La Vergine Nera


Quella sera stavamo girando senza una meta precisa, a un tratto assecondai l’impulso di inserire una cassetta nella radio. Le note dei Litfiba la fecero trasalire; stupita, chiese guardandomi appena: «Come ti è venuto in mente di farmeli ascoltare?» «Sapevo che ti sarebbe piaciuto»
Talvolta era proprio come una bambina, una bimba a cui si porge il regalo a lungo sospirato.
Abbassò il volume per potermi parlare: «Senti, io ho capito, io credo di sapere chi sei tu, come puoi affermare certe cose non avendomi mai visto e senza conoscere chi frequento; come puoi dire con tanta sicurezza che la mia vita è cambiata radicalmente quando avevo quattordici anni…»
«Ascolta… – la interruppi per evitarle di perdersi in un mondo che ancora non le apparteneva completamente – credi di aver già capito, ma ti sbagli, a ogni modo fingiamo sia così, che tu abbia ragione, cosa vorresti? Denaro? Essere famosa?»
Non esitò un attimo: «Vorrei essere col mio Franz e vorrei avere tanti bambini… ma non sarà possibile, lo so, è una cosa che sento dentro fin da bambina.»
Il suo volto si era oscurato, tacque a lungo, poi continuò: «Oggi ho parlato con il mio medico, sono incinta.»
«Ne sono felice.» «Mi ha consigliato di abortire, –riprese– non riuscirò a tenerlo ed è meglio se lo faccio subito.»
«Non devi farlo, può avere ragione lui, ma il tuo dovere è quello di tentare di farlo nascere, non di ucciderlo, negandogli ogni possibilità di vedere la luce. Devi cercare la soluzione che possa rivelarsi la migliore per tutti gli esseri, in qualunque circostanza, ricordalo!»
Usare quel tono che non ammetteva repliche la fece sentire più sola, sperduta, oppressa da una schiacciante responsabilità. Lo spirito ne ebbe pena e volle sostenerla facendomi continuare: «Le strade paiono tante lo so, ma in realtà, Laura credimi, percorriamo tutti quella più adatta per noi, quindi non angustiarti, vedrai che agirai nel modo più giusto.»
Rimanemmo nuovamente in silenzio.
Cercai inutilmente di carpire i suoi pensieri e poi ripresi in tono pacato: «Ascoltami per favore e, se ti è possibile, rispondimi sinceramente. Tu affermi di non credere in Dio, ma solo nel Demonio, perché? Spiegamelo.»
«È così, lo sento dentro di me, se ci fosse un Dio, non permetterebbe quello che vedi, tutta questa sofferenza.»
«Laura… – accostai lentamente e attesi che mi guardasse negli occhi, e continuai – non è come sembra, non si tratta di chi è responsabile, ma di chi è consapevole; al di fuori di Dio non trovi nulla, l’Uno non esclude l’Altro. Dio, oltre a ciò che vedi, tocchi e speri, è anche il tre sei mia cara e può essere persino l’incubo terrificante di un bambino.»
Con lei non avevo bisogno di ripetermi, ciò che dicevo, le entrava profondamente nell’animo al punto di risvegliare il suo Spirito. Quel lampo che appariva così spesso nel suo sguardo lo confermava.
Ora desideravo parlarle di me, dei miei sogni, ma mi limitai a riferirle una sciocchezza, un pensiero di quand’ero bambino: «Lo sai che da piccolo ero innamorato del nome Laura? Ero intimamente convinto che ne avrei conosciuto una, anzi, se non fosse successo quanto mi aspettavo, sarei andato a cercarla una che si chiamasse come te, solo immaginavo una situazione completamente diversa.
Mio fratello era stato per qualche tempo fidanzato con una certa Laura, e io, pensa che strano… ricordo fin nei minimi particolari le poche volte che la vidi, addirittura la tovaglia bianca a quadri rossi, perché ritenevo straordinario, un vero privilegio, essere fidanzati con una che portasse quel nome.»
L’affetto per la ragazza che ora avevo davanti, era indirizzato dagli anni che ci separavano, verso un sentimento esclusivamente paterno; come esseri umani non poteva esserci altro ma la materia non è fine a se stessa poiché, trascorsi ventitré giorni, i nostri animi eterni si tesero la mano e contemplarono di essere stati uniti da sempre.
