La compagna dell’Anticristo

gargoile_trasparenteSi può facilmente intuire che la solitudine e l’incomprensione debbano aver lasciato profonde ferite nell’anima di chi scrive; ma ora lo sopportavo meglio ed ero cosciente che fossero state esperienze necessarie. Capivo che era il momento di estendere in altra direzione la ricerca, così da avanzare più rapido sulla via che avevo intrapreso. Per farlo dovevo trovare una donna dalle aspirazioni il più possibile simili alle mie.
Ricordo perfettamente che in quei giorni percepivo, con maggiore intensità, la certezza dell’imminente incontro con chi mi avrebbe accompagnato per gran parte del percorso. Senza di lei mi sentivo un essere incompleto, forse inadatto, di sicuro infelice. È certo che la persona inviatami dal fato per collaborare al mio programma, riuscì solo raramente a lenire la mia solitudine, peraltro, lei va giustificata per non averlo fatto con costanza; i fattori di “disturbo”, primo fra tutti, la grave patologia che colpì nostra figlia, avrebbero stroncato pure un gigante.
La ricerca di una collaboratrice fu motivata quasi esclusivamente dall’aver capito che, per realizzare un sogno, sarebbe stata indispensabile una donna. Da due principi, dal maschile e il femminile, ne sarebbe scaturito un terzo: il perfetto equilibrio… quella forza costante e inarrestabile che sa dare forma al Regno di Dio. Ma prima alla mia compagna sarebbe stato chiesto di percorrere la via della devozione fino alla fine. Solo una donna infatti, poteva ricucire le tante ferite dell’animo che nel corso della lotta avrei sicuramente riportato. Fu così che al momento stabilito il nostro incontro avvenne per caso.
Era un giorno d’estate inoltrata, camminavo sul lungomare di Barcola tra i corpi stesi al sole, quando improvvisamente mi trovai davanti a una ragazzina minuta con dei lunghissimi capelli neri e ondulati che parevano avvolgerla.
Colpito da quella figura dall’aspetto così insolito, mi sorpresi a fare una ridda di considerazioni: “Come posso rimanere impietrito davanti a questa specie di folletto, non può interessarmi, non è particolarmente bella e nemmeno formosa come uno schianto da copertina. È poco più di una bambina, non credo possieda nulla di ciò che si è soliti cercare in una donna… e se per un attimo mi è sembrata un angelo, temo debba saperne una più del diavolo. Il suo fascino così intenso scaturisce forse dal suo atteggiamento riservato… o piuttosto perché sembra uno scaltro felino in agguato? Mah!… Eppure… così indecifrabile e con quegli occhi che paiono quelli di una cerbiatta sperduta e impaurita. Ma cosa vado a pensare, accidenti! Non è possibile che la solitudine giochi fino a questo punto con la mia fantasia”.
Per un istante l’insolito accavallarsi di pensieri fu sostituito dal desiderio di allontanarmi, poi, rassegnato ad andare fino in fondo, ripresi lo slalom mentale. “Probabilmente si tratta di un nuovo modo di fare, alle volte saltano fuori novità, modi di dire, d’atteggiarsi e di vestirsi che si diffondono tra le masse dei giovani immediatamente. Eppure è l’unica che abbia fatto scaturire, dal profondo del mio animo, quel fuoco di fila di domande ed è strano quel bisogno impellente d’una risposta per farlo cessare.
Forse non è di Trieste – continuavo a rimuginare, credendo ingenuamente che fosse quello a colpirmi – chissà di dov’è… Mah! È inutile rompersi la testa, sarà meglio che le parli”.
«Senti, scusa, puoi prestarmi quel giornale?»
«Volentieri, ma non è mio, è suo.»
Il tono della sua risposta e lo sguardo furono forse eccessivamente gentili, e io non ero preparato a parlare con una aliena, così preferii rivolgermi alla sua compagna. Era uno scricciolo sempre in movimento, la conoscevo da quando era bambina e a pranzo, sicuramente mangiava molle sottolio condite con un pizzico di polvere da sparo.
«Ciao Anna, dice che è tuo, allora posso prenderlo vero? Te lo riporto appena finito.»
