Il Regno di Dio, figlio della Donna Cosmica


La sera eravamo alla presentazione del libro, le persone presenti nella sala si potevano contare sulle dita di una mano. Una di queste, durante il dibattito, intervenne duramente facendo osservare che la società aveva bisogno di ben altro che di libri che invitavano all’odio e alla violenza. Giorgio annuì e si avvicinò in silenzio al suo interlocutore.
«Su questo non c’è alcun dubbio, ma nel mio libro, che lei senza aver letto disdegna, parlo di ben altro e se avesse chiaro il significato del dolore che da bambino lo ha colpito, a causa della terribile malattia di sua madre, capirebbe la necessità di quel dolore e quella di questo libro».
L’uomo, lo scoprii subito dopo, era proprio l’autore della velenosa segnalazione sul giornale. Lo vidi sbiancare in volto, farfugliando qualcosa si guardò attorno, poi, barcollando tra le fila di sedie si allontanò dalla sala. Era terminato con un insolito fuoriprogramma quel breve dibattito seguito alla presentazione del suo libro; non restava che tornare nel angusto monolocale a San Giacomo.


L’estate era finita e si avvicinava la stagione di cogliere la mela allegorica. Daniela avrebbe scelto la via che pochi intraprendono o quella più invitante? In modo apparentemente inspiegabile, il rapporto che ci legava, dopo qualche tempo subì un repentino mutamento.
Lei imballò le sue poche cose e le sistemò a casa dei suoi, consegnò le chiavi dell’alloggio alla sua amica e si preparò a partire. Cercava ora la definitiva certezza e intuiva che solamente guardando dentro se stessa poteva ottenerla. Voleva scoprire quale fosse la sua via senza l’interferenza di nessuno; la libertà sarebbe stata totale se non giungeva da altri.
Quel pomeriggio era simile a un personaggio fantastico, un folletto con uno zainetto scuro, con un visino triste ma che allo stesso tempo esprimeva una forza e una determinazione incredibili.
«Alle sei devo prendere il treno per andare nel trentino a raccogliere le mele, c’è tutta la stagione da fare e poi vedrò.»
«Posso accompagnarti alla stazione?»
«Preferisco di no, salutiamoci ora.»
«Tornerai?»
«Non lo so, non posso dirti niente, tu non mi aspettare.»
«Fammi solo una promessa… non buttarti via, e se avrai bisogno di aiuto, chiamami… d’accordo?»
«Va bene, lo prometto, ma ora lasciami andare altrimenti quel treno lo perdo davvero.»
«Vai… anche se come uomo temo che ti accada qualcosa, so che non posso trattenerti, questo è un treno che non conviene perdere… ciao!… Arrivederci.»
«Ciao! Comunque vada non ti dimenticherò mai, lo giuro.»
Si allontanò velocemente verso la stazione e per un lungo periodo di lei non seppi più nulla. Ero rimasto in apprensione per tutto quel tempo e puntualmente, ogni volta si presentava l’occasione, ne discutevo con Claudio. Era uno di quei tipi che raramente si ha la fortuna di conoscere. Sarebbe riuscito a spegnere un incendio anche gettandovi sopra della benzina. Una sera di fine ottobre, lo trovai al bar da Romano e fu proprio lui a farmi intuire che era tornata. Senza alcun giro di parole gli avevo espresso quello che mi turbava.
«È strano che Daniela non si faccia più sentire, conoscendo il mio carattere, dovrebbe immaginare che temo possa incorrere in qualche brutta avventura, e questo, sarebbe spiacevole per entrambi. Nel suo caso poi, si tratterebbe di precipitare da una altezza notevole.»
L’uomo vestito elegantemente non si scompose e non tentò nemmeno di nascondere un sorriso ironico.
«Secondo me è strano che tu dedichi la tua energia solo in quella direzione.»
«Non ti capisco.»
«Pensaci un attimo… nel mondo ci sono circa sei miliardi di individui a cui portare la rivelazione e tu, cosa fai? Non pensi che a lei… perché?».
La sua considerazione, che contrariamente a quanto ci si poteva aspettare, non dava spazio ad alcuna ironia, mi turbò notevolmente. Non riuscivo a trovare una giustificazione per lui e non sapevo scegliere tra tutte quelle che riservavo per me. «A ogni modo -continuò- se vuoi sapere la mia opinione, lei è andata tra quelle montagne per meditare e purificarsi, il tutto durerà quaranta giorni… come fu per Cristo quando si ritirò nel deserto. Lei ora è qui, però non ha ultimato il suo percorso, ci vorrà ancora del tempo, ma se non vuoi che tutto sia inutile dalle un tetto, magari provvisorio. Dalle parti di Basovizza sarebbe l’ideale, è una zona con una energia straordinaria.»
Comprensibilmente, se la prima reazione era stata di turbamento, le ultime parole, pronunciate con tanta sicurezza, ora mi sorprendevano piacevolmente. Ciò che la mia mente non aveva nemmeno supposto, mi veniva mostrato, in ogni suo aspetto, da Claudio. Attesi con trepidazione lo scadere dei quaranta giorni e iniziai la ricerca; quando la rintracciai a casa di una sua amica, inspiegabilmente tenne un atteggiamento distaccato, sospettoso. Pareva infastidita dalla mia presenza e si mostrò incredula quando le assicurai che nessuno mi aveva avvertito del suo ritorno. «È stato il caso, passando per Longera, ho visto lo scooter della tua amica sotto casa di tua madre e allora ho pensato che fossi tornata, se devo esser sincero vedo anche che sembri un’altra persona e pertanto credo opportuno che tu restituisca la copia del libro che hai portato con te. Avevi promesso di aggiungere le pagine che mancavano e non lo hai fatto, non ci sei riuscita?» A quella domanda, velata di rimprovero, rimase indifferente e annuì senza dare alcuna spiegazione. Mi fissò un appuntamento sotto casa dei suoi, e dopo aver lanciato un rapido cenno di saluto si allontanò veloce. Il pomeriggio seguente, a l’ora convenuta, attendevo la consegna del libro seduto in macchina stretto da mille pensieri, quando la sua voce mi fece sussultare: «Posso salire?» «Certo!»
