Il Giglio d’acciaio

gargoile_trasparente«Vorrà sembrare il Cristo ma sarà solo la sua scimmia»

E la Scimmia di un Dio non si limitò a infliggere alla sua compagna le varie forme di dolore, ma la ingannò facendosi credere capace di donarle ciò a cui il suo animo anelava.
Alcuni anni prima di risvegliarsi, per poco, dal suo incubo, Gilly stava superando lentamente le prove che tutti incontrano su quella stessa via che conduce alla consapevolezza di sé o più precisamente, la coscienza di ciò che si è in realtà. Quel giorno lui le si avvicinò suadente, nella mano stringeva il paradiso infernale in cui tanti, troppi sono precipitati; esultando della potenza che credeva sua, introdusse l’ago gonfio del suo terribile veleno… e lei si scordò di continuare ad avanzare verso il punto dove tutti sono diretti. Affondò così nell’illusione di non aver più diritto a quel punto. Ma l’inganno non era perfetto, l’oscurità da cui era avvolta non era completa, una luce lontana riuscì a raggiungerla e a guidarla per caso fino allo stesso bar dove incontrai per la prima volta Laura. Quando vi entrai fui colpito dal suo sguardo perso nel vuoto; non la ricordavo così sofferente, tutt’altro, e allora le parlai.
«Ciao! Come va?… E con lui?»
«Non lo vedo più, ci siamo lasciati, non riuscivo più a continuare a quel modo, mi stavo annullando completamente.»
«Sei tornata da tua madre?» «No, sono ospite in una pensione del centro.»
«Sei al corrente che mia moglie e mia suocera, seguendo i suoi suggerimenti, stanno cercando di schiacciarmi servendosi della forza dello Stato?»
«Ma come? Ancora non vi siete rappacificati? E le bambine… le vedi almeno?»

Si mostrava stupita dal fatto che la crisi non si fosse risolta, perché conosceva bene l’affetto che mi legava a loro. Evitai la domanda e iniziai un sommesso monologo: «Vedrai se sbaglio, sua madre sarà ricordata come un essere da biasimare, perché con la sua presunzione e il suo smisurato orgoglio ha voluto oscurare agli occhi delle mie bimbe la figura del loro padre. Nel mio caso -continuai- l’errore imperdonabile dello Stato e dei suoi rappresentanti è quello di pretendere di sostituirsi a me, cancellando quel punto di riferimento che è indispensabile alle mie bambine.»
«Scusa sai, ma io non credo riescano a farlo, non è proprio possibile, -intervenne con forza per sollevarmi il morale- lo sanno tutti quanto ami le tue piccole, come potrebbero toglierti la patria potestà… è assurdo, non pensarlo nemmeno.»
«Invece sono costretto a crederlo, perché conosco ciò che disse al riguardo un Papa del diciannovesimo secolo: “Quando la famiglia sarà distrutta ci sarà la fine! ” Purtroppo è ciò che sta accadendo oggi. Le unioni vengono impostate senza tener conto della saggezza implicita nell’insegnamento biblico: “Come in cielo così in terra”… e questo, tra l’altro, equivale a dire che in alto la massima autorità è rappresentata dal Padre, mentre in basso, l’esercizio di una funzione, proporzionalmente analoga, spetta per diritto naturale a ogni uomo dopo aver generato. Una delle funzioni primarie di ogni Stato avrebbe dovuto essere quella di assecondare questa legge naturale che non necessita di essere scritta, ma in questi ultimi tempi, la volontà di questa Entità astratta di porsi al di sopra di tutto si è imposta in modo abnorme. In questi giorni infatti, nell’aula del tribunale non stanno discutendo se sono idoneo a svolgere il compito che mi spetta, in realtà si vuole sancire la sacralità dei provvedimenti assunti dallo Stato nei confronti di Giada, Lara e Eva.
