Il Regno di Dio, figlio della Donna Cosmica


La macchina era parcheggiata a diversi isolati, c’era un freddo pungente e Daniela camminava veloce precedendomi di qualche passo. Questo permetteva di osservare la sua andatura particolare, non pareva quella di una donna né quella di una bambina, a pensarci bene c’erano molti aspetti insoliti che quella figura femminile lasciava intuire.
Tornai con la mente al giorno precedente il nostro incontro, un sabato di fine luglio. L’estate aveva completamente sepolto la delusione provocata da Gabry, che non era riuscita a scrivere tutte le pagine mancanti.
Farlo avrebbe significato uscire dal tunnel in cui si trovava, ma si sa… la luce del faro è destinata ad altri. Ora stavo quasi rassegnandomi a l’idea che nessuna donna potesse riempire gli ultimi fogli rimasti. In quelle poche pagine, un altro essere avrebbe dovuto raccontare come si raggiunge la consapevolezza della propria essenza divina.


Domenica, 19 luglio 1998, cammino per la città assieme a Palù, è la prima volta da quando sono sposata che ciò accade.
Il filo che ci teneva uniti si è spezzato, ho sperato, ho pianto, ho lottato con tutte le mie forze per difendere quello in cui credevo, è stato inutile e doloroso.
Eppure non mi sento sconfitta, stranamente, dopo aver scambiato poche parole con il vecchio che percorreva lo stesso tratto di strada appoggiandosi a un bastone, ho avuto la vaga percezione di poter essere ancora utile per qualche scopo.
Penso alla mia condizione e mi pare simile alla sua, abbandono lentamente la vita per dirigermi verso l’ignoto? Ciò che resta del mio mondo non comunica più con me; e non ricevo ancora segnali dall’altro, o forse sì?
Sono nella mia camera ora, è tardi, il silenzio è assoluto, improvvisamente penso a Daniel, il fratello morto dopo pochi giorni dalla nascita che ho conosciuto solo tramite il racconto di mia madre. Mi stupisco di essermi rivolta a lui mentre gli chiedo sottovoce di aiutarmi a cambiare quella situazione.
Domenica, 26 luglio 1998: oggi ricorre il 36° anniversario della morte di Daniel e c’è stato un incontro che ha cambiato la situazione.


E così, quel sabato di fine luglio la mia decisione era presa, se esisteva una persona, capace di scorgere il trascendente, sarebbe venuta là dove io andavo ad aspettarla: in Val Rosandra.
Il giorno seguente, giunto in valle, avevo lasciato il rifugio alle mie spalle e costeggiando il torrente, ero arrivato a una pozza dove la profondità dell’acqua consentiva alcune bracciate. Se la calura si fosse fatta insopportabile avrei potuto rinfrescarmi.
Nella valle semi deserta, come sempre in quel periodo dell’anno, si sentivano solo le rapide, liquide carezze sulle rocce. Era stata una buona idea portarmi qualcosa da leggere. Steso sopra quel masso circondato dall’acqua, forse avrei recuperato una piccola parte del sonno perduto accanto al letto di Giada. Scorsi solamente poche righe, il rumore appena percettibile di alcuni passi mi fece volgere la testa; la figura anacronistica di quella che sembrava una figlia dei fiori, in perfetto stile anni sessanta, si stava avvicinando.
Aveva uno zainetto appeso alla spalla e una graziosa bastardina nera, che pareva calzare delle scarpine bianche, la precedeva. Arrivata a una decina di metri dal masso su cui stavo sdraiato, guardò distratta nella mia direzione, indecisa se continuare con quella calura o mettersi al riparo dal sole. Alla fine stese l’asciugamano accanto a un grande cespuglio su di un terreno cosparso di pietre irregolari. Cominciò a togliersi gli indumenti e, nel farlo, lasciò cadere un pacchetto di sigarette. È stupido lo riconosco, ma se lo sciocco impulso di fumare una sigaretta non fosse intervenuto, credo che non le avrei rivolto la parola.
Dovevo dunque assecondare quel desiderio improvviso e la cosa migliore per aprire un dialogo e infilarci quella richiesta diretta, era dire una sciocchezza.
«Accidenti -cominciai a voce alta- uno viene in Val Rosandra per stare tranquillo sapendo che di domenica non c’è nessuno e mi capita lei, addirittura con delle sigarette inquinanti.»
La ragazza raccolse l’asciugamano ancor prima di rispondere: «Se do fastidio mi sposto, andrò più avanti. Palla!… Palla!… Andiamo vieni.»
«Vada pure, ma si ricordi di lasciare le sigarette».
Per un istante rimase perplessa, poi valutò, da accanita fumatrice, che forse era il caso di elargirmi una delle poche rimaste nel pacchetto.
«È un modo di dire che ne desidera una?»
«Grazie, come ha fatto a capirlo?»
