Giglio d’acciaio

gargoile_trasparenteVorrà sembrare il Cristo ma sarà solo la sua scimmia”.

E la Scimmia di un Dio non si limitò a infliggere alla sua compagna le varie forme di dolore, ma la ingannò facendosi credere capace di donarle ciò a cui il suo animo anelava.
Alcuni anni prima di risvegliarsi, per poco, dal suo incubo, Gilly stava superando lentamente le prove che tutti incontrano su quella stessa via che conduce alla consapevolezza di sé o più precisamente, la coscienza di ciò che si è in realtà. Quel giorno lui le si avvicinò suadente, nella mano stringeva il paradiso infernale in cui tanti, troppi sono precipitati; esultando della potenza che credeva sua, introdusse l’ago gonfio del suo terribile veleno… e lei si scordò di continuare ad avanzare verso il punto dove tutti sono diretti. Affondò così nella illusione di non aver più diritto a quel punto, ma l’inganno non era perfetto, l’oscurità da cui era avvolta non era completa, una luce lontana riuscì a raggiungerla e a guidarla per caso fino allo stesso bar dove Erieder incontrò per la prima volta Laura. Entrando fu colpito dal suo sguardo perso nel vuoto; non la ricordava così sofferente, anzi, e allora le parlò.
«Ciao! Come va?… E con lui?».
«Non lo vedo più, ci siamo lasciati, non riuscivo più a continuare a quel modo, mi stavo annullando completamente».
«Sei tornata da tua madre?” «No, sono ospite in una pensione del centro.»
«Sei al corrente che mia moglie e mia suocera, seguendo i suoi suggerimenti, stanno cercando di schiacciarmi servendosi della forza dello Stato?”
«Ma come? Ancora non vi siete rappacificati? E le bambine… le vedi almeno?»

Si mostrava stupita dal fatto che la crisi non si fosse risolta, perché conosceva bene l’affetto che lo legava a loro. Evitò la domanda e iniziò un sommesso monologo: «Vedrai se sbaglio, sua madre sarà ricordata come un essere da biasimare, perché con la sua presunzione e il suo smisurato orgoglio ha voluto oscurare agli occhi delle mie bimbe la figura del loro padre. «Nel mio caso, – continuò, – l’errore imperdonabile dello Stato e dei suoi rappresentanti è quello di pretendere di sostituirsi a me, cancellando quel punto di riferimento che è indispensabile alle mie bambine.»
«Scusa sai, ma non credo riescano a farlo, non è proprio possibile, -intervenne con forza per sollevargli il morale, – lo sanno tutti quanto ami le tue piccole, come potrebbero toglierti la patria potestà… è assurdo, non pensarlo nemmeno».
«Invece sono costretto a crederlo, perché conosco ciò che disse al riguardo un Papa del diciannovesimo secolo: Quando la famiglia sarà distrutta ci sarà la fine! Purtroppo è ciò che sta accadendo oggi. Le unioni vengono impostate senza tener conto della saggezza implicita dell’insegnamento biblico: Come in cielo così in terra… e questo, tra l’altro, equivale a dire che in alto la massima autorità è rappresentata dal Padre, mentre in basso, l’esercizio di una funzione, proporzionalmente analoga, spetta per diritto naturale a ogni uomo dopo aver generato. Una delle funzioni primarie di ogni Stato avrebbe dovuto essere quella di assecondare questa legge naturale che non necessita di essere scritta, ma in questi ultimi tempi, la volontà di questa Entità astratta di porsi al di sopra di tutto si è imposta in modo abnorme. In questi giorni infatti, in tribunale non stanno discutendo se sono idoneo a svolgere il compito che mi spetta, in realtà si vuole sancire la sacralità dei provvedimenti assunti dallo Stato nei confronti di Giada, Lara e Eva.
Nel farlo, quel mostro, sprovvisto di un’anima, s’arroga il diritto di esonerarmi dal primo dovere: l’amorevole compito di condurle sulla via del progresso spirituale. È il primo passo questo, che quella entità malevola dovrà compiere per affermare la propria priorità sul Padre, per farlo, essa si servirà degli esseri umani privi di consapevolezza.
Il mio dharma di uomo quindi, è quello d’oppormi con tutte le forze al tentativo di estromettermi dalla responsabilità che ho assunto generando delle creature; mentre la via del Figlio, un sentiero che nessuno può attraversare impunemente, è quella di onorare il Padre anche nei modi non tollerati dallo Stato.»
