La Vergine Nera


La lasciai riposare e attesi il suo risveglio; sembravano gli occhi di una cerbiatta ferita, quando li riaprì. Fece scivolare lo sguardo sopra quello squallore che ci circondava e mi rivolse una muta domanda. Dal momento che aveva seguito il mio consiglio, decidendo di tenere il bambino, egli avrebbe dovuto nascere, non era possibile e nemmeno giusto che il suo desiderio venisse ignorato. Prima di richiudere gli occhi mi guardò come se l’avessi tradita.
«Laura –dissi con tutta la dolcezza di cui ero capace– in nessun punto dell’Universo può succedere qualcosa di veramente sbagliato, se è finita così, un motivo c’è, semplicemente tu non lo conosci, pertanto non puoi giudicare.»
Lentamente si vestì, poi scendemmo alla vettura e girammo a lungo senza parlare. Era molto tardi, quando la convinsi a cenare. La portai in una piccola trattoria, ci sedemmo in un angolo e riprese a piangere.
«Se avessi saputo di aspettare un bambino, forse avrei potuto salvarlo, avrei detto loro di fermarsi, di farlo per quella piccola creatura che portavo in me.»
«Laura, non devi soffrire più, hai capito! Devi imparare a farlo altrimenti ne morrai, il dolore può uccidere più crudelmente della droga, ricordalo.»
«Allora lasciami bere, fammi bere finché non mi ricordi più di nulla.»
«Vuoi scordare anche me?» -chiesi con un timbro di rassegnazione nella voce.-
«No!… Tu no!»
«Allora cerca di seguire i miei consigli, io non posso impedirti di ucciderti con il vino o con altro, posso solo dirti che il tuo corpo è il tempio del tuo Spirito. Potrei anche dirti che, se tu dovrai drogarti, lo farò anch’io, solo astenendoti dal farlo darai la prova che mi ami più di te stessa.»
«Non ti farei mai del male –disse con un filo di voce– ma lasciami fare, solo oggi, ti prego.»
«Te lo ripeto, non posso impedirtelo, posso solo stare accanto a te e soffrire guardandoti.»
Alla fine del pasto, si alzò e mi seguì con passo incerto fuori dal locale. Giunti a casa sua, l’effetto dell’alcool si manifestò in tutte le sue devastanti sfumature. Stava molto male, si stese sul divano sdrucito completamente vestita e si addormentò immediatamente. Delicatamente, per non svegliarla, le tolsi gli stivali, poi le presi il polso e con l’altra mano le sfiorai la fronte. No… non dovevo preoccuparmi, non scottava. Le lasciai il polso, ma mentre stavo per andare via, mi afferrò il braccio.
«Non andare via, stammi vicino» –sussurrò– «Ti starò vicino, ora e sempre, te lo prometto, ma ora dormi, mi siederò qui accanto e non me ne andrò.»
Poi la mano si mosse da sola, stavo accarezzandole i capelli, proprio come nel sogno; sfiorai con la massima delicatezza i punti dove era stata colpita, lei stava vivendo il suo Calvario e nessuno se ne rendeva conto.
Nel momento più cruciale della sua vita avrebbe dovuto superare la prova più difficile. Avrebbe saputo rinunciare all’Amore e alla felicità più travolgente ma non ad amare? Sarebbe tornata nel vostro stesso inferno come io vi ritornai a suo tempo uscendo dalla Gran Galleria? Per poter cogliere il reale significato degli ultimi eventi, dobbiamo tornare ad alcuni giorni prima che questi accadessero.
Quella mattina, ci stavamo recando al Lazzaretto, dovevo riuscire ad affittare una stanza per lei; non potevo sottrarla a quello squallore provocando la gelosia del suo Franz e la rabbia di mia moglie. D’altra parte, anche la sua sensibilità le impediva di farsi ospitare da me sapendo che le bambine vivevano in quello adiacente.
