprevedibile e crudele che non le lasciava un attimo di respiro. La gravissima forma d’asma di cui soffriva la loro bambina avrebbe potuto colpirla a ogni istante per lasciare il suo segno indelebile nel loro animo.
L’unica consolazione, che gli impediva di impazzire, era sapere che il Padre colpisce di più chi maggiormente ama. Poi con gli anni, le ragioni per volerle bene divennero tante; uno dei validi motivi lo trovò nel giardino di casa il giorno che calpestò uno scarafaggio. L’insetto stava capovolto, agitando frenetico le minuscole zampine, sembrava volersi aggrappare disperatamente alla vita.
Giada arrivò subito dopo, probabilmente notò che lui osservava qualcosa con attenzione e si avvicinò, rimase qualche istante muta a fissarlo, poi le sue labbra iniziarono a tremare. Si girò senza ascoltare le giustificazioni che gli vennero spontanee e si allontanò lentamente continuando a piangere.
Era passato parecchio tempo, quando, passando dal retro del giardino per sistemare degli attrezzi, la trovò con gli occhi gonfi di lacrime e profondamente abbattuta.
Aveva completamente dimenticato la fine dello scarafaggio, per cui pensò che avesse litigato con Lara; la sorella, solitamente più remissiva e accomodante, forse aveva reagito.
Laretta era stata concepita proprio allo scopo di aiutarli a rendere più sopportabile la sofferta esistenza della primogenita. Per questo, quando Giada ne feriva con leggerezza la sensibilità, andava su tutte le furie. Un po’ bruscamente dunque, le chiese il motivo di quel pianto e la sua risposta lo lasciò interdetto: «Non voleva morire papà, ho visto sai? Quanto era disperato, come muoveva le sue zampine, perché lo hai calpestato per farlo morire? Sei cattivo!»
«Bambina mia, raschiò la gola celando la commozione, combattuto da sentimenti molto diversi, l’orgoglio per la sensibilità che dimostrava  e lo sconcerto per l’ingiusta accusa e il suo giudizio avventato.
«Tu pensi che quel minuscolo insetto, un insignificante esserino, se ti vedesse piangere così, avrebbe motivo per essere felice?»
«Ma non può più vedermi, poverino.»
«Lo credi?.. Tu non puoi sapere cosa sia il Miracolo della Morte, nessuno te ne ha mai parlato e le poche cose che hai sentito in merito non sono sufficienti per farti capire la verità. Ora non è il momento, hai appena dodici anni, ma ti prometto che tra non molto ti dirò ciò che ti servirà per vedere più profondamente nel suo segreto.»
Passarono quasi due anni prima di poter mantenere quella promessa così impegnativa.

Sarà l’uomo del cràcchili (bosco) che verrà a salvare l’umanità. Arriverà alla fine del millennio e porterà in mano la scure perché molti saranno i rami secchi, ma nessuno oserà tagliarli. E l’uomo del cràcchili, dopo aver potato la vecchia pianta, metterà a dimora una pianticella il cui nome sarà ddéddu.” [Nota 3]


Quel giorno vagava come al solito nel bosco dell’altipiano alle spalle della città. Cercava legna da ardere quando, il fruscio di una vipera che strisciava accanto al sentiero, a breve distanza dai suoi piedi, insinuò nella sua mente la sensazione di un pericolo occulto che si avvicinava: il tradimento.
In quel periodo, si trattava solo di vaghe sensazioni ma in seguito, mentre vergava proprio queste pagine e ascoltava distrattamente il telegiornale, in un modo decisamente insolito, divenne pienamente consapevole di quanto stava per accadere.
Il mezzobusto era impegnato a dare notizia della misteriosa fine di due persone su di un’isola del Mediterraneo. Parlava anche dell’enigmatico messaggio che avevano lasciato scritto con della vernice rossa, sul posto della tragedia, pochi attimi prima di morire: “Tuo figlio 666 è in pericolo”.