Gil, continuava a guardarlo con un’espressione strana, non aveva nemmeno provato a interrompere il suo sfogo, così pensò di dover concludere -,
«Però c’è qualcosa che non riesco a vedere chiaramente e mi impedisce perfino di dormire, ed è appunto il livello di collaborazione consapevole che Carmela ha fornito al mio Avversario».
Mentre terminavo di esporle i fatti di cui ero al corrente, si fece più cupa e dalla tensione che il suo volto esprimeva, compresi il dramma che stava vivendo. Intuii che anche i suoi sogni di bambina si erano infranti, e questo mi fece pensare a uno dei miei sogni più belli: sentirmi amato dalla mia sposa… e per me era ancora più tremendo.
Ora, vivevo con l’incubo angoscioso di scoprire che la mia sposa era in realtà un mostro capace di odiare chi l’aveva amata e continuava ad amarla; una donna che per orgoglio non avrebbe esitato a sacrificare il futuro delle sue bambine.
Alla fine fu lei a scuotere il silenzio calato tra noi al termine del mio penoso racconto.
«Ti posso chiedere di accompagnarmi alla pensione? Sono già le sette e tra poco quella zona verrà frequentata dalla gente che immagini.»
«D’accordo, andiamo, devo passare per via Roma e apprezzo molto il tuo desiderio di tenerti lontana da certe realtà».
Per tutta la strada continuò a lamentarsi dei torti che gli venivano dalla sua famiglia chiedendole frequentemente la ragione, e lei, con dolcezza, interrompeva di quando in quando il suo monologo, mostrando così una grande sollecitudine nel cercare di calmarlo.
Dopo averla lasciata presso l’entrata della locanda, si ritrovò a riflettere sul fortuito incontro, era piacevolmente sorpreso nel constatare che, la sua impalpabile avversione di un tempo, si era mutata in comprensione. Ciò che lo sbalordiva di più era scoprire che lei, aveva perso tutto, la casa, il lavoro, la persona che avrebbe dovuto darle l’amore che sognava da bambina, ed era proprio lei a consolare lui; un uomo che non accettava di essere né apparire debole. Si era appoggiato a quella fragile figura e ne aveva ricevuto conforto.
Quando il caso favorì nuovamente un loro incontro, fu giusto mostrarle la sua riconoscenza.
Quella sera, era in programma l’inaugurazione di un locale a San Giacomo, lui era stato invitato e si trovava sul posto da quasi due ore; non si decidevo a uscire da quella bolgia nonostante i validi motivi per farlo.
Nel bar la musica era assordante, il fumo insopportabile e gli avventori riuscivano a rendere l’ambiente ancora più squallido. Nonostante la situazione non fosse delle più favorevoli, percepiva che qualcosa stava per accadere, qualche evento di cui non intuiva la natura.
Forse da quella porta socchiusa sarebbe entrata un po’ d’aria per permettergli di respirare, o forse… ed era più probabile, un altro tassello da poter inserire perfettamente nel suo Mosaico.
L’esile figura bionda entrò esitante e non riuscì a trattenere lo stupore vedendomi in quel posto: «Ciao! Tu qui! Come mai?»
«Ti aspettavo, sapevo che saresti venuta».
Non si attendeva certamente una simile risposta e allora proseguì: «Come hai fatto a saperlo?».
«Non è stato nessuno di quelli che conosci a dirmelo, è stato il caso a farmelo sapere».
Il tono volutamente scherzoso delle sue parole spense la sua curiosità e, senza ribattere altro, presentò il tipo che nel frattempo si era avvicinato. Dopo qualche frase di circostanza lei si allontanò per tornare subito dopo reggendo una birra. Le sue parole, urlate in quella bolgia, ma ancor più il riflesso dei tanti bicchieri vuoti accanto alla sua mano, dalle dita incredibilmente lunghe e affusolate, gettarono una luce nuova sulla sua sofferenza.
Aveva un disperato bisogno d’aiuto e pareva giunto il momento che qualcuno la togliesse da l’inferno in cui era caduta.
