Il Regno di Dio, figlio della Donna Cosmica


Dunque era finalmente mia la vendetta, e la vendetta di un Dio necessitava di un’arma divina, un’arma come quella che mi fu promessa all’interno della Gran Galleria: «L’unica tua Arma sarà la Sapienza Somma
La stessa sapienza, la userò per dissolvere le tenebre dell’ignoranza, in modo che si possa scorgere la breccia che i miei colpi aprono nel muro d’indifferenza. Colpi invisibili ma efficaci, poiché, dopo aver lasciato che quelle misteriose pagine bianche venissero riempite, per caso, con incredibile tempismo, anche la mia sposa diede il permesso di agire in difesa dei più piccoli: i soli puri di cuore.
La medesima sapienza, giungendo negli animi grazie alla rivelazione racchiusa in questo libro, farà scoprire che al di là di quel muro d’indifferenza, in verità non ci sono nemici. Si avrà così coscienza di come e perché gli esseri con il ruolo di nemico, indispensabile per una perfetta rappresentazione del Lyla, vengano annientati. I motivi sono innumerevoli, ma a noi bastano le parole di un’umile religiosa: “E i sopravvissuti, spaventati dalla punizione degli altri, riconoscendovi il dito di Dio, vivranno un’era di pace”.


Oggi è passato a prendermi, credo abbia deciso di scrivere qualcosa di speciale, poiché sembra ansioso di inserire nel capitolo delle strane coincidenze, alcuni fatti che avrebbero potuto essere l’inizio di una storia irripetibile. È strano ripensandoci, aveva previsto che il caso gli avrebbe imposto di rinunciare al nostro rapporto. Tempo fa mi confidò che non gli sarebbe stato possibile accettare nemmeno una briciola d’amore, e così è stato. In quella occasione, parlò di cose che secondo lui sarebbero dovute accadere e precisò che non si trattava di una sua iniziativa, stava solo riferendo ciò che gli viene costantemente suggerito da quel qualcosa che lui chiama suo Padre o anche Spirito. Sostiene che potrà servirci a raggiungere la Meta.
Credo si tratti della stessa Meta che alcuni giorni fa ho scorto; una visione che mi ha mandato in estasi. Vorrei sapere come ha potuto intuire, con un mese d’anticipo, che avrei vissuto quella esperienza estatica così intensa. È possibile che mi abbia scelta per rappresentare quel faro destinato a guidarvi in acque limpide e sicure? Là dove la meraviglia si fonde a l’estasi sublime ed eterna? Lui aveva detto anche questo! Mi ha confidato che molti gli rimproverano di aver inserito una come me nel suo racconto. È normale che nessuno ci pensi? Eppure è straordinariamente semplice: può aver ridato splendore a quel Faro appunto perché indichi la direzione da evitare, affinché non ci si areni su bassi fondali o si diriga la prua contro insidiose scogliere; se il motivo è questo, sono consapevole di aver operato a tal fine, e ciò mi rende orgogliosa.


Sono trascorsi degli anni dalla pubblicazione di -Erieder- e diverse persone hanno chiesto di sapere come finisce il mio racconto. Prima di ultimare le pagine bianche lasciate a disposizione di chi doveva giungere per ispirarle, va detto che esse suggellano la fine di una lunga guerra. Una battaglia, contro ogni possibile concezione di Stato, cominciata quasi trenta anni prima. Quei fogli, rappresentano pure altri importanti indizi per comprendere l’affermazione di Einstein: “Il caso… è Dio che passeggia in incognito”. Se pensate che valga la pena notarlo quando Lui vi passerà accanto, non dovete far altro che iniziarne la lettura.