«Puoi tenerlo, noi tra poco torniamo in città, ciao.»
Mi allontanai col giornale arrotolato in mano e, dopo pochi passi, i pensieri di prima tornarono a ripresentarsi: “Cosa c’è di strano in quella ragazzina, parla nel nostro dialetto, conosce Anna…. e sembra non vedere nessuno; quali saranno i suoi pensieri, cosa pensa veramente? Ma che diavolo mi prende, che importa sapere cosa pensano gli altri, lo so bene che hanno tutti le stesse cose per la testa, le stesse banalità.
Eppure lei sembra diversa, inavvicinabile come una dea posta in un luogo inaccessibile. Mah!.. Per la miseria, com’è possibile sentire il timore di accostarla e nello stesso tempo esserne così attratto? E poi, perché non dovrei avvicinarla? Forse è proprio quella persona in grado di farmi vivere le esperienze di cui intuisco la mancanza. Rappresentano forse quelle porte iniziatiche che dovrò superare per realizzare il progetto che nessuna mano potrebbe disegnare?”.
Questo ultimo pensiero interruppe la raffica di domande per lasciare spazio a una muta decisione. “Accidenti al momento che ho messo la cosa sotto questo aspetto; ora dovrò bussare al cuore di ogni possibile candidata e di chiunque mostri un briciolo di interesse per il modo in cui interpreto l’esistenza. Dovrò farlo, evitando di farmi coinvolgere emotivamente, con distacco. Le passate avventure sentimentali mi hanno insegnato che correrei un serio pericolo innamorandomi nuovamente; è probabile che il dolore riesca a spezzarmi se venissi nuovamente abbandonato”.
Seguii con lo sguardo i due folletti che sparivano dietro le due lunghe file di alberi e lentamente raccolsi la rivista e l’asciugamano da bagno. “Ora non resta che vestirsi e andare in palestra, potrei seguirla ma non lo farò, voglio lanciare una sfida al destino: quella strana ragazza non s’è mai vista a Barcola, se mi accadrà di incontrarla nuovamente cercherò di capire il motivo per cui mi ha lasciato così inquieto”.
Il giorno dopo, finito di sguazzare nell’acqua vicino al porticciolo, con lente bracciate andai verso gli scogli per risalire; nel farlo, posai la mano su quello più vicino, alzai lo sguardo per cercare altri appigli e mi arrestai sbalordito. Le rocce attorno parevano lì per proteggerla, sembrava dipinta, il microscopico bikini faceva pensare che fosse vestita solo dei suoi lunghi capelli neri leggermente ondulati. Era nuovamente lei, solo non mi era capitata tra i piedi, piuttosto ero io a essere sovrastato dalla sua esile figura. Pensai ironicamente che fosse un gran brutto segno. Mi rizzai sullo scoglio accanto e, mostrandomi stupito di vederla, la salutai con una battuta.
«Ciao, se non sposti quei capelli non diventi nera.»
«Nera non lo divento nemmeno se li sposto, ci sei tu ora davanti al sole.»
«Scusa, posso ributtarmi in acqua se vuoi…»
«Non ce n’è sarà bisogno, puoi stare anche qui, tra poco vado via.»
«Te ne vai così presto? Il sole è ancora alto… abiti lontano allora; ci vieni molto raramente a Barcola… vero? Non ricordo di averti mai vista. Su queste rocce sembri una sirena e, se ne avessi vista una, credimi, non potrei dimenticarlo.»
«Grazie per la sirena, in effetti questa è la seconda volta che ci vengo.»
«Come?… La seconda volta? Ma allora dove stai, non sei di Trieste, abiti a Muggia dunque?»
«No! sono di Taranto e vengo qui da mia madre solo d’estate».
«Non ti credo nemmeno se lo giuri, non hai minimamente l’accento della meridionale. Ti diverti tanto a prendermi in giro?»
«Guarda che ti sto dicendo la verità.»
«Allora tra meno di due mesi te ne andrai nuovamente, tornerai appena il prossimo anno dunque.»
«No! Non credo, mia madre dovrebbe trasferirsi definitivamente a Taranto e non ci sarà più motivo di tornare.»