«Gilly, credo che tu possa darmi una mano,» profittò d’una pausa del Dj per ordinare il caffè e parlare del progetto che assorbiva tutta la sua energia «vorrei chiederti una cortesia, riguarda il libro che sto scrivendo e in particolare il capitolo su Laura; la ragazza che hai conosciuto e di cui ti ho parlato. Avrei bisogno del tuo giudizio, devo sapere se sono riuscito a dare una immagine credibile di lei e del rapporto che c’è stato tra noi. Ti chiedo solo il tempo di leggerlo e fartene un’idea».
«Ma certo, lasciami il tuo numero di telefono, uno di questi giorni ci sentiamo, d’accordo?».
«Bene, se ti è possibile questo fine settimana, così riesco a rivederlo e proporti la versione più recente».
«Okay, allora ci sentiamo… ciao!» «Ciao!… Mi raccomando, chiamami, ci tengo molto».
«Non preoccuparti, lo farò».
Il sabato seguente, mentre chiudevo la porta alle spalle, il trillo del telefono mi arrestò sui gradini. Era Gilly che manteneva la sua promessa.
«Pronto? Ciao! Sono Gigliola, hai pronto il libro?».
«Ciao! non ci crederai, ma pensavo giusto a te, mi hai preso per un soffio, stavo uscendo».
«Vuoi che ci vediamo da qualche parte così me lo porti?».
«Bene, dimmi dove preferisci, così berremo qualcosa assieme e avrò modo di spiegarti meglio cosa voglio da te».
«Troviamoci sotto casa mia allora; tra quanto conti di esserci?».
«Il tempo di arrivare, una decina di minuti… ti va?».
«Perfetto, ciao!» «Ciao!».
Trenta minuti dopo, stava seduta al bar Hemingway completamente assorta nella lettura; il brusio non riusciva a distrarla poiché andava scoprendo un lato di me che la stupiva e che non aveva mai supposto. Alla fine del decimo capitolo chiuse lentamente il libro, mi guardò e sottovoce disse: «È bellissimo e molto coinvolgente, non avrei mai creduto che tu fossi così.»
«Quale credi possa essere il commento di mia moglie se potesse metterci le mani sopra?».
«Penso che impazzirebbe per ciò che ha perduto, se riuscisse a capire, altrimenti si perderebbe comunque; se non è stata in grado di conoscerti dopo venti anni trascorsi assieme non sarà neppure capace di cercare ciò che conta veramente».
«Ti ringrazio per il complimento, ma, credimi, mi fa più piacere scoprire quanto sai essere sensibile».
Lei si guardò le mani nervose, leggermente imbarazzata, poi, cambiando rapidamente discorso, lo pregò di riaccompagnarla a casa. Forse da questa sera cominceremo a frequentarci più assiduamente pensò credo che al pari di Laura, il suo compito sarà quello di collaborare al mio Piano.
Figure di ogni tipo sarebbero giunte per indicare, alle anime in cammino, come ricordare i giorni della loro eterna esistenza e per portare la consapevolezza che, agli inevitabili momenti Apocalittici, sarebbe seguito l’ingresso in quella dimensione a lungo cercata dagli uomini. Il mitico eden sarebbe divenuto finalmente accessibile a tutti.
Il giglio, che immaginò d’acciaio e posò sulla tomba di Laura, grazie al caso, lo ritrovò in Giliola. Fino alla fine però, nessuno avrebbe sospettato che lei fosse l’arma guidata dallo Spirito che doveva colpire il suo nemico. Un mattino sarebbe calata su di lui sotto lo sguardo incredulo di un sottufficiale dei carabinieri di Muggia.
Aumentava di proposito il tempo che le dedicava a ogni loro incontro, finché una sua amica, le propose di accompagnarla a Mond See, in un piccolo paese austriaco, per badare al suo bambino nei momenti in cui i suoi impegni professionali lo avessero richiesto. Lei si esibiva come cantante e suo marito l’accompagnava al pianoforte. Così partirono di lì a poco per quella splendida località turistica.
Era un paesino che avrebbe potuto ispirare volumi di fiabe, quelle casette parevano miracolosamente risparmiate dalla corrosione dei secoli e il romantico nome, Lago della Luna, era la giusta cornice per quella atmosfera.