Quelle parole inspiegabili, quel sinistro avvertimento che solo l’intuito permetteva di associare al rischio che stava correndo, era stato inviato in quel modo perché altri vedessero come l’Energia Intelligente comunicava? Grazie a quel messaggio notò altri impercettibili segnali di pericolo ed evitò di soccombere. Quei segnali arrivarono al momento opportuno, mentre la sua sposa, assieme a qualcuno che stava dietro l’infido personaggio che l’aveva sfidato dichiarandosi l’Anticristo, tramava contro di lui.

Negli Ultimi Tempi le mogli trameranno contro i mariti” [Nota 4]

Lo Stato e i suoi complici avevano scatenato la loro offensiva. I rappresentanti del primo cercavano di annientare un nemico dichiarato e imprevedibile, i secondi, dal suo annientamento, volevano trarre degli inconfessabili vantaggi. Per riuscire nel loro intento però, era indispensabile che qualcuno giungesse a venderlo.
«Ultimamente ne vedo troppe,» gli capitò di pensare. «è forse il segno del tradimento?» Sono in attesa di quel giorno ma non riesco a reprimere l’angoscia.» Ora, grazie a un essere strisciante, alla direzione che aveva preso, alla rapidità con cui procedeva e altri impalpabili elementi, intuiva che quel momento era imminente e anche chi si sarebbe macchiato di quella colpa.
Il rettile non era molto grande, si trattava di una bestiola capace di suscitare anche simpatia, eppure pensò immediatamente a catturarla per farla vedere alle sue bambine.
Alla compassione per l’animale, dovuta alla conoscenza, la mente faceva immediatamente prevalere l’istinto di proteggere le piccole. Doveva avvisarle di tenersi lontane da quel tipo di serpe nel caso vi si fossero imbattute durante le gite scolastiche. Le vipere in genere sono molto velenose e Giada, essendo già fortemente debilitata dalla malattia, avrebbe corso un pericolo maggiore.
Così, per renderla innocua, non andò molto per il sottile. La uccise con una pietra colpendola sulla testa e in varie parti del corpo, poi la infilò in un recipiente di vetro trovato sul posto e tornò alla macchina. La depose dietro il sedile e riprese a raccogliere e segare la legna. Trascorsero alcune ore dalla morte della bestiola e, giunto l’imbrunire, decise di tornare.
Salito in macchina diede una rapida occhiata al barattolo di vetro, la serpe era nella stessa posizione di quando l’aveva posata. Una volta giunto a casa non poteva certo colpirla dinanzi a loro e dunque doveva essere ben certo della morte del serpentello. No! Non vi erano dubbi, era rigido come un ramo.
Avviò il motore, stentava a partire.
«Eppure non fa freddo, deve sentirsi offesa perché ora la uso anche come carro funebre dopo averla impiegata per anni come carretta per la legna.» ironizzò infastidito dal contrattempo.
Non impiegò più di venti minuti per giungere a casa e, parcheggiando, lanciò l’ultima occhiata alla serpe, stava nella stessa identica posizione. Era impaziente, già si immaginava le espressioni che avrebbero assunto i volti delle sue bambine, pertanto non scaricò nemmeno la legna, ma afferrò il vaso di vetro e si avvicinò al cancello. Suonò con impazienza, fino a quando la porta di casa si aprì e la testolina di Eva, la più piccola, sbucò. La piccola peste, come al solito cominciò a brontolare:
«Un momento! Uffa!… Non posso nemmeno finire di lavarmi le mani.»
«Dai su, chiama Lara e Giada, devo far loro vedere una cosa.»
«Che cosa? Cosa c’’è in quel vaso? Cosa c’è lì dentro?»
«Finiscila e valle a chiamare.»
«No! Non ci vado perché tanto non vengono.»
Lasciò perdere spazientito: «Giada!… Lara!… venite a vedere una vipera.»