Accadde il giorno che, valutata la situazione venutasi a creare tra noi, decisi di saggiarne gli eventuali sviluppi proponendole di accompagnarmi nel luogo dove, molti anni prima, avevo vissuto un’esperienza rimastami impressa in modo particolare e che lei ignorava completamente. Desideravo condividerne l’emozione e permetterle l’accesso all’altra dimensione.
«Senti Laura, oggi vorrei finalmente portarti in quel posto dalla splendida vista che non abbiamo fatto in tempo a raggiungere ieri; non chiedermi il perché di tanta insistenza, ma ci tengo che tu lo veda: non voglio né posso dirti di più, ma lì sono certo che capirai. È fuori città, ma con la moto ci saremo in un attimo. Mettiti un maglione e un giubbotto, c’è molto vento e lassù fa certamente più freddo».
Ricordo che dovetti insistere a lungo per convincerla a indossare qualcosa sopra quella leggera maglietta.
Dovevo condurla lassù, era un’esigenza dell’anima, ne ero sicuro, poiché suggeriva alla mia mente che quel luogo sarebbe stato di certo riconosciuto anche da lei.
Non posso sbagliare, pensavo, voglio che lei lo veda, se ricorda di esserci già stata, come capitò a me quando vi arrivai la prima volta assieme a Carmela e suo padre, di quali altri indizi posso ancora aver bisogno.
Fu il lungo tempo trascorso dall’unica volta che c’ero stato o forse fu il caso a farmi sbagliare direzione all’incrocio.
Imboccai una strada sconnessa e, percorrendola innervosito da quel contrattempo, notai le pietre tagliate viste nel sogno. Dopo qualche centinaio di metri in tortuosa salita, arrivammo sulla cima del colle su cui si ergeva la chiesetta circondata da alte mura di bianca pietra carsica.
Appena scesi dalla moto, varcammo il portone con l’ampia volta di pietra, lei camminava lentamente girando attorno lo sguardo meravigliato. Diceva di conoscere inspiegabilmente tutto di quel posto, ma contemporaneamente sosteneva di non esserci mai stata in precedenza.
Era lei, ora ne ero certo. Il desiderio di incontrare una figura femminile che si sovrapponesse alla descrizione della Compagna dell’Anticristo tramandata da alcuni veggenti era stato esaudito. Troppi particolari corrispondevano e la possibilità che la sua anima si sarebbe caricata di ogni nefandezza diveniva concreta.
Adesso dovevo valutare con attenzione tutti gli elementi a mia disposizione, solo così sarei riuscito a inserire due tessere spiritualmente identiche al loro giusto posto nel mosaico.
Il giorno che si era reso necessario, era provvidenzialmente apparsa una seconda compagna, e ora intuivo che il suo compito era quello di riscattare con la vita il tradimento di chi aveva condiviso la mia fino a quel momento; anche per Laura il nemico sarebbe stato un serpente e, ambedue, dovevano esser colpite al tallone dal suo veleno. Per lei avremmo parlato di avvelenamento causato da una mistura micidiale di alcool e psicofarmaci; mentre per la mia sposa, la morte dell’anima era dovuta a una esplosiva miscela di odio e d’orgoglio, innescata da chi le aveva suggerito di non seguirmi lungo la via che avevo intrapreso.
Il caso assegnava al primo il soprannome di Cobra, il secondo, non avrebbe esitato a lanciarmi la sua velata sfida dichiarando di credersi l’Anticristo. Il caso lasciò a questo ultimo il compito terribile di contribuire, in modo determinante, alla distruzione del legame affettivo che univa la mia famiglia. Un compito per il quale guadagnò l’inferno della follia, vissuta in una cella d’isolamento del carcere di Trieste.
Laura si avvicinò lentamente al muraglione e con un balzo si mise a sedere. Le andai vicino chiedendole di guardare le piccole valli attorno e i monti in lontananza: «Guarda, ti piace vero?…»
«Si! È bellissimo.»