Si accomodò sul sedile rannicchiandosi come era solita fare.
«A proposito, ieri mi sono scordato di dirti che vorrei pure la copia che ti ho regalato quando ci siamo conosciuti.»
«Senti, vorrei che mi spiegassi perché vuoi indietro il libro che mi hai dato all’inizio, non mi sembra corretto.»
«Hai perfettamente ragione, non posso importelo e te lo chiedo come un favore, fino a quando lo conserverai penserò che a te sia possibile lasciare un segno su quelle pagine bianche… se lo riconsegni potrò togliermi finalmente questa idea dalla testa e non pensarci più.»
Lei, lo stringeva al petto quasi fosse un bambino indifeso e questo mi intenerì. «Anch’io ci tengo molto e se tu me lo levassi ne sarei addolorata.»
«E va bene, conservalo per ricordo -mormorai rassegnato- credo non avremo più modo di vederci.»
«Guarda che non mi hai capito, sei l’amico più caro che ho e sei anche la persona dalla quale ho avuto più sostegno, non c’è ragione per cui non ci si debba frequentare.»
Ora sembrava che a quel libro le sue mani si stessero aggrappando, la guardai indeciso rimanendo qualche istante in silenzio.
«Sì, forse è il caso di non interrompere il nostro rapporto, forse è giusto che questo filo non si spezzi.»
E così, sul filo dell’etere, di tanto in tanto, la nostra conversazione riprese brevemente. Passarono alcune settimane e portarono con sé solo qualche sporadica telefonata. Quella sera però, doveva rivelarsi particolare. La trovai per caso da Cece, stava seduta a un tavolo in disparte e sembrava assorta nei suoi pensieri. Mi avvicinai temendo che rifiutasse la proposta di cenare assieme.
«Ciao! Mangiare in solitudine mi deprime, ti va di cenare con me?»
«Ciao! Mi aspettano a casa, ma non ho voglia di andarci, accetto volentieri.»
Discorremmo a lungo tra un piatto e l’altro e quando nella trattoria si spensero le prime luci, la sua intenzione di rincasare il più tardi possibile non era mutata. Si pensò così di fare un giro sull’altipiano alle spalle della città. L’ora era tarda e molti locali erano ormai chiusi.
«Sai, vorrei restare con te questa notte, ho bisogno di parlare, di capire, non riesco a vedere chiaramente, c’è un’ombra che cala su ciò che vedo, mentre quello che immagino è luminoso, anche se appare tanto lontano da essere irraggiungibile.»
«Non è possibile fa un freddo boia e io non posso ospitarti, ma se vuoi parlare puoi farlo, conosco il luogo adatto per discutere di certi argomenti.»
Imboccai la strada stretta e tortuosa che porta a Monrupino e dopo una ventina di minuti eravamo parcheggiati all’interno delle mura dell’antico santuario. Avevamo fatto tutto il tragitto quasi in silenzio, pareva nutrire del rancore, e qualcosa la tormentava, ne ero certo, ma cosa? Lei, continuando a fissare le forme scure dei monti oltre la vallata, sembrò intuire quella domanda inespressa, perché iniziò a parlare: «Sono confusa, credevo tu potessi capire che la mia non era una fuga verso il mondo, ma ricercavo cosa io potevo fare per il mondo.»
«Come puoi pensare questo? Dimentichi che ne abbiamo parlato? Hai scordato che ti dissi di cercare la via dentro di te e che la risposta non si trova mai lontano da noi? Saresti stupita di scoprire che la tua strada, quella che sei destinata a percorrere, sta scritta nel libro di Omraam Mikhael Aivanhov. Quel libricino verde che hai tenuto in casa per anni e di cui dicevi di aver letto solo il primo capitolo, se ci pensi un attimo -senza badare se stesse ascoltando, continuai con più enfasi- il giorno che sei partita non ho detto “temo di perderti” ma ti ho fatto intendere chiaramente quale fosse la mia paura… temevo che tu ti perdessi.»
Forse quella notte a Monrupino Daniela non capì pienamente la ragione delle mie paure, quei timori espressi prima della sua partenza per la Val di Non; ma ora il tempo non aveva più confini per lei… era finalmente libera di percorrere la via per sempre.
Il motivo della mia preoccupazione la comprese molto tempo dopo; mentre espiavo la condanna per le violenze fisiche e psicologiche che, secondo il tribunale, avevo inflitto alla mia famiglia per anni.
Durante il riordino della casa ritrovò casualmente il diario, ormai dimenticato, sul quale alle volte scriveva ciò che il suo animo le dettava.
Due mesi prima di andarsene da Trieste, per raggiungere il trentino, la percezione di essere tenuta a una scelta era affiorata e aveva determinato in lei il bisogno di scrivere delle parole il cui senso nascosto le sarebbe apparso chiaro solo a distanza di anni.

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