Una sera però, la mia scarsa conoscenza dell’universo femminile mi suggerì di scuotere l’animo delle mie figlie rientrando a casa con lei; pensavo che il timore di perdere il mio affetto le avrebbe spinte a cercarmi; ma non fu così, furono solo capaci di preparare la vendetta.
Le avevo descritto il panorama che si poteva godere dalla casa in cui la stavo portando e lei s’era messa a fantasticare e a fare progetti. A un certo punto interruppi il suo monologo: «Laura, ascoltami attentamente, devo farti una domanda molto importante e tu dovrai rispondermi con sincerità.»
Lei mi guardò con curiosità, il tono grave che avevo assunto doveva averla colpita e qualcosa mi trattenne; forse fu il mare che rispecchiava la tinta plumbea del cielo: «No! .. Penso non sia il momento di chiedertelo! Non è l’ora giusta, non ci sono i colori adatti, quelli che preferisco e non è nemmeno il punto indicato per queste cose, te lo chiederò questa sera.»
Riprese tranquilla il suo monologo, cominciava a non stupirsi del mio modo di fare, come una foglia portata dal fiume verso il mare, così lei si lasciava condurre dal tempo senza inizio né fine verso un punto senza confini. Giunti sul luogo, ci lasciammo prendere in giro da un tipo che, lo si intuiva facilmente, non aveva nessuna intenzione di affittarle la stanza.
Ritornammo dunque verso città, ma invece del solito percorso deviai verso il Santuario di Muggia, dove, dal belvedere che c’è accanto, si ammira Trieste col suo mare davanti e un arco di montagne alle spalle. Ci si stava avvicinando e lei chiese di fermare in quel posto; così arrestai la macchina accanto a quella antica chiesa. Camminavamo lentamente e in silenzio; a un tratto lei parlò in modo da farmi rivivere una antica emozione: «Se dico una cosa ti ritorna il buonumore, ne sono certa.» «Dilla, ne ho bisogno, quel tipo stava mandando in bestia anche me.»
«Mi pare di essere venuta qui per perdere la verginità, è la cosa più strampalata che potesse capitarmi di pensare vero?»
Si mise a ridere a squarciagola senza accorgersi che la guardavo con gli occhi sbarrati.
Nella Dimensione dove tutto può accadere, tutto poteva affascinare e stupire, anche la capacità di percepire i ricordi sepolti dagli eventi.
Quando mi ripresi dallo stupore, le proposi di prendere un caffè; era riuscita a farmi riavere il buonumore in un modo semplicemente meraviglioso.
Solo una persona conosceva il significato di quelle parole e poteva comprendere la ragione della mia perplessità: la sposa che avevo avuto accanto.
A mezzogiorno si pranzò in valle Rosandra e vi rimanemmo a parlare tutto il pomeriggio. Poco prima delle diciotto tornai in città per accompagnarla in Questura; essendo sottoposta a misura di prevenzione, aveva l’obbligo di firmare un registro ogni giorno all’ora stabilita. Poi le proposi di andare a San Giacomo per un aperitivo; mi imponevo di pensare che se la tenevo impegnata nelle occupazioni più comuni, forse potevo rinviare il giorno in cui avrebbe preso una decisione assolutamente fuori dal comune.
Giunto all’incrocio di fianco alla farmacia arrestai la vettura, lei istintivamente girò appena la testa nella direzione della chiesa per vedere se la via fosse libera. A quel punto, portò improvvisamente le mani al seno e con uno scatto si chinò in avanti.
Notai per caso il suo gesto e vidi che subito dopo si adagiava lentamente sullo schienale, poi cominciò a spiegare: «Ho sentito una gioia immensa, qui, nel più profondo del cuore – disse stupita – ed è stato meraviglioso, era bellissimo, solo è durato troppo poco.»
Non avevo bisogno delle sue parole per capire, il suo volto emanava ancora la beatitudine che aveva provato.
