La compagna dell’Anticristo


Eravamo tornati da oltre un mese, quella sera stavo annoiandomi a letto mentre Carmela sbrigava le sue faccende in cucina. A un tratto, come usavo spesso, urlai con tono perentorio: «Senti, Carmé, ti ricordi che fine ha fatto quel libro sui nazisti dalla copertina nera con lo swastika al centro,… quello che ho fregato a Pavia?»
«Quale? Che libro dalla copertina nera?»
«Quello che ho preso a casa di tua madre… anzi, nella cassetta della posta giù in portone. –Come al solito il suo silenzio prolungato mi fece incazzare.– Accidenti! Come fai a non ricordare? Eppure ti ho fatto capire che ci tenevo molto, di non rovinarlo e soprattutto di non perderlo. È mai possibile che quando io mi scordo qualcosa lo fai immancabilmente anche tu?»
«Io non muovo foglia che tu non voglia per cui ti avverto: è tardi e non ho intenzione di perdere un’ora come al solito per trovare ciò che ti serve, ho altro da fare adesso.»
«È incredibile ma è una costante –brontolai seccato– se non trovo subito quello che cerco, devo rovesciare tutta la casa per ore.»
«Non prendertela con me, sai, adesso. Io non lo ho nemmeno visto, so solo che ne hai parlato con Gianni.»
Rassegnato a dover rovistare dappertutto per trovarlo alla fine dietro l’ultimo oggetto spostato, infilai lentamente le pantofole. Per farlo dovetti chinarmi e, nel rialzare la testa, lo sguardo si posò sulla valigia sopra l’armadio. “Vuoi vedere che per una volta ci pensa la fortuna ad aiutarmi” -brontolai fiducioso-.
Come speravo il libro c’era e un attimo dopo, tutto soddisfatto, tornai a letto. Cominciai lentamente a sfogliarlo, qua e là c’erano alcune foto atroci, erano ripresi degli esseri che di umano oramai avevano ben poco; si vedevano dei reticolati e delle baracche coperte di neve.
Poi, non lo so, forse a Carmela cadde una pentola o cos’altro, ma nell’istante stesso in cui posai gli occhi su “quelle” fotografie, riudii quel suono di gong indimenticabile. Una vibrazione sonora capace di far tremare l’anima dell’uomo più temerario, perché in quelle foto… c’era ciò che avevo visto nel sogno.
Mi irrigidii come un automa e distolsi lo sguardo da quella pagina, era incredibile: avevo rivisto gli stessi volti scheletrici e le stesse mani, disperatamente protese, all’interno di quei soppalchi di legno.
Lasciai cadere il libro, non avevo più nemmeno la forza di reggerlo. Percepire per un solo attimo gli odori e i suoni dell’incubo vissuto tempo prima aveva centuplicato l’orrore di quelle immagini. Passarono dei minuti angosciosi e Carmela, che nel frattempo aveva finalmente finito di rassettare, s’era infilata accanto sotto le lenzuola.
«Dai, spegni la luce, lo sai che non mi addormento sennò. Non leggevi neppure quando sono entrata, ti ho visto sai, solo adesso lo hai ripreso in mano, lo fai per farmi un dispetto? Cosa ti ho fatto?»
«Ma dai, sciocchina, che stai dicendo, stavo semplicemente pensando a queste terribili immagini.»
Allungai il braccio e lei sbirciò distrattamente la pagina indicata, paga della mia spiegazione, sussurrò la buonanotte come una bambina fiera e soddisfatta di aver fatto tutto per benino e si abbandonò al sonno.
Buona parte di quella notte la passai sveglio, dovevo leggere ogni parola, poteva esserci qualcosa di importante e non solo per me. Oltre alle foto, che rispecchiavano fin nei minimi particolari ciò che avevo sognato, trovai la descrizione di alcuni drammatici episodi a cui quelle immagini facevano riferimento; era la stessa che avrei potuto fare al risveglio dall’incubo. Quei tasselli forse si sarebbero rivelati utili un giorno; altrimenti per quale ragione avevo sentito la voglia irresistibile di sottrarre quel libro, a che scopo vivere un incubo tanto spaventoso e ritrovarlo successivamente in quelle pagine? Perché ritrovarmi all’interno di una camera a gas e credere che dopo la doccia avremmo potuto allontanarci da quel posto a bordo di un camion?
«–Alcune aspettavano come una liberazione il famoso camion, inerti apatiche, altre si ribellavano, correvano al portone, picchiando con i pugni e gridando… Un camion s’avvicina a marcia indietro verso il portone che si apre di fronte a esso…–» (Da “Manichini nudi”, Selezione del Readers’ Digest)
Nel passo che seguiva trovai molti particolari che coincidevano con l’esperienza vissuta nell’incubo e che possono spiegare il terrore provato durante lo strano “sogno” e la paura folle che quel camion potesse schiacciarmi:
«–La sala è ora fortemente illuminata. Un quadro orribile si offre, allora, agli occhi degli spettatori: i cadaveri non sono distesi un po’ dappertutto nella sala, ma accatastati in un mucchio alto quanto la stanza.