Nel frattempo avevo deposto il rettile sui gradini davanti alla porta e, dopo qualche istante, anche le due sorelle più grandi fecero la loro comparsa. Cominciarono così a girare in modo frenetico attorno alla bestiola mentre le avvertiva di non avvicinarsi mai a una serpe con quel colore, perché quella, e lo sottolineò con forza, era una vipera. Lara, come al solito, con gli occhi spalancati, non badava molto a quello che dicevo:
«Che bella, che bei disegni… ma è morta? Perché sta così ferma?»
«Papà!… Papà!… -ripeteva Eva come un disco rotto tirandogli la manica- Sei stato tu a ucciderla!… Papà dimmelo… Sì! Sì! Sei stato tu di sicuro!»
Giada infine si arrestò e, iniziando a piangere, fece fermare immediatamente anche le sorelle che la guardarono e smisero di parlare. Delle lacrime caddero a terra e alcune finirono sulla serpe, nemmeno se fossero state gocce di metallo fuso avrebbero potuto ottenere quel risultato: la vipera ebbe un fremito, iniziò a muoversi e si diresse velocemente sul retro della casa passando accanto ai piedi delle bambine. Rimase immobile e pensieroso, se si viene riconosciuti dai propri frutti, non avrebbe dovuto temere niente e nessuno. In quei giorni preferiva fingere di non sapere che sarebbe stato tradito da tutti. Era scritto che uno dei segni dai quali si sarebbe appreso l’avvicinarsi dell’Apocalisse era il tradimento più spregevole, ed era giusto che fosse così. Comunque, anche quella sarebbe stata una lezione per le piccole, e non solo per loro. Inevitabilmente, le singolari esperienze che si susseguivano nella vita di alcuni, avrebbero permesso ad altri di capire l’importanza di simili eventi.


Erano allora gli Anni Ottanta, non si può dire con certezza chi riuscì a convincerla, ma è probabile si trattasse di Ennio, uno scrittore con la fama di “maledetto” che in quel periodo curava un programma radiofonico. Durante le trasmissioni, tesseva le lodi di una “maga” molto nota in città, al punto che Carmen un pomeriggio decise di recarsi da quella cartomante.
Non intendiamo incensare la sua abilità di fattucchiera, se ne parliamo è perché vanno sottolineati dei fatti inerenti a quella visita e, in particolare, lo strano comportamento adottato successivamente dalla maga nei suoi riguardi.
La donna, di media età, le descrisse gli avvenimenti che secondo lei si sarebbero dovuti verificare in modo circostanziato ed estremamente chiaro. Al suo ritorno, vedendola così euforica nel raccontare quella esperienza, gli venne la curiosità di capire come avesse potuto entusiasmarla fino a tal punto.
Valeva la pena conoscere la persona dotata di un tale carisma. Telefonò per fissare un appuntamento e il mattino concordato andò sul posto; un appartamento arredato con gusto vicino al ponte di via dell’Istria.
Suonò al citofono e subito gli aprirono, con due passi infilò l’ascensore. Arrivato al piano trovò in un attimo la porta della cartomante ma non fu necessario premere il campanello, l’uscio si aprì e una tipa d’aspetto insignificante si presentò.
Sembrava una massaia, disturbata da un visitatore inopportuno, mentre era intenta a riassettare la casa. Lo guardava in modo strano e sembrava molto sorpresa. Per un istante pensò di aver sbagliato indirizzo, quindi, che quella fosse la colf poiché la donna con cui aveva parlato al citofono, pochi istanti prima, aveva mostrato chiaramente di aver capito il motivo della visita invitandolo a salire. Così valutò opportuno ripetere la ragione per cui si trovava lì: «Sono venuto perché mia moglie si è convinta che la maga con cui ho l’appuntamento possieda qualche potere particolare.»
A quel punto, la donna era visibilmente imbarazzata, lo si capiva da come si torceva le mani.
«La signora non c’è.» Disse tesa e sbrigativa.
Stavolta era lui a essere sorpreso: «Ma come, avevo l’appuntamento, mi ha detto di salire un attimo fa.»
