Il Regno di Dio, figlio della Donna Cosmica


Quel mattino stavo preparandomi per uscire, Giorgio sarebbe arrivato a momenti. Al suono insistente del clacson mi affacciai alla finestra.
«Un attimo e sono pronta, mi bastano cinque minuti.»
Abbassò il finestrino ed è a quel punto che notai sul suo volto una intensa espressione di meraviglia, uno stupore immotivato. Lo invitai a salire e, appena entrato, mi spiegò la ragione del suo profondo turbamento. Eva era ritornata prepotentemente a galla. Senza ragione apparente avevo risvegliato in lui il ricordo della figlia più piccola.
«Quando ti ho vista alla finestra non riuscivo a darmi una spiegazione, non capivo come diavolo potesse trovarsi Eva a casa tua. È stato difficile gestire tutte le emozioni che mi si sono rovesciate addosso, e ho avuto bisogno di alcuni attimi incredibilmente lunghi per rendermi conto che in realtà eri tu.»
Non dissi nulla, preferii non disturbare i suoi ricordi.
Eravamo giunti sull’altipiano alle spalle della città e non aveva ancora pronunciato nemmeno una parola. Cominciavo a temere che fosse accaduto qualcosa di spiacevole.
«Sei stranamente silenzioso oggi, è successo qualcosa vero? Ti va di parlarne? Dove stiamo andando?»
La mia evidente apprensione lo costrinse a rispondere.
«Sai, sono molti mesi che non vedo Eva e questo mi rattrista, ma non è una ragione per la quale tu debba farti dei problemi. Ne hai già troppi per conto tuo… e per questo… –mi guardò con intensità e dopo una breve pausa continuò– voglio farti passare una giornata diversa, spero che nella tua mente rimanga il ricordo di un momento particolare, un attimo rubato a un mondo magico. Sento il desiderio di andare a Monrupino, quando ci sono stato con Laura abbiamo vissuto dei momenti di sogno e da allora non ci sono più tornato.»
Sapevo di Laura e non era il caso di turbarlo di più. Posai la testa sulla sua spalla e rimasi in silenzio fino alla vista del colle su cui sorge la piccola chiesa.
«Questo posto lo conosco, molti anni fa ci venivo a piedi con degli amici, erano tempi spensierati allora, magari tornassero.»
«Spero tu possa ritrovare l’entusiasmo di quando eri una bambina.»
Fermò la macchina al lato del massiccio portone e finalmente, si mostrò meno cupo. Mi prese per mano e iniziò a raccontare di Laura.
«Non ti ho parlato di quando sono venuto quassù assieme alla ragazza che è morta, e non ti ho nemmeno detto che lei, senza esserci mai stata, sapeva dell’esistenza del mio nome inciso accanto a quella panchina.»
Fece un rapido cenno con il capo e indicò il punto mentre andavamo verso il muraglione. Da lì si poteva scorgere uno splendido panorama. Eravamo seduti accanto, alle nostre spalle la vallata e le montagne sullo sfondo, alla mia destra la chiesa, attorno a noi un silenzio innaturale. Credevo, speravo, forse temevo, che le sue parole potessero creare quella magia di cui talvolta sentivo intensamente la necessità.
«A pensarci è assurdo, sono venuta diverse volte a piedi, fino davanti a questa chiesa, senza mai entrarci. Mi sembra impossibile non averlo fatto… non aver sentito questa attrazione magnetica.»
Improvvisamente ero stata attratta da quella costruzione secolare e, senza chiedermi il motivo di tanta curiosità, andai lentamente verso di essa. All’interno i passi si fecero felpati, non dovevo infrangere il silenzio che mi avvolgeva, pareva volesse proteggermi. Girai lo sguardo attorno e la mia attenzione si posò su alcune pubblicazioni poste alla mia destra su di un tavolo accanto al muro. Mi accostai per vedere meglio e rimasi immobile. L’attimo dopo una mano scivolò su di me.
«C’è niente che possa interessarti? Cosa guardi?»
La mano sulla mia spalla si irrigidì e lui pronunciò un nome: «Eva!… È Eva!… Guarda, la vedi, questa è la mia bambina, la più piccola. È tanto che non la vedo, già, tu non la conosci, e nemmeno puoi sapere cosa un padre provi quando gli viene tolto ciò che ha di più caro.
Mi meravigliai per tanta eccitazione e da quella curiosa circostanza. A quel punto guardai la bambina che mi veniva indicata. Era raffigurata al centro sulla copertina dell’opuscolo, stava seduta sull’erba di un prato con un flauto fra le mani e, attorno a lei, c’erano degli alberi.
«Cosa stai dicendo? Questa è Eva? Dai… com’è possibile? Ma stai scherzando? Come puoi esserne certo?»
«Gabry, questa è mia figlia e io sono suo padre. È la verità, come è vero che prima, mentre venivamo a Monrupino, ho detto di credere che nella tua mente rimanga il ricordo di questo pomeriggio magico.»
Quel ricordo è indelebile, sedici anni dopo la madre di Eva escluse potesse trattarsi di lei, in quei giorni però, una semplice illusione creata dal caso bastò a sostenere il mio animo affranto quando stava per crollare.

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