«Laura, ora ho voluto che tu vedessi il nirvana o se vuoi, il samadhi, ma forse preferisci credere si sia trattato di una fugace visione del luogo che chiamano paradiso; si tratta comunque della stessa misteriosa dimensione cercata da tutti i mistici.
Questa mattina, mentre si andava al Lazzaretto, volevo farti una domanda, ricordi? Ma poi dissi che non era il posto adatto né il momento e neppure i colori di ciò che ci stava attorno erano i più indicati; volevo chiederti proprio questo, se, e quando, hai sentito una gioia di tale intensità, questa sensazione così particolare, che una volta sperimentata non la si scorda più; devo sentirlo espressamente da te.»
Sul momento non rispose alla domanda, lei, la ragazza considerata perduta da coloro che avevano modo di avvicinarla, pensò immediatamente agli altri: «Perché non lo fai vedere e sentire a tutti?»
Il suo fu quasi un urlo implorante ed era davvero commovente l’impeto con cui lo chiese.
«Non sarebbe giusto, sono ancora pochi quelli come te.»
Accettò la mia spiegazione con naturalezza, senza mostrarsi minimamente inorgoglita dal giudizio così lusinghiero. Era come una bambina, nessun Dio avrebbe saputo trovare un motivo migliore per amarla.
«Laura -ripresi- dimmelo sinceramente, perché ho bisogno di sentirlo da te.»
Avrei voluto aggiungere che la gioia di Dio era il suo amore per gli altri, ma attesi la sua risposta.
«Questa felicità, questa beatitudine infinita, questa cosa che non riesco nemmeno a descrivere, la provo per pochi istanti quando vedo il mio Franz e quando incontro dei bambini molto piccoli per la strada; mi fermo e mi avvicino, ma poi temo sempre di venir cacciata. Una come me, figurati, con tutti questi tatuaggi, è normale.»
Lo disse quasi col tono di sfidare chi non sa abbandonare i propri pregiudizi.
«Già! – convenni – purtroppo per molti fermarsi all’abito è una consuetudine; non prendertela a ogni modo, so che ti riesce difficile, ma cerca di essere meno impulsiva; hai visto che spesso evito di chiamarti per nome? Laura significa anche impetuosa e preferisco non ricordartelo nemmeno a livello subliminale.»
A tarda sera la riaccompagnai a casa. Scendendo dall’auto, provocò ironica: «Sono stata brava vero? Non ti ho sfiorato nemmeno una volta oggi.»
«Te ne sono grato, continua sempre così! Ciao!». «Ciao!… Senti… aspetta!… Accompagnami per favore, ho paura del biondo.»
«D’accordo vieni, stammi vicino e non temere, se alza le mani gli spezzo il braccio; non potendo più continuare a farci dei buchi forse trova il tempo per procurarsi da vivere in un modo meno ignobile del vendere il veleno dell’anima.»
Nonostante cercassi di infonderle sicurezza con quelle battute, mentre salivamo le scale, la paura era tale da sembrare simulata ma io la sua paura la sentivo, era reale anche se fondata su astratte ipotesi.
La mattina seguente passai a prenderla, avevo più volte diffidato gli occupanti dello stabile dall’usarle violenza, ma non era il caso di fidarsi delle loro assicurazioni concilianti, era meglio fare assieme anche quei pochi gradini, dovevo evitare che con qualche pretesto l’aggredissero.
Giunti nell’atrio, un uomo alto, biondo, dai capelli lunghi e con uno sguardo torvo entrò. Era l’inquilino del primo piano, quello che Laura temeva di più; mentre lei si stringeva al mio fianco badai a non perderlo di vista.
Lui ci passò accanto senza compiere il minimo gesto, eppure, varcata la soglia del portone, la ragazza dopo pochi passi improvvisamente si arrestò, socchiuse gli occhi sollevando di scatto le mani a protezione del volto e, in quell’istante, il fragore alle sue spalle del portone sbattuto con forza, le fece piegare le ginocchia.