«Non so niente, non so cosa dirle, ora… se vuole scusarmi…».
Era sconcertato, qualcosa gli suggeriva che quella donna fosse proprio la “maga” che stava cercando. Esitò sull’uscio perché sembrava improvvisamente spaventata. Non ne vedeva il motivo. «Forse sbaglio, probabilmente si tratta della domestica a ore, e lavorare per una tipa del genere, di sicuro la mette a disagio».
Aveva cercato una spiegazione logica al suo comportamento e doveva accontentarsi di quella che sembrava, sebbene poco convincente, la più possibile.
«Beh! Buongiorno, mi scusi del disturbo.»
Giunto a casa, per prima cosa ne parlò con Carmela. Mentre le esponeva il fatto, la perplessità aumentava, c’era qualcosa che non riusciva mettere a fuoco, qualche particolare che gli sfuggiva; alla fine, sfiduciato, chiese che aspetto avesse la maga da lei conosciuta.
Con grande stupore, mentre proseguiva con la descrizione, vi riconosceva con sempre maggior certezza la donna con cui aveva parlato al mattino.
«Io non capisco, avrà pensato che desideravo smascherarla, eppure non ho fatto altro che lodarla, è strano che mi sia parsa tanto spaventata, che sia successo qualcosa? Che il marito mi conosca e dunque possa averle suggerito di evitare di incontrarmi?»
«Può essere una spiegazione, sapendo che tipo sei, avrà temuto che combini qualche casino per farti ridare i soldi che le ho dato o semplicemente che abbia litigato con lui; e ciò giustificherebbe perlomeno il suo evidente imbarazzo.»
«Dovrò chiederle un altro appuntamento, non mi do per vinto, farmi prendere in giro da una strega moderna è proprio il colmo, ti pare?” Carmela scosse la testa e senza ribattere si allontanò.
Fissò per telefono un altro incontro e dopo una ventina di giorni ritornò in via dell’Istria. Non sembrò affatto riconoscerlo, ma mostrava una fretta eccessiva mentre entravano in un ampio soggiorno. La curiosità prese le redini per dirigere i suoi pensieri che correvano come cavalli impazziti: «Senta, il mese scorso sono stato qui e lei personalmente mi ha detto che non c’era, perché?»
«Ma cosa vuole da me, cosa pretende, lei si presenta come un Dio in terra, e io non sopporto chi fa tardi agli appuntamenti.
«Meno di due minuti se vogliamo essere precisi.»
«Sono sufficienti, per questo le ho risposto così l’altra volta.»
Rimase allibito e allontanò l’impulso di dirle che bastavano quelle parole per ritenerla una cretina. La sua giustificazione era chiaramente pretestuosa, quei pochi istanti non potevano venir considerati un ritardo e non aveva nemmeno assunto l’atteggiamento dello scettico arrogante. Rammentò che era venuto con il proposito di smascherarla e pertanto frenò la lingua.
«Che altro posso dire, non potevo immaginare che pochi secondi fossero così importanti.»
«Cosa vuole sapere» chiese brusca.
Disse che intendeva realizzare un progetto molto ambizioso e per sentirsi più motivato gli serviva il responso di una medium. Lei fu talmente evasiva nelle risposte che dubitò l’avesse fatto di proposito per impedirgli di valutarla. Dieci minuti dopo era sulla strada di casa e da buon istriano rimpiangeva amaramente i soldi spesi con la maga.
Incredibilmente, qualche tempo dopo si verificarono alcuni degli episodi che a sua moglie erano stati predetti con largo anticipo. Capitarono dapprima quelli che si riferivano ad altre persone, parenti che lei non vedeva da tempo, poi, dopo pochi mesi, anche i fatti che ci riguardavano presero forma in perfetto ordine cronologico. Forse tutte quelle coincidenze cominciavano a far breccia sul suo scetticismo perché sul lavoro iniziò a scherzarci sopra. A Carmela era stato predetto che, in seguito a un incidente di cantiere, sarebbe finito in ortopedia e non perdeva occasione per ricordarlo ai suoi compagni. Dovendo salire le scale dell’appartamento dove effettuavano i lavori di ristrutturazione, pregava un amico, che in quel caso era anche collega di lavoro, di prenderlo in braccio o almeno tenerlo per mano in modo che non potesse inavvertitamente cadere.