Poche persone assistevano in quell’aula cupa. Alcune con lo sguardo truce, altre, con totale indifferenza. In quel Tribunale si stava giustiziando un uomo privandolo della possibilità, stabilita dalla natura, di educare i suoi figli, ed era più terribile che essere decapitato. Non poter avanzare con le proprie bambine, seguendo le impronte indelebili lasciate dagli Illuminati, era la morte a tutti gli effetti; ma se questo era scritto, lui non si sarebbe opposto. Non era stato detto che chi avesse amato la propria vita l’avrebbe persa? La farsa continuò:
Presidente: «Lei dovrebbe raccontarci cosa succedeva quando vostro padre abitava con voi, vorremmo capire l’atmosfera.»
R: «Quando eravamo a tavola per il pranzo, se una di noi rovesciava l’acqua o l’aranciata, lui… mio padre… ci sgridava.»
Presidente: «Ogni giorno?»
R: «Si!»
Presidente: «Non occorre altro, grazie! Può andare.» Ora l’Accusa poteva concludere la farsa:
P.M. «Dobbiamo credere senza il minimo dubbio, quanto ci ha riferito la figlia maggiore… quella sofferente d’asma, lei, verso i cinque anni, a causa del suo male, vomitò durante il pranzo; lui, l’imputato, le fece mangiare il suo vomito. Anche alla dichiarazione dell’ultima teste escussa in questa aula (una testimone di Geova) possiamo credere ciecamente. Non sa dirci quale delle tre bambine le raccontò che il padre le costringeva a salire e scendere le scale in ginocchio sopra i fagioli, ma questa sua omissione non incrina il nostro convincimento di trovarci davanti a una personalità diabolica.»
Il pubblico ministero si sbizzarrì a lungo, sembrava crederci. Alla fine si ritirò soddisfatto nel suo angolo, grazie ai colpi sleali che aveva sferrato, era certo di vincere l’incontro.
Adesso poteva riprendere il difensore: «Il mio assistito ha un aspetto trasandato e sembra, lo riconosco, una persona violenta, sia per il suo insolito comportamento, sia per come si presenta; ma non dobbiamo dimenticare che vive in mezzo a una strada, e il suo atteggiamento, almeno per me che ho avuto modo di conoscerlo in precedenza, non è altro che un grido di dolore e di intolleranza verso tutte le ingiustizie che ha dovuto subire. So che di questo il giudicante non vorrà prendere atto, ciò nonostante sento il dovere di dirlo; in questa aula, oltre a una infinità di accuse irrilevanti sul piano giuridico, abbiamo anche sentito due deposizioni che, se fossero vere, nessuno dubiterebbe di trovarsi davanti a un mostro. Nell’ultima udienza due testi hanno detto e ripetuto che sono stati usati dei mezzi di correzione particolarmente cruenti; ma a parere della difesa va ricordato che anch’essi hanno denunciato questa persona, una di loro per le gravi lesioni riportate in seguito a un diverbio. Non intendo mettere in dubbio l’imparzialità delle loro dichiarazioni, non vedo la necessità, soprattutto dopo aver ascoltato la seconda figlia, grazie a lei avrete raggiunto la certezza che la verità è sicuramente un’altra… infatti, tutti noi, se avessimo ricevuto un trattamento violento, a una specifica richiesta, come quella posta dal giudicante, d’istinto parleremmo di ciò che più ci ha ferito, del ricordo più doloroso, non certamente di inezie come quella appena sentita in questa aula.
L’avvocato fece una breve pausa.
Il Pubblico Ministero, a seguito delle dichiarazioni della controparte, ha dipinto il comportamento del mio assistito in modo che ai nostri occhi appaia un quadro grottesco dalle fosche tinte. Nella sua irreale raffigurazione degli eventi, vediamo l’imputato imporre con caparbietà il suo volere all’interno della propria famiglia. Ogni suo gesto e, secondo l’Accusa, ogni sua parola, erano finalizzati al suo esclusivo interesse, senza alcuna considerazione per i desideri e le aspirazioni della moglie né quelli delle figlie. Sappiamo che questo è quello che la signora ha voluto farci credere, non possiamo sapere se di questo lei sia effettivamente convinta.