La spiegazione sta nel fatto che il gas inonda dapprima gli strati inferiori dell’aria e sale solo lentamente verso il soffitto. È questo che costringe gli sventurati a calpestarsi e ad arrampicarsi gli uni sugli altri… Noto che in fondo al mucchio di cadaveri si trovano i neonati, i bambini, le donne e i vecchi; in cima, i più forti. Gli descrivo la sofferenza che questa bambina ha dovuto subire e le orribili scene che precedono la morte nella camera a gas. Quando tutto è piombato nel buio più assoluto ha aspirato qualche boccata di gas cyclon. Solo qualche boccata, il suo fragile corpo è crollato sotto le spinte della massa, che si dibatteva contro la morte, e, per caso, ella è caduta con il viso contro il cemento bagnato del pavimento. Quel poco di umidità ha impedito l’asfissia. Perché il gas cyclon non agisce in mezzo all’umidità.–» (Ibidem)
Quella bambina, l’unica testimone sopravvissuta in quei giorni spaventosi, non si portò in alto tra i più forti, ma rimase a terra correndo il pericolo di venir schiacciata da quel dannato camion che retrocedeva lentamente.

Lo strano fenomeno che mi portò a vivere il terrore e la disperazione provati dai deportati ebrei, può avere ai vostri occhi molte spiegazioni: cognizione paranormale, truffa, coincidenza e infine metempsicosi.
L’ultima possibilità è quella che mi permetto ironicamente di suggerire: non ha nessuna controindicazione medica, non può fare alcun male né condurvi a conclusioni volutamente sbagliate.
Ho lasciato intendere chiaramente che reputo possibile attribuire allo spirito la capacità di essere stato una bambina; una creatura innocente e indifesa nell’inferno ideato dall’uomo.
Il motivo che mi ha spinto a farlo si trova in un’antichissima tradizione, difficile da datare, ma nota ai saggi del culto ebraico, dove si racconta di un Re nato dal sangue di Sionne destinato al trono mondiale. Pensando alla metempsicosi e ai passi profetici che esprimono il convincimento della discendenza e della regalità del personaggio, destinato a lasciare una profonda traccia nella storia, l’episodio può venir inquadrato alla luce di quei elementi esoterici e trova una spiegazione adeguata.

«Egli sarà della tribù di Dan, e sarà riconosciuto da Israele come il Re che tanto fedelmente attese»

In un modo o nell’altro dunque, tutti i re provengono da una figura femminile. Non è un vanto né una vergogna procedere dallo Spirito immortale di quella bimba, perché si tratta solo di una delle espressioni o, se suona meglio, di un fenomeno dovuto a quella perenne energia capace di lasciarsi percepire in una infinità di forme… anche in quella enigmatica dell’Antilegge.
Auspico che il grido di guerra di questo futuro re, che a un trono preferirebbe una corona di spine, sia udito dalla Umanità; il Disegno Intelligente di Dio diverrà più evidente e tutti potranno colorarlo. Apparirà più chiaro il nesso tra quella antica tradizione, il libro sottratto, il sogno terrificante apparso all’autore e la bambina che visse quella tremenda esperienza, se si accetta l’interpretazione data alle parole che la tradizione riporta: Il Re nato dal sangue di Sionne non è altri che l’Uomo nuovo nato dal sangue dell’Olocausto.
Desidero commentare brevemente quei tanti se, forse, chissà, in una parola, i miei dubbi. Da essi si potrebbe dedurre che io non possa vantare alcuna certezza. Non è così, sono libero di dirigere il fenomeno evolutivo in ogni direzione e, nella Realtà che sto proponendo all’attenzione della vostra consapevolezza, possono coesistere due scelte antitetiche senza che una escluda l’altra. Quella Realtà, dovrete darmene atto, È!
Questa sintetica definizione, in verità infinitamente complessa, viene usata per descrivere ciò che non si può umanamente de–finire né in alcun modo indicare al fine di suscitarne l’esperienza; è come se parlassimo del gusto del sale a chi non lo ha mai mangiato… è inutile parlarne per ore.

Pagine: 1 2 3 4