Oscillò e parve afflosciarsi per cui scattai in avanti per impedirle di cadere e fortunatamente ci riuscii. La tenevo tra le braccia per sostenerla e potevo vedere tutto il suo terrore e percepire il suo tremito convulso.
«È stato tremendo vero?…»
«Sì! Ho sentito una paura immensa, non poteva essere più terrificante, non ho mai provato un’esperienza così spaventosa in tutta la mia vita, credimi.»
«Calmati, riesci a camminare?»
«Sì! Ora va meglio.»
Salimmo in macchina e lei, accasciandosi sul sedile, emise un profondo respiro.
«Andiamo via ora, poi ti spiegherò il significato del terrore che hai provato.»
Solo quando fummo lontani e lei si mostrò più tranquilla ripresi a parlare: «Laura, guardami e ascoltami attentamente.»
«Mi vuoi spiegare perché ho provato tanto spavento vero?»
«Sì! E devo dirti che non è del biondo in realtà che hai avuto paura, ma di ciò che lui e questa casa rappresentano. L’altro giorno hai conosciuto la beatitudine, ora hai provato l’orrore dell’Inferno. Dovevi averne conoscenza per poter scegliere nel momento Supremo».
Ero indeciso se continuare o meno, sapevo che le parole in certi casi erano superflue. Sapevo pure che i giorni trascorsi dalla ragazza assieme a me, avrebbero dovuto rappresentare la somma degli anni da lei vissuti; era questo il messaggio che la mia mente si rifiutava di darle? L’avevo confidato a chi ci conosceva, ma parlarne con lei era altra cosa, il mio dolore poteva influire sulla sua imminente decisione.
Laura era finalmente consapevole dell’esistenza di un Disegno e intuiva di farne parte. Conosceva il suo ruolo in quel sogno che sarebbe finito e sapeva pure che quel sogno l’avevamo già fatto assieme.
Per capire il suo stato d’animo, basta immaginare per qualche istante di essere, come noi, le figure di un disegno che si ripropone immutabile dall’eternità. Guardando oltre questa realtà, si può scorgere l’ortica mentre si trasforma in giglio, ed è pure possibile vedere degli esseri umani capaci d’amare come degli Dei.
Laura non mi lasciò smarrire a lungo in quei pensieri: «Lo sai anche tu, non è vero?» Sussurrò interrompendo le mie riflessioni. «Sì! Lo sai…» -fece una lunga pausa- ho sempre sentito nel mio intimo che sarei morta giovane; fin da bambina avevo questo presentimento.»
«Non parlare così, non voglio nemmeno pensarci, soprattutto non devo, io non ricevo solo le unghiate dalla sofferenza come tanti, vengo divorato dalla disperazione e, se mi ferisci, sanguino più di tutti. Figurati che quando ero poco più d’un bambino, una ragazzina di nome Barbara, con poche affilate parole, tagliò il filo della speranza di rimanerle accanto al quale ero appeso.
Per lo stress che ne derivò rischiai di restare paralizzato; ricordo che mentre camminavo per la strada, se cercavo di accelerare il passo, la gamba sinistra e il braccio destro si torcevano in modo innaturale mentre la muscolatura del collo, non esercitava più la sua funzione e la testa ricadeva di lato. Rimanevo così per alcuni interminabili minuti, timoroso che qualche passante vedesse il mio stato… quella era una debolezza che non potevo confessare ad altri.»
Continuammo a raccontarci tutto di noi, ci dava l’illusione di espandere il tempo che ci era riservato. Tra una confidenza e l’altra, arrivammo a Barcola, sulla destra notammo una terrazza con dei tavoli.
«Ci fermiamo qui?» «Come vuoi.»