Nel farlo, quel mostro senz’anima, s’arroga il diritto di esonerarmi dal primo dovere: l’amorevole compito di condurle sulla via del progresso spirituale. È il primo passo questo, che quell’entità dovrà compiere per affermare la propria priorità sul Padre, per farlo essa si servirà di esseri umani ancora privi di consapevolezza.
Il mio dharma di uomo quindi, è quello d’oppormi con tutte le forze al tentativo di estromettermi dalla responsabilità che ho assunto generando delle creature; mentre la via del Figlio, un sentiero che nessuno può attraversare impunemente, è quella di onorare il Padre anche nei modi non tollerati dallo Stato.»
Gil, continuava a guardarmi con un’espressione strana, non aveva nemmeno provato a interrompere il mio sfogo, così pensai di dover concludere.
«Però c’è qualcosa che non riesco a vedere chiaramente e mi impedisce perfino di dormire, ed è appunto il livello di collaborazione consapevole che Carmela ha fornito al mio Avversario.»
Mentre terminavo di esporle i fatti di cui ero al corrente, si fece più cupa e dalla tensione che il suo volto esprimeva, compresi il dramma che stava vivendo. Intuii che anche i suoi sogni di bambina si erano infranti, e questo mi fece pensare a uno dei miei sogni più belli: sentirmi amato dalla mia sposa… e per me era ancora più tremendo.
Ora, vivevo con l’incubo angoscioso di scoprire che la mia sposa era in realtà un mostro capace di odiare chi l’aveva amata e continuava ad amarla; una donna che per orgoglio non avrebbe esitato a sacrificare il futuro delle sue bambine.
Alla fine fu lei a scuotere il silenzio calato tra noi al termine del mio penoso racconto.
«Ti posso chiedere di accompagnarmi alla pensione? Sono già le sette e tra poco quella zona verrà frequentata dalla gente che immagini.»
«D’accordo, andiamo, devo passare per via Roma e apprezzo molto il tuo desiderio di tenerti lontana da certe realtà.»
Per tutta la strada continuai a lamentarmi dei torti che mi venivano dalla mia famiglia chiedendomene frequentemente la ragione, e lei, con dolcezza, interrompeva di quando in quando il mio monologo, mostrando così una grande sollecitudine nel cercare di calmarmi.
Dopo averla lasciata presso l’entrata della locanda, mi ritrovai a riflettere sull’accaduto e scoprii di essere piacevolmente sorpreso nel poter constatare che la sua impalpabile avversione di un tempo, si era mutata in comprensione. Ma ciò che mi sbalordiva di più era lo scoprire che lei aveva perso tutto, la casa, il lavoro, la persona che avrebbe dovuto darle l’amore che sognava da bambina, ed era proprio lei a consolare me; un uomo che non accettava di essere né apparire debole. Mi ero appoggiato a quella fragile figura e ne avevo ricevuto conforto.
Quando il caso favorì nuovamente il nostro incontro, fu giusto mostrarle la mia riconoscenza.
Quella sera, ero invitato all’inaugurazione di un locale a San Giacomo e stavo sul posto da quasi due ore; non mi decidevo a uscire da quella bolgia nonostante i validi motivi per farlo.
All’interno del bar la musica era assordante, il fumo insopportabile e gli avventori riuscivano a rendere quell’ambiente ancora più squallido. Nonostante la situazione non fosse delle più favorevoli, percepivo che qualcosa stava per accadere, qualche evento di cui non intuivo la natura.
Forse da quella porta socchiusa sarebbe entrata un po’ d’aria per permettermi di respirare, o forse… ed era più probabile, un altro tassello da poter inserire perfettamente nel mio Mosaico.
L’esile figura bionda entrò esitante e non riuscì a trattenere lo stupore vedendomi in quel posto: «Ciao! Tu qui! Come mai?»
«Ti aspettavo, sapevo che saresti venuta.»
Non si attendeva certamente una simile risposta e allora proseguì: «Come hai fatto a saperlo?»
«Non è stato nessuno di quelli che conosci a dirmelo, è stato il caso a farmelo sapere.»
