Il Regno di Dio, figlio della Donna Cosmica


Ora, vorrei tornare brevemente all’inizio del nostro incontro guardandolo con gli occhi di Daniela.
Il mattino successivo a quello strano incontro in val Rosandra, mi svegliai come al solito molto presto, appena uscita notai con stupore che la giornata era insolitamente luminosa, mi sentivo piena di energia come da anni non mi capitava. Anzi, a pensarci bene, nonostante i problemi da cui ero assillata in quel periodo, mi pareva di camminare sulle nuvole.
Questo potrebbe dare un’idea assolutamente sbagliata della mia capacità di risposta allo stress, ma è l’immagine che solitamente si usa per descrivere un particolare stato d’animo; se aggiungo che più passava il tempo, più quel benessere costante si trasformava in vera e propria beatitudine, qualcuno potrebbe pensare di trovarsi tra le mani lo scritto di una visionaria isterica.
Quel giorno fu uno spillone che mi passò le espadrillas, piantandosi nel tallone, a richiamarmi alla realtà; mentre lo toglievo, il nome dell’uomo incontrato per caso durante un assolato pomeriggio, si presentò con forza nella mia mente e questo mi stupì molto. “Cosa mai ha a che fare quel tipo eccentrico con la mia vita” ero stata costretta a chiedermi. Una parziale risposta giunse già durante la lettura del racconto ricevuto in dono, quando notai l’inquietante analogia con le due donne colpite in modo allegorico al tallone e alle quali era stato attribuito un ruolo importante.
Pensando alle probabili considerazioni dei più scettici, devo dire che mi spiace deluderli, ma non ho mai sofferto d’isteria e talvolta non credo neppure a ciò che vedo, benché l’intuito mi suggerisca l’esistenza di qualcosa che solo a pochi è dato vedere, mai ho sentito la necessità di verificarlo.
Trascorsero circa due mesi, durante i quali non mi soffermavo neppure a cercare di capire cosa stesse succedendo, ero stata sicuramente innamorata, forse lo ero ancora, ma questo modo di percepire e di vivere la realtà aveva caratteristiche completamente diverse. Era, se così si può dire, al di là dell’amore, non era soggetto a un inizio né alla fine, esisteva da sempre. Non ero certa di questo, si trattava di qualcosa ancora più profondo: una gioia improvvisa che quando ti coglie non ti dà nessuna certezza perché non c’è alcuna domanda… solo felicità.
Dunque, dopo circa sessanta giorni, non ricordo ora in quale occasione, un pensiero si fece lentamente strada nella mente. Cominciavo a sospettare che quella condizione paradisiaca celasse dell’altro, non solo, percepivo quasi un muto rimprovero dal profondo dell’anima per il mio serafico distacco dalle cose terrene e da ogni emozione umana.
Temevo talvolta, per brevissimi istanti, di essere divenuta cinica e insensibile a l’altrui sofferenza e una sera decisi di parlarne con lui. Gli confidai la mia inquietudine, la mia volontà di capire, ma soprattutto quello che più mi turbava: la condizione degli altri esseri che non potevano assaporare quel nettare che a me era stato dato a piene mani. Fui la prima a meravigliarmi delle parole che pronunciai con impeto: «Ho bisogno di condividere la sofferenza degli altri!».
Lui, di solito così loquace mi rispose con poche parole: «Hai la capacità di dire quello che solo un Dio può pensare, ma non devi meravigliarti di questo, anche sulla Bibbia sta scritto che siete Dei… e quando anche tu sarai consapevole di esserlo, vedrai pure che il tuo travaglio spirituale è simile a quello descritto da Erieder nel suo libro…»
Restò muto alcuni istanti, quasi gli costasse fatica parlare, poi riprese.
«A ogni modo presto, molto presto, avrai conferma della validità della tua scelta.»