Sedemmo a un tavolo sotto una pianta rampicante secolare fortemente suggestiva, attorno a noi, dei passeri saltellavano senza timore. «Ti piacciono gli uccellini?» Trillò fissandomi negli occhi e mettendosi a ridere, ma senza vera malizia. Risi assieme a lei, ridemmo degli altri, di chiunque potesse pensare ciò che noi avevamo trasceso.
Terminato di pranzare, decidemmo di acquistare la cassetta di -Cristiana F. e i ragazzi dello zoo di Berlino-. Lei ci teneva molto che la vedessimo assieme, desiderava provarmi che quanto diceva corrispondeva a verità, voleva che credessi in lei e tenessi in considerazione le sue impressioni e i suoi suggerimenti; mentre si andava verso il centro, raccontò che alcuni anni prima un certo Mario, un uomo privo della vista ma, a quanto pare, capace di vedere molto meglio di altri, le fece una predizione inquietante. Riferendosi appunto a – Cristiana F. – l’uomo disse che le sarebbero capitate le stesse cose dell’interprete di quel film; tra queste, anche lei avrebbe nascosto la droga in una spazzola nel bagno e verso la fine della strada che era destinata a prendere, due soli uomini sarebbero riusciti a trarla fuori da quel girone infernale.
Il primo avrebbe potuto farlo solo parzialmente, ma, dopo di lui, vedeva l’incontro con un personaggio che sarebbe riuscito a strapparla al suo inferno per sempre.
Laura garantì che all’epoca del colloquio con Mario e anche per il periodo successivo, la trasgressione si limitava a qualche comune sigaretta. Assicurò che a quel tempo la droga la vedeva come il classico fumo negli occhi e dunque, quella predizione la lasciò totalmente indifferente.
Qualche anno dopo, le capitò di vedere per la prima volta proprio quel film. Constatò con sgomento che le previsioni di quel cieco erano incredibilmente esatte, oltre a vederla usare una spazzola del bagno per occultare la droga, conosceva le situazioni che il film presentava e non aveva sbagliato dicendo che sarebbero state identiche a quelle da lei vissute.
La ragazza aprì una parentesi dicendo che si trattava di una profezia che stava lentamente avverandosi e di essersi chiesta spesso se veramente sarebbe arrivato chi le avesse teso la mano.
«In seguito, stavo bruciandomi, avevo a malapena quarantacinque chili, poi ho conosciuto chi mi ha salvato quella prima volta.»
Si riferiva proprio al suo amato Franz.
Ora avevamo del tempo a disposizione e prima che aprissero i negozi potevo parlarle di me.
«Laura, tu mi vedi in certi momenti come sono in realtà ma sono pure un uomo come tutti gli altri, se ferisci la mia forma ne esce il sangue, se mi spezzi le ossa ne soffro al pari di chiunque, ed è proprio questo a farmi sentire come un antico cavaliere, ma, come ogni guerriero devo tornare di tanto in tanto dal campo di battaglia, altrimenti potrei morirvi senza essere colpito. Lì è terribile, vedi cadere i più valorosi, quelli che si sacrificano affinché altri possano vincere; talvolta, dopo morti, vengono tagliate loro le mani, come al Che, un eroe di cui forse non hai mai sentito raccontare le gesta – aggiunsi piangendo – ci sono le urla di milioni di bimbi e quelle di tante madri. Il mio compito, quello che amo credere sia il mio compito, tu lo hai capito e sei la prima a intuire cosa si cela dietro la nobiltà di agire in loro soccorso.
Hai capito che per assistere a tutta quella sofferenza non è necessario compiere viaggi di migliaia di chilometri, basta scrutare con gli occhi dello Spirito.