Il tono volutamente scherzoso delle mie parole spense la sua curiosità e, senza ribattere altro, presentò il tipo che nel frattempo si era avvicinato. Dopo qualche frase di circostanza lei si allontanò per tornare subito dopo reggendo una birra. Le sue parole, urlate in quella bolgia, ma ancor più il riflesso dei tanti bicchieri vuoti accanto alla sua mano, dalle dita incredibilmente lunghe e affusolate, gettarono una luce nuova sulla sua sofferenza.
Aveva un disperato bisogno d’aiuto e pareva giunto il momento che qualcuno la togliesse dall’inferno in cui era caduta.
«Gilly, credo che tu possa darmi una mano – profittai d’una pausa del Dj per ordinare il caffè e parlare del progetto che assorbiva tutta la mia energia – vorrei chiederti una cortesia, riguarda il libro che sto scrivendo e in particolare il capitolo su Laura; la ragazza che hai conosciuto e di cui ti ho parlato. Avrei bisogno del tuo giudizio, devo sapere se sono riuscito a dare una immagine credibile di lei e del rapporto che c’è stato tra noi. Ti chiedo solo mezz’ora del tuo tempo per leggerlo e fartene un’idea.»
«Ma certo, lasciami il tuo numero di telefono, uno di questi giorni ci sentiamo, d’accordo?»
«Bene, se ti è possibile questo fine settimana, così riesco a rivederlo e proporti la versione più recente.»
«Okay, allora ci sentiamo… ciao!» «Ciao!… Mi raccomando, chiamami, ci tengo molto.»
«Non preoccuparti, lo farò.»
Il sabato seguente, mentre chiudevo la porta alle spalle, il trillo del telefono mi arrestò sui gradini. Era Gilly che manteneva la sua promessa.
«Pronto? Ciao! Sono Gigliola, hai pronto il libro?»
«Ciao! non ci crederai, ma pensavo giusto a te, mi hai preso per un soffio, stavo uscendo.»
«Vuoi che ci vediamo da qualche parte così me lo porti?»
«Bene, dimmi dove preferisci, così berremo qualcosa assieme e avrò modo di spiegarti meglio cosa voglio da te.»
«Troviamoci sotto casa mia allora; tra quanto conti di esserci?»
«Il tempo di arrivare, una decina di minuti… ti va?»
«Perfetto, ciao!» «Ciao!»
Mezz’ora dopo, stava seduta al bar Hemingway completamente assorta nella lettura; il brusio non riusciva a distrarla poiché andava scoprendo un lato di me che la stupiva e che non aveva mai supposto. Alla fine del decimo capitolo chiuse lentamente il libro, mi guardò e sottovoce disse: «È bellissimo e molto coinvolgente, non avrei mai creduto che tu fossi così.»
«Quale credi possa essere il commento di mia moglie se potesse metterci le mani sopra?»
«Penso che impazzirebbe per ciò che ha perduto, se riuscisse a capire, altrimenti si perderebbe comunque. Se non è stata in grado di conoscerti dopo vent’anni trascorsi assieme non sarà neppure capace di cercare ciò che conta veramente.»
«Ti ringrazio per il complimento, ma, credimi, mi fa più piacere scoprire quanto sai essere sensibile.»
Lei si guardò le mani nervose, leggermente imbarazzata, poi, cambiando rapidamente discorso, mi pregò di riaccompagnarla a casa. “Forse da questa sera cominceremo a frequentarci più assiduamente – pensai – credo che al pari di Laura, il suo compito sarà quello di collaborare al mio progetto.
Figure di ogni tipo sarebbero giunte per indicare, alle anime in cammino, come ricordare i giorni della loro eterna esistenza e per portare la consapevolezza che, agli inevitabili momenti Apocalittici, sarebbe seguito l’ingresso in quella dimensione a lungo cercata dagli uomini. Il mitico eden sarebbe divenuto finalmente accessibile a tutti.