Erano tutte colorate, come i giardini che le circondavano; stavano accanto alla riva del Mond See e verso sera, le cime dei monti, che da ogni lato chiudevano la valle, facevano scendere lentamente le loro ombre dando un senso di protezione. Tutto sembrava creato apposta per custodire i sogni dei suoi abitanti e di chi vi giungeva per caso.
Un mattino Gilly chiamò al telefono, chiese se era disposto a raggiungerla per fare il viaggio di ritorno con gli strumenti che non trovavano posto nella vettura della sua amica.
Notando il suo entusiasmo mentre descriveva le meraviglie del luogo in cui si trovava, gli venne istintivo assicurarle la sua presenza per il giorno indicato. Il desiderio di vedere quello che veniva presentato come uno stupendo paesaggio fu più forte della sua viscerale reticenza a viaggiare.
Arrivò a Mond-See verso mezzogiorno dopo aver più volte sbagliato direzione; fu accolto con grande cortesia da Carlo e Ariella che teneva in braccio un bambino splendido. Pranzarono assieme e subito dopo Gilly gli chiese di accompagnarla al lago.
Dopo qualche minuto stavano lentamente passeggiando sulla sua riva; al paese c’era una festa e la musica lontana fece da sottofondo alle sue parole: «La settimana scorsa» cominciò con tono confidenziale «sono venuta qui e ho avuto modo di leggere tutto il tuo libro.
Il giorno dopo sono ritornata col bambino e, appena giunta, un fruscio ha attirato la mia attenzione. Ho subito guardato alle mie spalle» continuò, cercando di esprimere le sensazioni provate. «e sono rimasta stupita dalla presenza di due cigni bianchi a due passi da me».
La sintonia con la quale eseguirono la loro danza d’amore sembrava renderli un unico essere, candido e puro, era la prima volta che assistevo a un tale spettacolo, forse fu per questo che riuscì a donarmi una emozione così intensa da non poter essere mai più scordata».
Non commentò il suo racconto, ma sentiva che quel fiore, innaffiato dalle sue stesse lacrime, stava sbocciando. Erano ormai trascorsi dei mesi da quando parte della sua natura umana si era dissolta ai suoi occhi ed era giunto il momento di chiederle di rispecchiarla.
Non bastava che lei si sentisse innamorata dell’amore, doveva riuscire a vederlo intorno a sé, per scoprirsi consapevole delle infinite forme che assumeva. In quel caso sarebbe riuscita a compiere ciò che solo lei poteva fare: spezzare una di quelle Forme con amore.
L’estate era quasi trascorsa e quel pomeriggio si andava al mare; il cielo sembrava particolarmente azzurro e la collina sullo sfondo, pareva posta di proposito per fargli ricordare ciò che aveva in mente da tempo, e assieme al ricordo affiorarono anche delle lacrime. Gilly, stava scegliendo una cassetta e non ebbe modo di accorgersene; ma quello era il momento giusto per parlarle e così richiamò la sua attenzione sul suo pianto.
«Gilly, guardami… le vedi queste lacrime… dovrai ricordarle, e dovrai ricordare soprattutto anche le mie parole. Le lacrime sono quelle di un uomo che tu lascerai, ma le parole sono quelle di chi ti sarà vicino il giorno che sarai in pericolo. La vedi quella montagna? Ti prometto che mi avrai vicino anche se sarò al di là, dovrai credere che le mie carezze siano quelle del vento sul tuo volto e la mia voce la musica che più ami».
Gilly lo guardava senza capire, ciò che intuiva però, a causa del suo tono, era l’importanza che attribuiva a quegli istanti. La ragione di quello strano avvertimento la comprese appieno solo dopo aver lasciato il sentiero che, per un tratto,  avevano percorso assieme.
Quella sera, aveva ricevuto la sua telefonata, parlava in modo concitato e, lo capiva chiaramente, doveva avere il morale sotto i piedi, per cui si precipitò a raggiungerla. Varcò la porta di casa e subito lo portò in camera sua. Si lasciò cadere sul letto e la guardò attentamente; appariva agitata e tremava, le chiese allora la ragione del suo turbamento.
«Negli ultimi giorni» cominciò con voce spenta «mi sono sentita uno straccio, usata e gettata via, ho pensato di non riuscire a superare tutti gli ostacoli che, giorno dopo giorno, mi si presentano e allora ho ceduto ancora una volta a quel veleno maledetto.