Rimanemmo silenziosi, lei con lo sguardo imperscrutabile, mentre dal mio appariva chiaramente che mi chiedevo a che scopo cercare di conoscerla, accompagnarla, attenderla e magari desiderarla, senza ottenere alla fine nemmeno un sorriso. Negli anni settanta ben pochi avrebbero scelto di perdere tempo con una ragazza per costruire una storia senza futuro.
«Verrò al mare ogni giorno, – disse piano – fa troppo caldo per restare in città.»
«Ci vediamo domani allora, ciao!» «Ciao…»
«A proposito, non so nemmeno il tuo nome…»
«Carmela!»
«Carmela? Strano, avrei giurato che fosse…»
«Che c’è di strano?» chiese divertita. «Pensavo ti chiamassi Laura, ma non importa, non farci caso, scusami, è una fissazione che mi porto dietro da quando ero bambino… ciao, a domani.»
«Ciao!»
Pochi giorni dopo, nonostante la logica mi suggerisse che quel rapporto sorto tra noi era troppo tenue per reggere un seguito, quand’eravamo assieme lo scordavo completamente e, seguendo il mio sogno, badavo a cogliere le possibili indicazioni.
Eppure doveva per forza essere particolare, già dai primi incontri aveva mostrato la capacità di indovinare molti dei miei pensieri. Sembrava aver percorso per un lungo tratto la via della devozione, ma soprattutto ero portato a credere nella sua capacità di seguirla fino alla fine. Non ero solito passare giornate intere assieme a una ragazza di cui non conoscevo praticamente nulla, e non avevo mai assaporato quella straordinaria serenità che mi avvolgeva quando camminavo con lei al mio fianco.
“Com’è strana la vita alle volte, -mi sorpresi a pensare- ora che per evitare un’altra crudele delusione mi impongo di non abbandonarmi al sentimento per una ragazza, ora che esercito il distacco appreso con tanta fatica nei testi orientali, questa sembra cadermi ai piedi e vivere di me. È giusto che veda in lei la causa della mia serenità, piuttosto che attribuirla al fatto di aver finalmente saputo rinunciare a ogni emozione?”
E il ricordo di tante pene sofferte sul campo sentimentale si risvegliò. “E se lei dovesse patire ciò che io ho sofferto quando venivo lasciato? Quando la rottura del rapporto provocava la deriva della mia anima in un mare di veleno? Se ciò accadesse vorrebbe dire che la colpa del suo dolore sarebbe mia. No!… Non posso immaginare lei china su un libro e le sue lacrime che ne bagnano le pagine. No!… Non potrei vivere sereno, ricordarla senza sentirmi artigliare l’anima dal rimorso. Lei così piccola e indifesa non lo farebbe mai, non arriverà mai al punto di ferirmi, se ama l’amore non potrà mai tradirlo.”
Con un briciolo di saggezza in più, derivata dalle successive esperienze, riconosco che a quel tempo il mio ottimismo doveva essere veramente alle stelle. Allora tutto mi suggeriva che lei non fosse come le ragazze che avevo frequentato fino a quel momento.
“Ma cosa sto pensando, è mai possibile che sia proprio questa ragazzina quella che attendo? Quella che sosterrà il mio animo nei momenti bui che lo aspettano? Non lo so… non riesco a trovare una risposta, ma è improbabile; tra poco dovrà partire, avrà i suoi impegni, la scuola, i suoi amici a Taranto e io rimarrò solo un buon ricordo.”

Camminava al mio fianco lentamente, stavamo salendo lungo la strada che passa accanto all’Università. Il caldo era soffocante e quel pomeriggio non c’era un’anima nemmeno a pagarla; forse avrei potuto tenerla per mano, ma mi sembrava prematuro, non avevo alcuna certezza e le domande che le rivolgevo potevano sicuramente sembrarle banali. Cercavo degli indizi che permettessero di scoprire il gradino di consapevolezza da lei raggiunto. Plasmare la mia eventuale compagna dal niente sarebbe stato un lavoro capace di togliermi le energie necessarie a terminare l’opera che da poco avevo iniziato. “Ma come posso essere certo di non sbagliare? Maledizione, non è affatto semplice. Forse ho trovato… seguirò l’intuito, se come un’incosciente le ho permesso di sognare una vita accanto a me nel mondo che abbiamo trovato, accetterò di sopportarne le conseguenze, continuerò a illuderla per tutta la vita. Le vivrò accanto in attesa che scopra, lei per prima, come l’amore possa essere diverso dalla rappresentazione a cui di solito si assiste.