Il giglio, che immaginai d’acciaio e posai sulla tomba di Laura, grazie all’intuizione o al caso, lo ritrovai in Gilly. Fino all’ultimo però, nessuno avrebbe sospettato che lei fosse quell’arma animata dallo Spirito che doveva colpire il mio nemico. Un mattino sarebbe calata su di lui sotto lo sguardo incredulo del sottufficiale dei carabinieri di Muggia.
Aumentavo di proposito il tempo che le dedicavo a ogni nostro incontro, finché una sua amica, le propose di accompagnarla a Mond See, in un piccolo paese austriaco, per badare al suo bambino nei momenti in cui i suoi impegni professionali lo avessero richiesto. Lei si esibiva come cantante e suo marito l’accompagnava al pianoforte. Così partirono di lì a poco per quella splendida località turistica.
Era un paesino che avrebbe potuto ispirare volumi di fiabe, quelle casette parevano miracolosamente risparmiate dalla corrosione dei secoli e il romantico nome, Lago della Luna, era la giusta cornice per quell’atmosfera.
Erano tutte colorate, come i giardini che le circondavano; stavano accanto alla riva del Mond See e verso sera, le cime dei monti, che da ogni lato chiudevano la valle, facevano scendere lentamente le loro ombre dando un senso di protezione. Tutto sembrava creato apposta per custodire i sogni dei suoi abitanti e di chi vi giungeva per caso.
Un mattino Gilly chiamò al telefono, chiese se ero disposto a raggiungerla per fare il viaggio di ritorno con gli strumenti che non trovavano posto nella vettura della sua amica.
Notando il suo entusiasmo mentre descriveva le meraviglie del luogo in cui si trovava, mi venne istintivo assicurarle la mia presenza per il giorno indicato. Il desiderio di vedere quello che veniva presentato come uno stupendo paesaggio fu più forte della mia viscerale reticenza a viaggiare.
Arrivai a Mond-See verso mezzogiorno dopo aver più volte sbagliato direzione; fui accolto con grande cortesia da Carlo e Ariella che teneva in braccio un bambino splendido. Pranzammo assieme e subito dopo Gilly mi chiese di accompagnarla al lago.
Dopo qualche minuto stavamo lentamente passeggiando sulla sua riva; al paese c’era una festa e la musica lontana fece da sottofondo alle sue parole: «La settimana scorsa – cominciò con tono confidenziale – sono venuta qui e ho avuto modo di leggere tutto il tuo libro.
Il giorno dopo sono ritornata col bambino e appena giunta, un fruscio ha attirato la mia attenzione. Ho subito guardato alle mie spalle -continuò cercando di esprimere le sensazioni provate- e sono rimasta stupita dalla presenza di due cigni bianchi a due passi da me.
La sintonia con la quale eseguirono la loro danza d’amore sembrava renderli un unico essere, candido e puro, e fu sicuramente il fatto di assistere per la prima volta a un tale spettacolo a donarmi un’emozione così intensa da non poter essere scordata.»
Non commentai il suo racconto, ma nell’intimo sentivo che quel fiore, innaffiato dalle sue stesse lacrime, stava sbocciando. Erano ormai trascorsi dei mesi da quando parte della mia natura umana si era dissolta ai suoi occhi ed era giunto il momento di chiederle di rispecchiarla.
Non bastava che lei si sentisse innamorata dell’amore, doveva riuscire a vederlo intorno a sé, per scoprirsi consapevole delle infinite forme che assumeva. In quel caso sarebbe riuscita a compiere ciò che solo lei poteva fare: spezzare una di quelle Forme con amore.
L’estate era quasi trascorsa e quel pomeriggio si andava al mare; il cielo sembrava particolarmente azzurro e la collina sullo sfondo, pareva posta di proposito per farmi ricordare ciò che avevo in mente da tempo, e assieme al ricordo affiorarono anche delle lacrime. Gilly, stava scegliendo una cassetta e non ebbe modo di accorgersene. Ma quello era il momento giusto per parlarle di noi e così richiamai la sua attenzione sul mio pianto.