Mentre mi avvicinavo, mantenendo quelle espressioni atipiche, avrei saggiato la sua capacità di sopportazione. Forse inconsciamente temevo la sua calma serafica, poteva costringermi a riconsiderare ciò che mi ero imposto soltanto il giorno prima: non mi sarei più affannato a cercare né uomo né donna in grado di riempire le pagine bianche preparate con tanta cura.
La mia ombra si stagliava su di lei mentre allungava la mano verso il pacchetto di sigarette, accanto notai il libro di Lao Tze. Fu questo a modificare il mio atteggiamento, il pensiero che si dedicasse alla ricerca d’una realtà meno effimera, le procurò tutta la mia solidarietà.
Sapevo per esperienza quanto impegnativo fosse il compito di lacerare il velo di egoismo, orgoglio e ignoranza che impedisce la visione della realtà.
Tornai sul masso per continuare la lettura, non volevo lasciarmi suggestionare dai particolari del suo aspetto fisico che ricordavano la donna con cui avevo condiviso l’esistenza per oltre vent’anni.
Per quanto ci provassi non riuscivo più a concentrarmi su quelle pagine. Poteva il gran caldo giocare simili scherzi? Uno spruzzo d’acqua mi investì, la cagnetta stava saltellando e di tanto in tanto si girava verso di lei come se attendesse uno sguardo di approvazione. La giovane, oltre alla temperatura elevata, pareva non accorgersi del fastidio che quelle pietre irregolari e appuntite, sotto l’asciugamano, dovevano provocare.
Attorno a noi non c’erano altri punti adatti a distendersi, per cui le suggerii di condividere il masso levigato dal torrente. Accettò solo dopo qualche insistenza ma lasciò il libro accanto al grande cespuglio. Ci ritrovammo così a parlare dei più svariati argomenti.
Si esprimeva con la stessa foga e con la stessa ansia di farsi capire di quand’ero ragazzo, e ciò mi stupiva. Possibile che quella giovane donna manifestasse così apertamente le aspirazioni che erano state la causa principale della mia solitudine?
Eppure non aveva l’aspetto della persona che si dedicava per lungo tempo alla meditazione e prossima a raggiungere la vera saggezza. Era inesplicabile quel contrasto così evidente; pareva il classico tipo dalle tante idee ben confuse, ma quando spiegava le sue idee con quel modo di fare sicuro e impetuoso, veniva spontaneo pensarla una bambina con la saggezza di una santa.
«Hai avuto modo di leggere -La profezia di Celestino- scritto da Redfield?»
Avevo buttato lì quella domanda all’improvviso, senza alcun riferimento col dialogo in corso.
«Che coincidenza! Sapessi quanti me ne hanno parlato ultimamente, ancora non ho avuto occasione e me ne dispiace.»
La sua risposta, mi spiegò in seguito, sul momento la imbarazzò enormemente. Si era servita del termine coincidenza senza averne l’intenzione e a sproposito, questo l’aveva fatta sembrare ignorante come un cavallo a dondolo. Disse che successivamente aveva intuito il perché dell’uso improprio di quella parola rileggendo Erieder. Notando come l’evento sincronico diventava la chiave di lettura del libro, le erano tornate in mente le curiose coincidenze alla base del nostro incontro e, grazie a quel lapsus freudiano -concluse soddisfatta- l’inconscio le aveva suggerito di prestare attenzione proprio alle coincidenze.
Quel giorno in valle aveva mostrato il proposito di leggerlo perché inspiegabilmente convinta di trovare risposta a molte domande; pertanto valutai opportuno incentivare la sua intenzione con qualche frase a effetto:
«Se pensiamo al modo in cui si susseguono i fatti narrati nel libro, che paiono voler indicarci una via, vedremmo che i fenomeni sincronici celano gli aspetti straordinari della realtà.»
Proseguimmo a lungo il nostro dialogo, le ricordai la necessità di non lasciare spazio alla pericolosa tendenza che ci porta a cercare per ogni situazione un motivo nascosto, ma di lasciar fare al caso, consapevoli che quanto accade è sempre perfettamente integrato sia con gli aspetti del microcosmo che con quelli del macrocosmo. A un certo punto fece delle considerazioni sul lato oscuro celato in ogni cosa, e questo permise di scoprire che la sua profondità di pensiero era reale e cristallina.
Con ironia mi chiesi se quegli occhi verdi sarebbero mai divenuti degli specchi capaci di riflettere gli splendidi aspetti occulti della Realtà.
La giornata si esauriva tra il verde sempre più scuro degli alberi; quando le proposi un passaggio in moto fino a casa accettò, infilò Palla, Palù, Limpa e l’altra decina di nomi che attribuiva alla sua cagnetta nello zaino e si fece condurre in centro città. Davanti alla Luminosa, un saluto di circostanza e quel pomeriggio così diverso era finito. Non ci sarebbe stato un seguito, perché di lei conoscevo il nome e nient’altro.
Passarono alcuni giorni e il ricordo di quelle ore piacevolmente intense si ripresentava spesso, perché? Che motivo poteva esserci? Capitava di rado che una persona attirasse la mia attenzione fino a quel punto.