«È sempre stato così, e non solo questo posto, questo cielo, l’universo intero, pure noi siamo sempre gli stessi, tu e io. Ci siamo stati tanto tempo fa su questo colle, ci siamo ora e ci torneremo, verremo tra queste valli, vicino a questa chiesa, in eterno e nulla potrà impedirlo. Saremo vicini come ora, il tuo Spirito e il mio sono liberi di essere uniti per sempre e, grazie a te, altre anime potranno raggiungere quella dimensione dove la libertà diventa totale.»
Sembrava ascoltare una favola meravigliosa, sul volto le si leggeva la pace, la gioia di essere lì. Poi il suo sguardo mostrò di nuovo meraviglia, tornò a stupirsi di riconoscere ciò che sapeva di non aver mai visto. La osservavo con attenzione, era assolutamente sincera mostrando stupore e ripetendo che in quel posto non c’era mai stata, e ora, era come una bimba in un castello fiabesco. D’un tratto scese dal muraglione e indicò una piccola struttura fatta con delle assi di legno a protezione degli strumenti per la misurazione barometrica: «Guarda, lì dovrebbe esserci anche il tuo nome inciso, aiutami a cercarlo.»
Si avvicinò a quella specie di gabbia e vi girò attorno, ma subito si arrestò. «Eccolo!… Avevo ragione, c’è veramente ma è incompleto… che strano vero?…»
«Strano sarebbe se io e te non ci fossimo, senza di noi l’universo intero sarebbe privo di scopo.»
Poi, rimanemmo a lungo in silenzio, solo gli sguardi, rivolti a ciò che ci circondava e i sospiri, spezzavano l’unione mistica delle nostre forme. Accade sempre più spesso – pensai – che i sogni di Laura si concretizzano, e quelli che le riferisco a mia volta, ci ritroviamo per viverli assieme. Ciò era possibile perché aveva raggiunto quel grado di consapevolezza in cui può divenire Realtà tutto quello che si riesce a immaginare.
Ogni cosa era finalmente realizzabile sulla via straordinaria che stavamo percorrendo. Era quella che conduceva al centro della dimensione costituita dalla materia-energia, soggetta a una sola legge: quella dell’amore, o se ci pare troppo sdolcinata, secondo la prospettiva del Disegno Intelligente.
Lentamente tornammo verso casa, in sella alla moto si teneva più stretta del solito e la sensazione di perderla, che spesso affiorava, si attenuò.
Quella notte sognai di accarezzarle i capelli e lei quella stessa notte perse il bambino che attendeva. Il mattino seguente andai a casa sua di buon’ora, bussai alla porta e, come al solito, venne ad aprire un tipo sdentato. L’istinto suggeriva di non credere all’amicizia che si sforzava di mostrare, ma aspettare di capire la ragione occulta della sua presenza accanto a Laura.
Non attesi molto, pochi giorni dopo, sibilò una velata minaccia vantandosi di essere soprannominato il Cobra e, in quella occasione, scoprirlo fu come ricevere una mazzata. Era la serpe che doveva colpirla col suo veleno.
Il tipo all’ingresso sperava di convincermi a ripassare più tardi. Soffiando dei pretesti attraverso i pochi denti rimasti, tentò inutilmente di impedirmi di entrare. Con pochi passi mi trovai accanto al letto.
Laura stava dormendo e il Cobra continuava a mostrarsi particolarmente agitato; con difficoltà riuscii a farlo parlare, disse che durante la notte le aveva suggerito di recarsi al Burlo a causa dei forti dolori che accusava e, da come ne parlò, pensai si fosse trattato di un aborto spontaneo. Sul momento infatti, non correlai l’accaduto con le percosse ricevute da Laura qualche giorno prima; lei però non poteva scordarle, quei colpi avevano ferito soprattutto la sua anima e la sua creatura. Al pronto soccorso le fecero sette punti di sutura, poi firmò per essere dimessa senza segnalarlo al medico di turno. Nelle sue ultime ore di vita questo pensiero la ossessionava, fu proprio questa rabbia e la grande disperazione a farle gridare quelle terribili parole alla coppia del piano sottostante: «Avete ucciso il mio bambino, ma voi non farete marcire il vostro, m’è stato promesso che vi verrà tolto.»
E le promesse si sa, vanno mantenute. Molti mesi più tardi, quando niente e nessuno avrebbe più potuto scalfire una delle tessere più luminose del mio mosaico, alla coppia venne tolto il bambino su decisione del Tribunale.

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