S’era fatto tardi e così mi addormentai con la testa sulla sua spalla senza capire appieno cosa avesse inteso dirmi. Il mattino seguente, come al solito, andammo a prendere il caffè al bar Galleria, come sempre presi il giornale e lo sfogliai. Una curiosa notizia attirò la mia attenzione: -Su di un quadro raffigurante la Madonna sono inspiegabilmente apparse delle colombe-. Nell’articolo si tendeva a escludere che quell’opera, donata alla piccola chiesa all’interno dell’ospedale di Cattinara, fosse stata ridipinta da una mano ignota, e lasciava intendere che si trattasse di un evento miracoloso. Continuando, trovai esposto il significato mistico che, negli ambienti ecclesiastici, era attribuito alla raffigurazione delle colombe: esse simboleggiavano -la condivisione della sofferenza.-
A molti nei miei panni, sarebbero tornate alla mente le strane, premonitrici parole pronunciate da Giorgio la sera precedente.
Così, a distanza di poche ore dal desiderio che avevo espresso, quell’estasi sublime cominciò ad attenuarsi fino a scomparire del tutto dopo tre giorni. Ora, per mia scelta, non avevo più il sostegno di quella gioia indescrivibile, per cui ogni contrattempo e ogni cosa che poteva ferire una persona durante la giornata, adesso riusciva a penetrare all’interno della mia anima e farmi soffrire.
Ripresi dunque la vita di sempre, scandita da timori, dolori e tutto ciò che poteva renderla più interessante. In quei giorni Giorgio pareva teso a causa di un articolo apparso sul quotidiano locale. Era dovuto a l’appello rivolto da un lettore che, passeggiando per le vie del centro, aveva scorto il suo libro e la locandina con cui si informava che ci sarebbe stata la presentazione con un breve dibattito sul tema dell’opera.
Lo sconosciuto, si diceva indignato dal fatto che quel testo venisse liberamente esposto. Egli si appellava alle autorità competenti, civili e religiose, affinché impedissero la diffusione del libro. Fu a motivo di questo fanatismo, probabilmente pilotato, che Giorgio mi chiese di accompagnarlo all’indirizzo di quel tipo che si scagliava contro di lui con tanta foga.
Arrivati sotto casa, parcheggiò la vettura in modo indecente e io mi sentii in dovere di richiamarlo.
«Ei!… Mi raccomando, cerca di non perdere la calma.»
La portiera sbattuta con forza non lasciava presagire nulla di buono. Rimasi seduta a seguire con lo sguardo un gatto randagio, dietro di lui due costruzioni secolari e, tra i comignoli, uno straccio di cielo.
Si intravedeva appena, a causa del sole che pareva scegliere ciò che meritava di essere illuminato. A un tratto, quell’estasi che avevo sperimentato tanto a lungo si impadronì nuovamente di me. Mentre ciò avveniva alcuni pensieri prendevano forma nella mente. Si trattava in sostanza di un turbine di emozioni indescrivibili. Quella sensazione dolcissima pareva parlarmi, sembrava dirmi che quello dovevo intenderlo come un addio.
Era tornato un’ultima volta per farmi sapere che qualunque cosa potessi pensare, o sentire in proposito, quello che avevo vissuto non era stato un semplice sogno, sarebbe rimasto eternamente in me e in ogni cosa esistente, anche se non si sarebbe manifestato.
Dopo qualche istante quell’estasi svanì e l’idea di dover proseguire senza quel appoggio straordinario mi turbò profondamente. Intuivo però che non c’era altra via per conoscere la meta. Giorgio, o almeno quello che sembrava esserlo, riapparve sul retrovisore.
“Chissà, -mi sorpresi a pensare- forse realmente riusciva ad assumere le forme di cui tutti avevamo bisogno”.
«Non c’è, non abita più qui, ma non importa, sarà lui a trovarmi, possiamo andare.»
Non aggiunse altro, inserì la marcia e mi portò a pranzo da Cece.

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