Questa mattina, dopo esser rientrata mi sono fatta mezza busta, ero pulita e per questo mi sono sentita avvolgere il capo da qualcosa di simile a una scarica elettrica o piuttosto da una infinità di spilli».
«Siediti!» le consigliò con forza «e cerca di essere più chiara per favore».
«Già!… È vero, tu non puoi saperle certe cose, ma la sensazione più comune che si prova dopo una dose eccessiva, è quella di cui ti parlo.
Nel nostro gergo li chiamiamo spilli nella testa; ma non è stato questo a spaventarmi,» riprese dopo avergli rivolto uno sguardo nel quale intuiva un rimprovero «è ciò che è accaduto dopo. Vedi?» spostò rapidamente i capelli e appoggiò la sua mano sul vistoso rigonfiamento «Me lo sono causato cadendo a terra priva di conoscenza».
«Hai rischiato di rimetterci la vita per non aver saputo trattenere la rabbia».
«Di questo non ti stupisci, ma ti meraviglierai sapendo che poi ti ho visto accanto a me e siamo rimasti a parlare per quasi due ore. Ora che lo racconto non so decidermi se sia accaduto realmente; che ti sei introdotto in qualche modo nella mia casa, oppure che si tratti di qualcosa per la quale non troverò mai una spiegazione. È stata proprio la tua voce dal tono provocatorio a farmi riaprire gli occhi: «Gilly!..» dicevi furioso «Perché lo hai fatto?… Perché non hai seguito il mio consiglio? Avevi promesso di non farlo più. Perché?… Perché?… Non dovevi lasciarti tentare mai più». «Perché mi hai lasciata sola» ti rispondevo cercando di sollevarmi da terra «mi avevi promesso che non mi avresti mai lasciato sola e invece eccomi qua, senza più niente, senza una casa e senza nemmeno te».
«Credimi» riprese dopo alcuni istanti «in vita mia non mi è mai capitata una simile esperienza e, se non ci fossi stato tu o quella incredibile illusione che ha preso il tuo posto, non credo proprio che l’avrei scampata».
Alla fine rimase in silenzio, attendeva una spiegazione, e quel suo commento suggeriva di ricordarle le lacrime e la strana promessa che le avevo rivolto un mattino ad Ankarano mentre si andava al mare: ma le parole sono quelle di chi ti sarà vicino il giorno che sarai in pericolo.


Come al solito, fu il caso a permettere che Gilly riuscisse a far riaffiorare i ricordi. Quella sera, dopo aver trascorso tutto il pomeriggio sulla costa istriana a parlare dei sogni e dei progetti che aveva visto svanire, sulla via del ritorno ci fermarono a mangiare al solito posto, un locale economico ma dalla cucina squisita.
Salirono i pochi gradini che portavano alla terrazza, oltre a loro due, solo poche coppie che si affannavano coi loro bambini. Il padrone salutò cordialmente e si avvicinò al tavolo, conoscendoli chiese solo conferma sulle bevande e si allontanò veloce.
Ripresero il dialogo, lei, dopo pochi istanti, fu distratta da una bambina bionda e cambiò improvvisamente discorso: «Hai idea di quanto possa essere frustrante e deprimente per una donna non poter avere il suo bambino?».
«Posso immaginarlo, Carmela ne fece una malattia per otto anni, ma quando stava per rassegnarsi… è stato semplice. Dopo la morte di Paco le bastò seguire il mio consiglio, quello di astenersi dal mangiare la carne in segno di rispetto verso di lui. Doveva scoprire che la natura divina si cela anche nelle forme di vita ritenute inferiori. Solo così Paco si sarebbe lasciato scorgere nelle vesti di Hanuman e le avrebbe donato la piccola Giada».
Conoscendo la storia di Paco e il genere di letture che prediligeva, Gilly non diede gran peso a quella affermazione; un punto di vista che avrebbe richiesto ore di discussione per poter essere appena scalfito in superficie.
«Ma il mio caso è diverso, io non potrò mai conoscere quella gioia».
«Te lo ripeto, se è il caso a volerlo, ed è quello che in realtà accade sempre…» rinunciò a proseguire, rendendosi conto che mille parole non sarebbero state sufficienti a spiegarle quel concetto. Come spiegarle che già dai primi passi in quella semisconosciuta dimensione, si diviene consapevoli che l’energia sincronica può far sorgere le cose più incredibili, non solo, anche quelle più semplici, come la nascita di due gemelli.
