Investitura


Raggiunte le prime alture alle spalle della città, mi allontanai dagli uomini anche con la mente. Arrivai così all’inizio di una grande galleria completamente buia. Si trattava del traforo ferroviario che passa quasi sotto Villa Revoltella, posta in uno splendido parco abbellito da molte statue. Volsi lo sguardo attorno per vedere un’ultima volta il mondo che stavo lasciando e che non riuscivo a rendere simile all’Eden che avevo potuto contemplare, ero disperato perché non trovavo la forza per farlo ed ero certo che, se fossi rimasto, sarei stato distrutto inutilmente.
Gli ultimi raggi del sole sembravano porgere un saluto, mi girai sul lato destro per contemplare il disco sanguigno seminascosto dalle nubi nere che rincorrevano l’orizzonte e mormorai: -Va’ a riposare, te ne sono grato, almeno tu sei riuscito a illuminarli un po’.-
Poi l’attenzione fu catturata dai riverberi rossastri che sembravano scaturire dalle pietre bianche di quella costruzione posta alla mia destra e raggiungibile per mezzo di una ripida e stretta scalinata. Attorno a tutto ciò i colori spenti di un bosco abbandonato da tempo. Scacciai dalla mente quelle che avrebbero potuto essere le ultime immagini del mondo che, nonostante tutto, avevo amato e ripresi ad avanzare.
Era stupefacente quella sensazione così intensa di sicurezza, avevo la certezza inspiegabile che nell’antro si sarebbe conclusa definitivamente la mia ricerca; lì avrei trovato le risposte alle mie infinite domande e, senza chiedermene il motivo, vi entrai risolutamente.
Per quanto l’avessi amato, quel mondo mi aveva scacciato, umiliato, ferito, e le mie ferite non accennavano a chiudersi, continuavano a farmi soffrire. Rimanevo un essere disorientato, non riuscivo nonostante tutto a capire perché tante sofferenze e tante inquietudini si abbattessero così spesso sul mio animo.
Avrei dovuto prestare maggiore attenzione le rare volte che presi in mano una Bibbia; era facile capire che il Cristo fu “fatto perfetto” grazie alle sofferenze. Nella chiesa del collegio avevo chiesto, ancora bambino, di venir temprato ma non ne vedevo i frutti, tutto rimaneva immutabile. Il mio dolore era inutile, deriso e nient’altro. Vacillavo, cadevo, strisciavo, ma l’istinto era quello di rialzarmi per continuare a lottare e vi avevo obbedito. Non realizzavo che la sofferenza fosse inevitabile e necessaria a un’anima che ascende; non attribuivo la dovuta importanza alla profetica considerazione biblica che, sinteticamente, indica come ogni anima si tempri: ”Ma prima bisogna che soffra molte cose”. Così, non agendo in modo impeccabile, il risultato fu quello di usare la mia energia per uno scopo personale: contrastare le situazioni che potevano in qualche modo ferirmi. Questo rientra nell’ambito di un uso egoistico delle proprie capacità; una percentuale infinitesimale di egoismo d’accordo ma, nonostante tutto, sempre di quel genere di spinta si trattava. Coltivando l’azione impeccabile si diventa coscienti che il rifiuto legittimo del dolore è quello riguardante la sofferenza degli altri.
Abbiamo visto alcuni passi profetici tramandatici dal Walsit; si tratta di rivelazioni ricevute da un discepolo che partecipava alle cerimonie notturne tenute in onore dell’Anticristo. Le riunioni avvenivano in particolari occasioni, durante le quali furono ottenuti altri messaggi che vennero attribuiti sempre alla stessa setta e che risalgono al medesimo periodo. Da queste ultime potremo individuare agevolmente le tante analogie che permettono di svelare la trama occulta di una storia meravigliosamente vera:

«In giovane età l’Anticristo si troverà sperduto, scosso dal suo “travaglio spirituale”, vagherà incerto, giungendo alfine dinanzi a un grande antro buio. Il sole tramonterà alla sua “destra” e alla sua destra avrà dei “ruderi di pietra bianca”, una “scala” sempre al suo lato destro. Ci saranno in un giardino le “statue” di tante deità e una “selva incolta” tutt’attorno. Scenderà all’interno “78 gradini” (Dal latino: grados = passo) e si addormenterà in un canto e sognerà il Padre suo, e il Padre suo lo illuminerà. Quando la notte uscirà, saprà trovare la via, per lui e da lui ci sarà la Luce.» (Setta del Great Sunset)

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È possibile si sia trattato di una semplice coincidenza se, dall’inizio della galleria, alla prima nicchia dove sostai, ci siano state esattamente 78 traversine? O piuttosto si potrebbe pensare a un evento sincronico voluto da qualcuno o qualcosa che ci appare a certe condizioni? Rappresenta un indizio inquietante l’aver posato il piede su di esse per 78 volte al fine di raggiungere quella nicchia? È il caso a volere che la distanza di 666 millimetri tra le traversine sia stata stabilita dal regolamento ferroviario? Quanto abbiamo visto fino adesso, credo sia sufficiente per accendere la curiosità di ogni lettore attento e preparato. Affinché ciò che ho pazientemente acceso non si spenga, continueremo a parlare della leggenda dell’Investitura, comune alla maggior parte delle confraternite dell’Anticristo e, della quale, ci sono state tramandate anche altre versioni:

«Il Figlio gettò la sacca e preparò un giaciglio… mangiò e poi cadde in un sonno profondo. Una gigantesca mano uscì dalla terra e lo trasse a sé e il Figliuolo si ritrovò in una grande caverna. Accostati comandò il Maligno e disse: Io Sommo Imperatore ti ho generato… io ti comando di condurre sulla terra la battaglia contro la luce… (lo splendore dell’oro, che abbagliando impedisce di vedere la Via) alla porta troverai la mia Legge. Va’ e diffondila con il nome dell’Anticristo… l’unica tua arma sarà la Sapienza Somma. L’unica tua collaboratrice sarà la colomba bianca e gialla.»
«All’entrata l’Anticristo era incerto, oscillava nel buio, non riusciva a trovare una risposta a tanti e tanti interrogativi. Solo all’uscita dal “Grande Antro”(ricordato pure da altre profezie) il personaggio avrà la piena coscienza del terribile compito affidatogli.»

Credo necessaria una breve spiegazione per comprendere meglio il motivo per cui tanti esoteristi attribuiscano un grande valore iniziatico all’esperienza vissuta dall’Anticristo nella “Gran Galleria”. Mentre procedevo alla stesura di questa parte dell’opera, si sono verificati degli impedimenti che ne hanno causato una momentanea interruzione. In previsione della ripresa ho sentito la necessità di inserire dei dati, attinti da opere di altri autori, perché fossero comparati e aggiunti, come ulteriori indizi, a quelli più significativi di questo capitolo.
Durante quella pausa, un mattino andai in Città Vecchia; girovagavo senza troppa convinzione tra la merce esposta sui banchi e, piuttosto che il classico ago nel pagliaio, avevo l’impressione di vagare alla ricerca di un cerino al termine di un furioso incendio. Solo il caso, mi sorpresi a pensare, poteva venire in mio soccorso. Alla fine tentai una sortita nel negozio di libri usati che fa angolo accanto alla chiesa. Entrando chiesi al titolare delle pubblicazioni esoteriche, lui indicò lo scaffale di fianco all’entrata e sembrò volersi scusare di non poter offrire una scelta più vasta di titoli. Improvvisamente intuii che non sarebbe stato necessario, di sicuro avevo già trovato ciò che cercavo.
Lo sguardo era fisso sul primo volume, sulla copertina, la foto di una piramide in una notte stellata e, nel cielo, una mano decisa vi aveva scritto un numero con la biro: 666. Presi il libro continuando a scrutare quelli riposti, non destavano il minimo interesse; certo di non sbagliare andai alla cassa per l’acquisto. La richiesta fatta entrando nel negozio era inconsueta e pensai di dover dare delle spiegazioni.
«Sa… questi volumi mi servono soprattutto per documentarmi, sto scrivendo qualcosa di unico nel suo genere e, benché non ne abbia l’aspetto, mi piace farmi passare per uno scrittore. L’argomento che tratto è, a mio avviso, di estrema attualità, siamo alle soglie del Duemila e, visti i tempi che corrono, c’è saggiamente da dubitare si possa continuare all’infinito su questa via così distorta.»
«Pensi che ho conosciuto delle persone che hanno scritto delle cose, dal mio punto di vista veramente encomiabili e non ne avevano l’aspetto. –Rispose il proprietario, scrutando con un rapido cenno del capo la penombra che avvolgeva le pile di libri in fondo al locale.– Purtroppo, a causa di vari problemi sorti in seguito, non hanno potuto concludere il loro lavoro.»
«Credo fermamente –lo interruppi sbrigativo– che anch’io non porterò a termine il mio, ma per un altro motivo: voglio lasciare delle pagine bianche per colei che sarà degna di vergare il suo pensiero accanto al mio. Spetterà ai miei primi lettori capire e perseguire lo scopo che si cela nella mia opera, uno di essi sarà quella che è stata scelta.»
A queste parole si mostrò alquanto stupito dall’idea e dalla strana spiegazione che ne era seguita, ma non commentò affatto e riprese a leggere il grosso volume, forse un catalogo, posto sulla scrivania.
Sto lavorando da molte ore, chino dinanzi al monitor a digitare sui tasti alcuni ritocchi, sul tavolo la prima bozza con tante pagine bianche appena ritirata dal rilegatore. La mente vaga incessantemente, ora si trova davanti a quella strana previsione: era stata carpita sfogliando velocemente un libro che, molto tempo prima, mi era stato proposto ma avevo rifiutato. Per chi è giunto a questo punto della storia e vede i propri dubbi dissolversi, qualcosa di magico può manifestarsi: un passo scritto in epoca lontana, all’interno di un libro che mi sembrò arido, di sicuro ermetico, ma potrebbe rivelarsi inquietante per la sua precisione:

«Prima della fine di questo modo di esistere verrà scritto un libro con delle pagine bianche. »

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