Capitava spesso di dover inchiodare qualche tavola, e allora chiamava il Gianni per tenere in posizione il chiodo; poi, mimando colpi forsennati, faceva il verso alla maga. Cinicamente osservava che mai la sua mano si sarebbe presa la martellata che doveva spezzarla perché sotto, c’era sempre quella del Gianni.
Grazie a questi diversivi le ore lavorative diventavano uno spasso… un po’ meno per Vanja, il loro simpatico principale. Passarono alcune settimane indimenticabili, durante le quali si impegnarono per semi distruggere con cura l’appartamento di Piazza dell’Ospedale che, come da preventivo, avrebbero dovuto restaurare. Verso la fine della nostra opera meritoria, passò a un’altra ditta; [Nota 5] sei giorni dopo, a causa del mancato rispetto delle norme antinfortunistiche da parte del nuovo padrone, era in divisione ortopedica con la caviglia spezzata. Erano troppo onerose le misure di prevenzione previste per legge, meglio contribuire al suo arricchimento e sopportare stoicamente quel doloroso contrattempo.
L’esame radiologico rivelò una frattura alla caviglia; solo dopo insistenti richieste di ulteriori accertamenti, per verificare che non ci fossero altre lesioni ossee, fu possibile scoprire la seconda frattura. Ora, diversamente dal primo approccio terapeutico, si rendeva necessario un intervento chirurgico per inserire una piastra di metallo. “Ed Egli terrà il ferro nella ferita sanguinolenta.” Nostradamus


I compagni gli fecero visita in ospedale vennero in visita i compagni di lavoro e, tra una smorfia di dolore e una risata, ricordò loro le parole della maga: “E così ragazzi, già sapevate che la strega parlando con Carmen, le predisse che sul lavoro mi sarei rotto le ossa e, conoscendomi, sapete pure quanto fosse remota quella possibilità, eppure è accaduto.»
Con la loro presenza avevano riportato il buon’umore e, per mantenerlo più a lungo, doveva provocarli ricorrendo a qualche ingenua bugia. La loro arguzia non si sarebbe fatta attendere.
«Ma non vi ho ancora detto tutto, ho letto per caso ieri una quartina di Nostradamus che capita a proposito; trattava appunto di quel mostro sanguinario che sapete.»
I due visitatori, conoscendo il suo hobby di collezionare vaticini con lo scopo di realizzare un libro, si accomodarono ai lati del letto.
«Egli…» una breve pausa per stimolare il loro interesse e riprese ieratico- avrebbe dovuto subire la frattura della caviglia sinistra.»
A questo punto, a conferma delle sue attese, Sergio intervenne ironico: «Scusa tanto sai, ma tu ti lanci giù dalle impalcature per farti credere l’Anticristo e la collettività deve spendere del denaro per ripararti le fratture, che fa rima, per farti tornare come prima, che magicamente continua a fare rima? Ci costa cara la tua mania di volere il mondo, sempre più tondo.»
Dal troppo ridere a causa delle sue battute gli sembrò di avere la caviglia tra i denti, ma appena riuscì a parlare, obbiettò: “Ma come puoi pensare che l’abbia fatto apposta?”
«Mah! Credo sinceramente che tu sia capace di farlo… nella testa hai certamente il tipo di tarlo che rode il prode.» Continuò a ridere fino alle lacrime poi, preferì non ribattere: dopotutto non si trattava di un complimento, ma una allegorica pietra per lapidare la volontà di partecipare consapevolmente alla realizzazione di un Disegno Intelligente.