«Vorrei tanto che succedesse, ma penso che non avrò mai un uomo tutto per me, che mi rimanga accanto per tutta la vita; credo che saprei essere una buona madre, meglio di tante altre; ed è soprattutto questo, sai, a farmi sentire sprecata».
Il tono della sua voce si era affievolito e ora il suo compito era quello di farle assumere la giusta posizione rispetto quei temi.
Doveva anche badare continuamente a ogni suo minimo cambiamento d’umore, poiché quello era l’aspetto diabolico della droga, bastava un nonnulla per farla ricadere nella spirale.
«Gilly…» Non continuò perché si era irrigidita, le sue mani immobili sul tavolo parevano di marmo, solo il suono emanato dalla sua forma ne tradiva la vita; e quel suono rivelava uno strumento finalmente accordato.
«Senti… è… è… straordinario! Ma ho già vissuto questi attimi… ricordo tutto!… Anche ciò che stai per dirmi… tutto quello che ci sta attorno in questo momento, ed è incredibile! Non mi è mai capitato di sperimentare una simile sensazione, non capisco che mi sta succedendo».
«Non è nulla, stai solo cominciando a ricordare».
Poi, come se parlasse a se stesso, continuò: «Lo scopo di queste esperienze è soprattutto quello di indurci a chiederci perché avvengano, cosa nascondano e dove possiamo giungere alimentandole».
Terminò la spiegazione mentre le lunghe dita affusolate scivolavano sulla tovaglia avvicinandosi alla sua mano: «Aspetta!» le disse ritraendola e facendo cenno di chiedere il conto, non è il momento, andiamo vicino al mare, devo farti vedere qualcosa di cui senti la mancanza».
Scesero le scale per arrivare alla macchina e con questa andò a parcheggiare alla fine del molo.
Era buio ormai, al di là dello stretto braccio di mare, le luci di Capodistria sembravano stelle scese a curiosare. Tutto, attorno a loro, pareva in attesa di chi sapesse giustificare l’esistenza di ogni cosa. Cominciai a parlarle e subito mi sorpresi per la sua capacità di comprendere anche quegli insoliti discorsi: «Ma com’è possibile -osservò incredula- tutti ne parlano, per secoli l’amore è stato cantato, hanno scritto poesie stupende, romanzi meravigliosi, sono scoppiate addirittura delle guerre terribili a causa di quel sentimento; eppure tu mi stai dicendo che in realtà non sanno ancora quasi nulla dell’amore».
«In effetti è proprio così, solamente i grandi mistici sono riusciti ad averne un’idea e solo dopo aver assistito agli eventi straordinari che una tale energia può produrre».
A questo punto la sua mano, quasi fosse attratta da una forza irresistibile, si posò sulla sua; lentamente, sfiorandole il palmo, intrecciò le dita alle sue. Il loro gioco continuò in silenzio. Lei, con gli occhi socchiusi, seguiva la perfetta sintonia delle mani che si stagliavano sullo sfondo del mare, mentre le acque rendevano le luci del paese simili a bagliori tremolanti, la cui intensità ne modificava la forma.
Poi, con un sussurro, rivelò ciò che il suo animo aveva ritrovato: «Non posso crederlo, sto vedendo i due cigni bianchi di Mond See… sento la stessa felicità di quei momenti… sono felice di essere qui mentre rivivo le stesse emozioni di un altro luogo e d’un altro tempo… cosa sta accadendo?».
La domanda fu rivolta mentre i suoi occhi si posavano con frenesia su ogni cosa circostante, quasi voler aggrapparsi a una realtà concreta e, per questo solo, rassicurante. Poi, s’immersero nei suoi.
«Nulla di straordinario» la rassicurò. «ti sei solo ritrovata in ciò di cui sentivi la necessità, l’amore. In questa circostanza però, hai preso consapevolezza di una delle infinite possibilità che offre quel modo di essere; si può trascendere il tempo e lo spazio, scoprire che non esiste confine invalicabile e, quando sai riconoscerti in lui, puoi assumerne le forme. Sei paradossalmente la forma nel suo Stato-Increato che potenzialmente può assumere ogni aspetto, vuoi una emozione, vuoi un essere vivente, una roccia o un’intera galassia. Sei ciò che non può esser definito, spiegato e compreso».