Però se così fosse, senza fargliene una colpa, diremmo che ciò è probabilmente dovuto alla depressione ma, più probabile ancora, debba trattarsi di una sindrome che colpisce i familiari degli invalidi gravi, un maglio che si abbatte sulle famiglie più spesso di quanto si creda.
Parlo di una sindrome, ben nota agli psichiatri, che spiegherebbe la ragione della sua distorta interpretazione della realtà. A nostro giudizio, l’interruttore di questa distorsione, possiamo senza dubbio trovarlo nella sua insofferenza per il ruolo autoritario del marito. Ecco finalmente apparire, sotto la sua giusta luce, il tentativo di liberarsene accusandolo di detenere un Kalashnikov per proteggere lei e le figlie da un ipotetico pericolo. Un reato per cui il mio cliente è già stato sottoposto a giudizio e riconosciuto innocente. È ragionevole sostenere valida l’ipotesi a cui ho appena accennato: ogni gesto e ogni parola del mio assistito, sono stati pervicacemente interpretati dalla controparte come espressione di una volontà diabolica o, nel migliore dei casi, malata, ed è solo grazie a quella ipotesi, che la sequenza dei fatti ci suggerisce come la più probabile, che possiamo finalmente capire le ragioni del suo odio nei confronti dell’imputato.»
Il difensore ammutolì all’improvviso. Parlare a dei sordi era troppo impegnativo anche per il più logorroico degli avvocati. Riprese l’accorata ricostruzione degli eventi dopo aver raggruppato nervosamente i fogli sparsi sul tavolo.
Ho parlato di odio, è certamente un termine pesante, lo riconosco, ma altri sentimenti non avrebbero permesso di tessere una simile trama di accuse, volte innanzitutto a ottenere l’allontanamento del marito manu-militari.
E poi, per quale altra ragione se non un odio che noi sosteniamo immotivato e che si è peraltro diffuso come un cancro maligno nelle menti di chi lo ha avvicinato, gli sarebbero state tolte le sue bambine e impedito qualunque contatto con esse? È il momento di dire cosa probabilmente è accaduto.
A causa delle premure e delle sue ansie talvolta eccessive, questo disgraziato, cinicamente fatto apparire come una persona animata dalla sordida volontà di opprimere, è stato cacciato dalla sua famiglia come nemmeno un cane dovrebbe venir cacciato… a calci! Oggi, noi siamo venuti in questa aula per parlare, non dei concreti e di certo dolorosi calci che egli ha ricevuto, ma di una serie interminabile di accuse pretestuose. Ora, prima di concludere, ammetto di non poter affermare con assoluta certezza cosa realmente sia successo tra quelle mura, ma la mia coscienza mi impone di aggiungere che, per motivi inerenti alla mia professione, ho avuto dei rapporti con il mio cliente e la sua famiglia in altra occasione e posso dire che, tra tutti, nessuno escluso, c’era un forte legame affettivo. Dobbiamo dunque ragionevolmente supporre che, se l’imputato ha sbagliato, lo ha fatto per troppo amore.»
Stavo attendendo la fine dell’arringa con la mente e lo sguardo persi in un punto indefinito, e quelle parole inaspettate mi riportarono al presente. Ero stato inconsapevolmente ferito da quell’avvocato del diavolo, un tipo dall’aspetto quasi esile che in quegli istanti pareva sprigionare una forza sovrumana. Era forse la potenza delle parole veritiere?
Era forse vero che le mie bambine erano incapaci di provare il pur minimo affetto per il loro papà? Ciò mi procurò un dolore insopportabile. Qualche lacrima fuggì veloce e altrettanto velocemente mi alzai e uscii dall’aula. Sulla porta c’era Daniela che aspettava e mi trattenne.
«Lo so che ti fa male, ma non devi fare così, vedrai che prima o poi capiranno quanto le ami; il tuo modo d’amare è diverso da come se lo aspettano, ma non per questo è meno intenso dell’amore più grande. Ho capito io, vuoi che non ci arrivino loro che sono sangue del tuo sangue?».