Se quello era l’indizio della sua capacità di svolgere un ruolo utile al completamento del progetto, nulla avrebbe potuto celare la sua presenza. Il caso, avrebbe certamente favorito un successivo incontro, anche se le probabilità che questo si verificasse fossero state infinitesimali.
Non passò molto tempo da quella riflessione, il giorno seguente, transitando vicino a piazza Garibaldi fermai la moto prima dell’incrocio e scesi per salutare un conoscente. Scambiai solo poche parole e, girandomi per risalire sulla moto, notai il cenno di saluto che una ragazza sopra uno scooter mi aveva rivolto.
Avviai il motore e raggiunsi il semaforo qualche istante prima del segnale di via libera. Sul sellino posteriore dello scooter c’era proprio lei, la ragazza della Val Rosandra. La giovane, quando ripartimmo affiancati in direzione della periferia, alzò la visiera per comunicare più agevolmente: «Stai andando in valle a prendere il sole?»
«Sì! Ma dopo pranzato, e voi?»
«Ora abbiamo un impegno, ma domenica forse ci sarò.»
Fu così che iniziò la nostra relazione… per puro caso.
Il giorno dopo, arrivai tardi in valle, lei stava raccogliendo le sue cose e la voce inaspettata alle spalle la fece quasi sobbalzare.
«Hai intenzione di proseguire?»
Si voltò velocemente, stupita di non aver sentito il rumore dei passi.
«Ah! Sei tu! No!… pensavo di tornare indietro, credevo non arrivassi più; non venivo in questo posto da anni e non ricordo nemmeno la strada per continuare, ma se vuoi proseguire, andiamo pure.»
Arrivati a poca distanza dalla sola cascata del torrente degna di quel nome, e visto il percorso sempre più accidentato, si decise di sostare su alcuni massi sapientemente levigati dall’acqua. Seduti uno di fronte all’altra, il nostro discorso scivolò presto verso temi a me più congeniali. Si parlò delle discipline iniziatiche, scopo delle quali -spiegavo- non era pervenire all’estasi. Esse dovevano espressamente condurre a una conoscenza olistica, onnicomprensiva. Questa ultima andava impiegata per liberare ogni singolo essere dai legami che la materia gli dispone attorno. Quel nucleo, fino a quel momento con qualità ben precise e definite, raggiunto l’obiettivo, si scopre con gioiosa meraviglia in realtà illimitato e con possibilità infinite.
«Sai, basta guardare quegli alberi con estrema attenzione per poter contemplare il loro vero aspetto e gioire della loro vera essenza.»
Nel dirlo, le indicai il punto dove erano più folti, ma lei, lo notai di sfuggita, non seguì con lo sguardo la mano. Continuò a fissarmi mentre insistevo affinché lo sperimentasse.
«Credi non sia possibile con tanta semplicità sentirsi una cosa sola anche con ciò che sembra inanimato?»
La sua risposta avrebbe gratificato qualunque Maestro di vita.
«Lo sto facendo attraverso di te… sei… come posso dire… sì! È proprio così, stai facendo da tramite tra me e una realtà di cui da sempre ho intuito l’esistenza.»
Qualche settimana più tardi mi confidò che il rapporto con suo marito stava inesorabilmente dirigendosi verso la rottura. Disse che il giorno del nostro secondo incontro davanti all’incrocio, era occupata a prendere accordi per disporre di un miniappartamento nel caso la situazione precipitasse.
Aveva pensato a me nel frattempo e si era chiesta se mai le sarebbe capitato di incontrarmi nuovamente. Quel desiderio non era coerente con la decisione che aveva preso solo qualche ora prima di scorgermi su quel masso nell’acqua del torrente. In quei giorni non immaginò cosa in realtà fosse riuscito ad attrarla.
Non c’erano indizi per capire il significato simbolico di quel casuale incontro e, va riconosciuto, non era certamente semplice vedere una allegoria in quel suo cammino verso un posto frequentato da pochi.
Solamente un’anima antica, con sufficiente consapevolezza, poteva vedere in quel masso la materia e nel tipo presuntuoso col quale aveva parlato, lo Spirito che tutto pervade. Lei dimostrò di esserlo quando asserì di vedere l’acqua rappresentare il tempo che scorre senza ragione. Ci riuscì senza rivendicare alcun merito, era semplicemente giunto il suo momento di realizzare che non c’è ragione alcuna per cui tutto finisca.
Solo le anime alla fine del loro percorso evolutivo, potevano incontrare quell’essere indefinibile e farne un punto di riferimento.
Che situazione curiosa, lei aveva deciso di non volere mai più un uomo accanto a sé nel caso che il suo matrimonio fosse naufragato.
Era stato quello il suo punto di riferimento fino a quel momento ed era quello in cui aveva creduto e per cui si era ritrovata a piangere e a lottare con tutte le sue forze.
Di questo un Dio va orgoglioso e per questo un Dio, quando passeggia in incognito, si lascia scorgere da coloro che hanno saputo rimanere fedeli anche a un semplice sogno.

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