«Gilly, guardami… le vedi queste lacrime… dovrai ricordarle, e dovrai ricordare soprattutto anche le mie parole. Le lacrime sono quelle di un uomo che tu lascerai, ma le parole sono quelle di chi ti sarà vicino il giorno che sarai in pericolo. La vedi quella montagna? Ti prometto che mi avrai vicino anche se sarò al di là, dovrai credere che le mie carezze siano quelle del vento sul tuo volto e la mia voce la musica che più ami».
Gilly mi guardava senza capire, ciò che intuiva però, a causa del mio tono, era l’importanza che attribuivo a quegli istanti. E la ragione di quello strano avvertimento la comprese appieno solo dopo aver lasciato il sentiero che avremmo potuto percorrere assieme.
Quella sera, avevo ricevuto la sua telefonata, parlava in modo concitato e, lo capivo chiaramente, doveva avere il morale sotto i piedi, per cui mi precipitai a raggiungerla. Varcai la porta di casa e subito mi portò in camera sua. Mi lasciai cadere sul letto e la guardai attentamente; appariva agitata e tremava, le chiesi allora la ragione del suo turbamento.
«Negli ultimi giorni – cominciò con voce spenta – mi sono sentita uno straccio, usata e gettata via, ho pensato di non riuscire a superare tutti gli ostacoli che giorno dopo giorno mi si presentano e allora ho ceduto ancora una volta a quel veleno maledetto.
Questa mattina, dopo esser rientrata mi sono fatta mezza busta, ero pulita e per questo mi sono sentita avvolgere il capo da qualcosa di simile a una scarica elettrica o piuttosto da una infinità di spilli.»
«Siediti! -le consigliai con forza- e cerca di essere più chiara per favore.»
«Già!… È vero, tu non puoi saperle certe cose, ma la sensazione più comune che si prova dopo una dose eccessiva, è quella di cui ti parlo.
Nel nostro gergo li chiamiamo spilli all’interno della testa. Ma non è stato questo a spaventarmi, -riprese dopo avermi rivolto uno sguardo nel quale intuivo un rimprovero- è ciò che è accaduto dopo. Vedi? -spostò rapidamente i capelli e appoggiò la mia mano sul vistoso rigonfiamento- Me lo sono causato cadendo a terra priva di conoscenza.»
«Hai rischiato di rimetterci la vita per non aver saputo trattenere la rabbia.»
«Di questo non ti stupisci, ma ti meraviglierai sapendo che poi ti ho visto accanto a me e siamo rimasti a parlare per quasi due ore. Anche ora che lo racconto non so decidermi se sia accaduto realmente; che ti sei introdotto in qualche modo all’interno della casa, oppure che si tratti di qualcosa per la quale non troverò mai una spiegazione. È stata proprio la tua voce dal tono provocatorio a farmi riaprire gli occhi: “Gilly!.. -dicevi furioso- perché lo hai fatto?… Perché non hai seguito il mio consiglio? Avevi promesso di non farlo più. Perché?… Perché?… Non dovevi lasciarti tentare mai più”. “Perché mi hai lasciata sola -ti rispondevo cercando di sollevarmi da terra- mi avevi promesso che non mi avresti mai lasciato sola e invece eccomi qua, senza più niente, senza una casa e senza nemmeno te”.»
«Credimi -riprese dopo alcuni istanti- in vita mia non mi è mai capitata una simile esperienza e, se non ci fossi stato tu o quella incredibile illusione che ha preso il tuo posto, non credo proprio che l’avrei scampata.»
Alla fine rimase in silenzio, attendeva una spiegazione, e quel suo commento suggeriva di ricordarle le lacrime e la strana promessa che le avevo rivolto un mattino ad Ankarano mentre si andava al mare: “ma le parole sono quelle di chi ti sarà vicino il giorno che sarai in pericolo”.

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