Lentamente le loro mani si allontanarono e, mentre lo Spirito dirigeva il suo pensiero sul Piano che stava realizzando, la sua anima immaginava ciò che il cuore di ogni donna innamorata sogna. Rimasero a lungo immobili e silenziosi poi, a malincuore, decise di interrompere le sue romantiche fantasie avviando il motore.
Riprese la via di casa sperando che Gilly realizzasse il suo sogno. Aveva finalmente aperto una finestra sul lato oscuro del suo animo e lo aveva illuminato, forse ci sarebbe riuscita.
Doveva dunque portare il peso di ogni sua azione futura, poiché aveva ritrovato l’ingenuità di quando era bambina, fino al giorno che l’avesse conservata, ogni suo gesto o desiderio, sarebbero stati esenti da colpa.
Quale piacere maggiore per un padre, un fratello o un semplice amico, poter tagliare i lacci che impedivano al suo animo di iniziare il volo e, quando avrebbe chiesto di rivivere i momenti più belli, quei sogni vissuti accanto al mare, l’avrebbe chiesto anche lui. Solo lo Spirito poteva indurla a donare ogni attimo felice, al pari dell’artista quando offre i frutti della sua abilità. Solo gli artisti dell’anima sanno creare istanti meravigliosi affinché altri scoprano l’attualità dell’eterno gioco dell’Amore.

Se non diverrete come fanciulli non entrerete nel Regno.”


Gilly di tanto in tanto tornava nella sua casa, nonostante la diffida della polizia di farsi trovare sul posto; affidandosi alla pubblica assistenza per chiedere il tetto che spetta a ogni essere umano, l’avrebbero fatta tornare in quella squallida pensione ad ascoltare le turpi proposte del grosso e laido individuo che la gestiva.
Durante i giorni trascorsi assieme assaporò la libertà, ma non fu in grado di condividerla con gli altri. Il suo desiderio di indipendenza totale si rivelò prematuro, poiché sottovalutò i pericoli che tale libertà comporta e come una ragazzina testarda cercò di ostacolarlo nel progetto che, assieme a una sua vecchia amica, aveva ormai intrapreso: la stesura del decimo e, provvisoriamente ultimo capitolo. Alle volte, si comportava come una donna che si crede ingannata e tradita per cui cercava di intimorirlo minacciando di annullarsi. Spesso riceveva la prova della sua costante presenza, ma per lei ciò non era sufficiente.
Un giorno infatti, entrò in un bar per bere e scordare così la delusione che provava ma, mentre attendeva che la rabbia svanisse, le si sedette accanto una ragazza con un album da disegno, tra tutti sfilò quello in cui si vedevano due cigni presso la riva di un lago ai piedi di una montagna; la giovane notò che quella immagine doveva averla turbata, la posò sul suo tavolo con un sorriso e se ne andò subito dopo. La consapevolezza di sentire la sua presenza era circoscritta solo a quegli istanti, disse in seguito, e a lei questo non bastava.
Avrebbe voluto il costante monopolio su di lui, ma questo non era giusto né possibile. Durante uno dei loro ultimi incontri lo accusò piangendo di trascurarla, di non mantenere le promesse che le aveva fatto e di essersi servito di lei per i suoi scopi… per la su vendetta!
Era seduta sulla sponda del letto e i raggi rossastri del sole al tramonto venivano catturati dai suoi capelli biondi, il visino triste esprimeva la volontà di ottenere da lui una risposta, e allora si avvicinò alla finestra: «Guarda, tu sai che io non so dipingere, eppure ho voluto scegliere i colori di questo tramonto, è un quadro che riservo a te, vieni a vederlo e dimmi se non basta a farti felice».
Lei non rispose ma lanciò un’occhiata furtiva oltre la finestra e riprese con più foga ad accusarlo. Allora sottovoce, non volendo spaventarla, mormorò: «Questo è il mio ultimo regalo, tra poco scenderà una notte speciale e potrai sognare quella casetta vicino al mare che ti piace tanto… potrai scoprire che sono sempre stato in quel posto, felice di attendere il giorno che tornerai a sorreggermi». Gilly rifiutò il sogno che le donava e di lì a poco entrò in un incubo devastante per vivere nel terrore che un killer spietato possa ucciderla a ogni istante.

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