Tu sei il riposo del guerriero e sei quella che porterò nella mente quando tornerò a combattere. La pace che sento, il sogno che vivo assieme a te, se anche fosse un’illusione, è sufficiente a ridarmi la forza di fare il mio dovere di uomo. Sono disposto a qualunque sacrificio sai, io da tanto .. da troppo tempo .. ho rinunciato anche all’amore. Ti basta? Devo .. posso solo combattere! Forse sarà un tentativo che mi annienterà, ma amo lottare per ridare alla terra l’aspetto del Paradiso che avete scordato.»
Poi, il tono della mia voce si abbassò: «Ho rinunciato per sempre all’amore – continuai – ma non ad amare, e ho scelto di pagare quello che per tutti è il prezzo più alto. Chi è capace d’amare, sente quella beatitudine immensa dentro di sé, quella gioia indescrivibile che tu hai conosciuto, ma chi rinuncia all’amore, e credimi, sono molto rari, rinuncia solo a quell’estasi sublime.
Il giorno che mi trovai davanti alla porta, all’interno di quella galleria, vidi i volti e udii le urla di tutti coloro che soffrono, vidi la sofferenza in chi corre, in chi vola e in ciò che striscia. Riuscii a sentire il rumore degli alberi morti per le piogge acide mentre cadevano al suolo. Non mi fu risparmiata nemmeno la vista del mare che assumeva il colore d’una ferita purulenta. Allora decisi che non potevo gioire finché una sola lacrima sarebbe scesa sul volto di un essere umano, anche una sola ala si sarebbe spezzata e un solo fiore appassito prima del tempo; come premio mi fu affidato un compito che conduce alla morte, ma per amore dell’anima di tutto ciò che esiste, accettai senza condizioni. In quel giorno mi fu concesso di uscire da quell’antro con un’unica arma: la sapienza.
Ero pronto a perseguire gli obiettivi attribuiti al tuo misterioso 666 e, per riuscirci, dovevo interpretarne il ruolo. Da quel momento l’unica vera compagna fu la solitudine. Trascorsero molti anni da allora, riuscii, spesso con grande sforzo, a evitare che la mia forma venisse stritolata dagli eventi e dal peso di quella tremenda responsabilità.
Poi… arrivò il giorno in cui l’immagine che davo di me, quella di un uomo sconfitto, rimase sola anch’essa. La mia famiglia s’era dissolta, non avevo più niente e nessuno, tutti mi avevano tradito e abbandonato. Stavo camminando con la morte nel cuore e sentivo che le forze stavano lasciandomi inesorabilmente.
Quella sera, il mio passo s’era fatto incerto, stavo per cadere. Sapevo che non mi sarei più rialzato e per un istante pensai di gridare, avrei voluto che le vibrazioni del mio urlo si trasformassero in un bagliore luminoso, così che qualcuno vedendomi avesse pena e io potessi sentirmi meno solo; ma a che scopo chiamare aiuto se non ero altro che uno strumento spezzato, inutile, fu allora, che mi rivolsi nuovamente a mio Padre: “Ascoltami Padre mio, se posso servirti ancora dammi la forza, ti prego, poiché questo è quello che più conta per me. Mandami qualcosa che riesca a sostenermi, abbi pietà di tuo figlio”.
Deviai il fiume di parole con uno sguardo verso di lei. Laura stava fissandomi negli occhi, avevo infine tolto il velo che le celava la forma dello Spirito: se avesse voluto, avrebbe finalmente potuto vedere. Attesi che le sue sensazioni si fondessero con le mie, poi continuai: «Il giorno dopo, per caso, sei arrivata tu. Senza che nemmeno te lo chiedessi mi hai ridato la volontà e la forza di continuare nella mia opera, mi hai riportato dolcemente sul mio eterno sentiero. Solo tu potevi farlo.»
C’era solo lei, su quel terrazzo, le mie lacrime solo da lei potevano esser viste e comprese.
Era rimasta in silenzio, guardandomi con meraviglia, era la prima a entrare nel mio mondo. Ora il suo volto stava esprimendo tutte le emozioni, solo a una dea sarebbe stato possibile. «Ti amo… ti amo… ti amo… ed è un amore diverso.»