Era, così mi piaceva definirla, “una bambina con la saggezza di una santa”.
«Aspetta -continuò afferrandomi il braccio- non andartene, non sarà certamente quella donna a renderti giustizia ma voglio sentire quello che verrà deciso.»
Attesi la sentenza assieme a lei nel grande corridoio vuoto. Le parole giunsero scandite come l’annuncio di un treno in arrivo.
«Visti gli articoli 572, 533, 535 c.p.p… dichiara l’imputato colpevole dei reati ascrittigli, e riuniti i fatti sotto il vincolo della continuazione, lo condanna alla pena di anni uno, mesi due e giorni venti di reclusione.»
Andai involontariamente col pensiero a quell’antica profezia: “L’Anticristo vorrà somigliare a lui ma sarà solo la sua scimmia”, ma francamente sembrava illogico voler somigliare al Cristo riportando una condanna infamante quanto quella inflitta al Messia; era più intrigante attribuirlo al caso o al fatto che spesso la giustizia tutelasse interessi nascosti.
Mi allontanai lentamente assieme a Daniela dal luogo del giudizio. Non erano crollate le accuse perché la difesa aveva scordato di convocare dei testi determinanti, mentre altri erano stati respinti dal giudice perché non era possibile che sapessero qualcosa in quanto “non conviventi con l’imputato”. Ci è lecito pensare che il processo abbia seguito i dettami di una legge occulta, infatti, il pubblico ministero mentì affermando che Tony, un teste della difesa, era stato condannato per falsa testimonianza. Con grande lungimiranza, ad altri testi fu concesso di assistere alle udienze prima di essere chiamati a deporre. Moltissime “stranezze”, e delle vere frodi processuali, si potrebbero ancora riportare, ma basta osservare chi fu ritenuto credibile dai giudici: dei figli sottoposti ad anni di pressanti condizionamenti, i testimoni di Geova, la polizia, i carabinieri e gli assistenti sociali, che mai ho avuto il piacere di ospitare, e infine la perizia d’un medico legale, redatta senza vedere l’infortunata ma semplicemente certificando quanto appreso dai carabinieri. Quale beffa dunque poteva riuscire meglio? Uscendo dal Tribunale mi tornò il buonumore. Il cielo era meno grigio se ricordavo che Erieder, tra i suoi appunti, l’aveva già scritta quella sentenza. Era inevitabile che le mie azioni, dettate dal comprensibile desiderio di impedire il tradimento della mia sposa e delle mie bambine, divenissero la causa di quelle accuse. Solo a Erieder poteva apparire gradita una condanna così ingiusta. Forse rappresentava la prova che il suo piano occulto si stava realizzando.
Per ironia della sorte le condanne in quel tribunale si sprecavano e quella di qualche tempo prima si dimostrava anch’essa utile.
Era una giornata d’autunno inoltrato, pioveva e la bora soffiava forte come di consueto e quel mattino decisi di presentarmi all’udienza in pantofole da camera e in pigiama. Il processo si svolse senza che nessuno se ne accorgesse. Terminata la lettura della sentenza uscii nell’atrio assieme all’avvocato.
«Cosa ne pensa di questo giudice? Non ha nemmeno notato l’abbigliamento che ho sfoggiato per l’occasione e non c’é persona in questo tribunale che se ne sia accorta e stupita. Le pare corretta la sentenza? Se il magistrato si atteneva alla legge doveva incriminarmi per oltraggio alla corte o, in alternativa, richiedere una perizia. Purtroppo non sa distinguere un imputato in giacca e cravatta da uno in pigiama e pantofole e si arroga il diritto di giudicare gli altri. Mi chiedo come possa pretendere di riconoscere il colpevole dall’innocente. Come può infliggere mesi e anni di condanna che schiacciano come pietre?»
-Anche l’avvocato, dopo avermi squadrato furtivamente, sembrò rimanere di pietra.-  «Non so che rispondere, una simile circostanza non è mai successa da quando esercito… mi dispiace.»

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