Qualche tempo prima dell’incidente previsto dalla cartomante, un altro fatto inspiegabile, ricorrendo alla sola razionalità, accadde durante il periodo in cui prestò la sua opera in qualità di capocantiere in Piazza Ospedale.
Aveva terminato da una decina di giorni il fascicolo col quale intendeva partecipare al Leone di Muggia. Pomposamente lo definiva, con malcelata soddisfazione, un saggio romanzato, parzialmente autobiografico. Si trattava di pochi fogli dattiloscritti e le pochissime copie furono distribuite tutte in quel periodo, per valutarne l’impatto. In quelle pagine si tentava una comparazione tra le previsioni di mistici e veggenti e alcuni fatti inspiegabilmente accaduti. Il titolo, -Io l’Anticristo- pareva indicare tutti i limiti della personalità dell’autore.
Ne parlò con dei compagni di lavoro e Paolo, un giovane alto, moro e incredibilmente magro, mostrò particolare interesse chiedendo una copia. Accettò con entusiasmo di prestarla, era un tipo molto acuto, riceverne la critica sarebbe stato utile.
Qualche giorno dopo, mentre la restituiva, erano presenti Gianni e Sergio, i quali, avendo assistito in prima persona alla compilazione dello scritto, si mostrarono stupiti quando il Paolo si mise a ironizzare sulla paternità dell’opera che gli aveva prestato.
Gli chiese il motivo di tanta incredulità e la risposta lasciò ancor più stupiti i suoi due amici: «Appena sono tornato a casa, ho buttato il dattiloscritto sul tavolo della cucina e mia madre, visto il titolo, disse che sapeva già di cosa si trattava. Ovviamente risposi che non era possibile, ma lei mi raccontò la storia con dovizia di particolari e disse pure di conoscere l’autore, un istriano che qualche volta si recava al circolo del P. C. I. di via Madonnina. Riferì che durante l’ultimo incontro, avvenuto oltre sei mesi prima, lui le aveva confidato di aver scritto le tante coincidenze capitategli, le sue insolite avventure e l’ipotesi che da tutto ciò se ne poteva trarre. In conclusione, mia madre raccontò per filo e per segno tutto quello che ho trovato scritto nel tuo libretto.»
Paolo terminò la sua particolareggiata spiegazione con lo stesso tono ironico; poiché aveva pensato di essere stato vittima di uno scherzo, quella doveva essere la sua piccola vendetta. Non lo si poteva biasimare, chiunque al suo posto, accettava la parola della propria madre e non avrebbe creduto che Gianni e Sergio, rimasti in silenzio ad ascoltare, sapevano chi fosse in realtà l’autore di quei fogli.
Ricordava perfettamente di aver confidato le sue vicissitudini e le sue ipotesi solo a pochissime persone e, nel circolo del partito, era certo di non averci messo piede. Non rimaneva che chiedere di poter parlare con la madre di Paolo, forse era possibile individuare il misterioso personaggio da lei incontrato. Il mattino seguente, la donna si presentò assieme al figlio e confermò in modo circostanziato le sue parole, mentre ascoltava il suo incredibile racconto, ne studiò con cura i lineamenti per poter escludere di averla incontrata in altre occasioni; era certo di non averla mai vista prima, e anche lei, mostrò di non conoscerlo affatto.
Per tutti, escluso chi conosce e sa divenire via per gli altri, tale episodio doveva rimanere inspiegabile. Al momento opportuno, questo curioso particolare si sarebbe rivelato di estrema importanza; avrebbe fermato le molte mani intenzionate a colpirlo.
Parlando intenzionalmente con gli altri dell’episodio, instillava automaticamente il dubbio su chi fosse il vero autore dell’opuscolo; uno scritto che proclamava l’imminente fine del Sistema che garantiva ingiusti privilegi a pochi e toglieva il necessario a molti. Quel dubbio doveva in seguito influire sulla decisione di arrestarlo e, ritardando la carcerazione, lo avrebbe lasciato libero di mettere a punto ogni sfumatura del Disegno.