Alle volte dubito sia quella destinata a collaborare al progetto ma non è lecito burlarsi degli infiniti aspetti dell’amore e non sarò certo io a farlo. Anche se il suo è solo amore di donna, non ho intenzione di riservarle il cinismo con cui sono stato tante volte ferito.”
Non potevo assolutamente scordare il mio obiettivo; il compito che mi attendeva e verso il quale la forza inerziale mi spingeva, era quello di inseguire e catturare un amore diverso, la preda ambita con cui sfamare coloro che un giorno non lontano lo avessero richiesto.
Passarono dei giorni, svanivano lentamente e il suo ego pareva seguirli. Colpiva soprattutto il suo modo di starmi accanto: era la mia ombra, e tenerla vicina a tal punto non richiedeva alcuno sforzo. Come un’ombra seguiva i miei passi e, per questo suo atto di devozione, era giusto che giungesse a scorgere la luce attraverso la forma che rivestivo. La vedevo annullarsi in me: ogni intenzione veniva subito condivisa da lei, ogni curiosità che mi assaliva, ghermiva anche la sua anima; tutti i miei pensieri, non appena li lasciavo affiorare, trovavano la loro eco nella ragazzina che avevo accanto. Non poteva essere altri che quella figura tanto attesa dunque, e questa convinzione cominciava a rafforzarsi mano a mano che il tempo passava.

Era finita l’estate, avevo ricevuto la notizia della sua imminente partenza ed ero steso sul letto nella mia camera. A notte inoltrata, l’incessante cadenza dei pensieri era simile all’oceano che s’infrange contro gli scogli. Ed era così anche per noi. Non è l’onda a scegliere la scogliera sulla quale annullarsi per avvolgerla, e non è nemmeno la roccia a scegliere il flutto più impetuoso destinato a trascinarla per sempre con sé.
“Tra poco però dovrà partire e io non posso lasciarla, lei non lo vuole. Purtroppo sua madre non le permetterà di restare in una città che nemmeno conosce, non ha neppure diciotto anni, dovrò quindi seguirla fino a Taranto. Credo sia finalmente giunta l’onda capace di scuotermi e ora spetta a me starle accanto per sempre e rendere il suo amore e la sua devozione pronti a superare qualunque ostacolo. Forse sarà proprio lei a vedere per prima un mondo immaginario che diventa sempre più palpabile e con colori sempre più definiti.”

E così, la fiducia riposta in quella donna, che continuava a celarmi un lato del suo animo, mi impose di seguirla fino alla lontana città del Meridione. Non attendemmo che diventasse maggiorenne; a quel tempo infatti, si doveva compiere il ventunesimo anno di età per sposarsi se chi esercitava la patria potestà sul minore era contrario alle nozze. Noi, per accelerare i tempi, in rapida successione ne combinammo di tutti i colori finché i suoi si rassegnarono e acconsentirono al matrimonio.
Dopo alcuni mesi trascorsi in una squallida stanza del –palazzo dei cento cani– noto perché le urla incessanti di chi vi abitava potevano udirsi fino all’elegante via adiacente, la riportai finalmente a Trieste, dove, negli anni che seguirono, si presentarono quelle difficoltà che, come avevo intuito, sarei riuscito a superare solo grazie a lei.

Avevo deciso di tenerla all’oscuro di buona parte del mio incredibile progetto, non le avevo fatto parola, o quasi, delle mie esperienze più significative e, solo raramente, le spiegavo in modo generico le utopiche finalità che le varie forme di Yoga si prefiggevano. La via che lei avrebbe dovuto seguire e per cui era straordinariamente portata, era quella della devozione, non quella della conoscenza.
Alle volte però, delle mie parole riceveva conferma nei momenti più impensati; come accadde quel giorno che ci recammo per caso in una frazione sull’altipiano alle spalle della città, con suo padre e una sua amica.

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