«Lo so, sei simile a Giovanna d’Arco e ai leggendari monaci guerrieri, -risposi dopo aver scosso la testa per allontanare un buio presentimento- la tua anima è vergine e il tuo amore è casto e puro.»
Più tardi, a suggello di quelle parole, andammo in via Ginnastica. Avevo deciso di donarle una collana di perle e un bracciale. Uscendo, sembrò che a parlare con quel tono, volutamente ambiguo, fosse la sorridente immagine riflessa dalla vetrina: «Cosa dovrò fare per questo?»
Era la sua natura femminile che desiderava mettermi alla prova, poiché non le era affatto chiaro il motivo per cui mi astenevo anche dallo sfiorarla.
«Nulla, lo sai pure tu, dovrai solamente essere sempre così, non ti chiedo altro.»
Era felice, quando uscì da quel minuscolo negozio, lo si capiva anche dalle sue parole.
«Lo credi? Se mi ritornassero il cofanetto che possedevo, con tutto l’oro, quasi due chili e mezzo, per queste perle, non accetterei. Per me sono di un valore immenso.
«Anche per me lo sono, rappresentano la purezza della tua anima e non solo.»
Rimasi in silenzio per qualche istante poi ripresi: «Devi sapere che a mia moglie feci un regalo che rappresentava il suggello di un patto simile al nostro.
Circa quattro mesi prima del suo compleanno, promisi che per la sua festa avrei abbattuto il muro che divideva un popolo. Era un atto simbolico pure quello, ma lei il nove novembre non lo comprese e, a causa del suo orgoglio, non lo intuì nemmeno in seguito.
Puntualmente, la predizione si realizzò: il giorno che compì gli anni cadde il Muro di Berlino. In seguito una barriera ben più invalicabile venne eretta tra di noi. In quella occasione, un Ispettore di Polizia, che trattò alcune delle numerose denunce presentate contro di me, riuscì a comprendere chi e cosa sarebbe riuscito ad abbatterla. Poteva riuscirci solo la mia sposa servendosi della fiducia rinata in me. Andandomene mentre scendeva il buio della ragione, avevo lasciato cadere nel suo cuore ormai arido un seme e se lei lo avesse innaffiato con le lacrime del pentimento, quel seme poteva germogliare e, divenuto imponente, far crollare quel colpevole muro di indifferenza e di odio che lei stessa aveva eretto e consolidato.
Più di dieci anni passarono, prima che alcune sue parole potessero far pensare che quel seme fosse stato innaffiato. Quelle parole sono poste alla fine del libro, potrete valutarle e scegliere di condividerle se le troverete sincere.
Il poliziotto, si disse convinto che nessuno sarebbe potuto intervenire tra noi, né parenti o amici, né loro, né i giudici .. solo un miracolo .. e lui non aveva la fede sufficiente né la forza necessaria per farlo.
Si espresse così quando mia moglie, che aveva condiviso con me gran parte della sua vita, responsabile e vittima del veleno che le era stato inoculato, cominciò a colpirmi servendosi della potenza del lato più oscuro e violento dello Stato.
Turbato dalle parole dell’ispettore, gli rammentai ciò che dissi durante un precedente incontro. Dispiaciuto perché si credeva impotente a risolvere il drammatico contenzioso sorto tra noi, considerai che a certe condizioni tutto era possibile.
Aggiunsi che nonostante la sua resa, lo pensavo vittorioso, poiché riconosceva che solo la volontà di chi non commette errori, riesce a creare le circostanze atte a distruggere, al momento giusto, le mura che devono essere abbattute.
Finito il mio racconto, continuai a camminare in silenzio a fianco della ragazza. Tornando verso il centro per via Ginnastica, posai più volte lo sguardo su quel collo scultoreo, le perle lo rendevano ancor più simile a un capolavoro artistico.

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