La Vergine Nera


Alcuni mesi dopo, ripercorrendo la stessa strada, mi tornarono alla mente le perle di Laura e, rientrato a casa, mi misi al computer. Rabbiosamente digitai sulla tastiera un consiglio a chi contribuisce a celarle: conservale con cura – scrissi – ogni perla conta i ventitré giorni che lei trascorse con me, e la somma di tutte quelle romantiche perle rappresenta il tempo che hai per pentirtene di averle celate.
Quella notte, la donna che accettò il ruolo della Meretrice e di bere nel calice da cui solo i più grandi mistici avevano saputo attingere, rimase a dormire nella mia casa.
Il mattino seguente era ancora buio quando scesi in soggiorno e mi avvicinai al letto di fortuna predisposto vicino al tavolo del computer; anche vestita dei soliti abiti, era simile a uno di quegli angeli che si possono vedere nei dipinti di tanti musei, e saperla così vulnerabile, mi rattristò.
La accarezzai dolcemente perché temevo di svegliarla, quella sarebbe stata una brutta giornata, lo sentivo, e mentre lottavo con la mente per ricondurla sui passi imperturbabili dello Spirito, lei aprì gli occhi. Sorrise leggermente, li richiuse felice e sussurrò con un soffio: «Hai delle mani meravigliose.»
Poi mosse lentamente la testa di lato e mi baciò sulla mano. La ritirai di scatto, ma timoroso di ferirla anch’io, guardandola negli occhi, posai le labbra dove le aveva posate lei.
«Ora… sei veramente bella… come una statua.» – Mormorai senza lasciar trapelare la tristezza – Sorrise e continuò a sorridere, anche quando le dissi che quel bacio sarebbe stato il primo e l’ultimo. Più tardi, verso le dieci la riaccompagnai a casa e sulle scale ci imbattemmo inaspettatamente nel suo Franz. Sembrava impazzito, lasciò passare la sua donna che lo fissava con gli occhi sbarrati, quindi urlò: «Togliti il casco, fa vedere chi sei, toglitelo, voglio vederti in faccia, bastardo!»
Laura cercò di trattenerlo, ma lui la spinse violentemente e lei gridò disperata: «Calmati, lasciami parlare, non sai chi è lui, ti prego non fare così, fermati!»
Sembrava che Franz non la sentisse nemmeno, le intimò un’ultima volta di allontanarsi e lei rimase come impietrita. Notai preoccupato che continuava a tenere il braccio in un modo innaturale dietro la schiena; pareva proprio che impugnasse una pistola.
«Stai calmo! – urlai a mia volta, conscio che col tono della voce dovevo esprimere la massima sincerità – Non hai alcun motivo per fare così, non abbiamo nulla da rimproverarci.»
Quel massiccio individuo non dava ascolto, ripeteva furibondo di volermi vedere negli occhi. Rammentai che Laura mi aveva confidato la partecipazione di Franz ad alcune cruente sparatorie e questo mi fece pensare che l’uomo stesse per scaricarmi un caricatore in faccia. L’attimo successivo mi tornò alla mente che lei aveva sognato il suo Franz mentre lo condannavano a quindici anni di carcere.
La sfortuna più nera pareva volermi perseguitare, ma se così era scritto, non avevo comunque al momento alcuna possibilità di impedirgli d’uccidermi.
Vista la distanza che c’era tra noi, un mio gesto per ridurla sarebbe stato sicuramente interpretato come un’ammissione di colpa e avrebbe determinato l’irreparabile.
A ogni modo era mio dovere non arrendermi a niente e nessuno per alcuna ragione. Dovevo riuscire a farlo scendere in strada e il tempo era mio alleato: più ne passava, più aumentava la possibilità che si rendesse conto della gravità di quello che stava per fare.
Spararmi in mezzo alla via, significava perderla per davvero e confidavo che da un momento all’altro l’avrebbe capito. Cominciai così a indietreggiare, invitandolo a seguirmi. Lentamente, assieme al suo alleato, il Cobra, che si teneva prudentemente alle sue spalle per consigliarlo, lo attirai dove volevo: lontano da lei. Pensavo fosse il timore che potesse farle del male a impedirmi di fare appello a tutte le mie risorse, poiché non riuscivo a calmare il mio animo.
Non importa come lo fermai appena si giunse in strada; risultò non essere armato della pistola quando finì spalle a terra, ma mentre si rialzava levai rapido il casco e lui inaspettatamente mostrò di conoscermi.
«Cazzo! Tarzan! Sei tu!… Perché non lo hai detto subito?»
Lo guardai a mia volta con estrema attenzione e a quel punto mi sembrò di riconoscere il giovane con cui avevo condiviso la cella nel giugno dell’ottantasei.
«Perché non ti ho riconosciuto, sei grosso quasi il doppio dall’ultima volta che ci siamo visti, ti ricordavo poco più che un ragazzino.»
Probabilmente, per superare l’umiliazione, adottò l’unico atteggiamento possibile in quella circostanza: mi abbracciò calorosamente. A quel punto la tensione pareva essersi placata e questo facilitò la messa a fuoco della figura che avevo davanti.
Si! Si trattava di una persona conosciuta in carcere molti anni prima. A quel tempo era un ragazzo che mostrava molto interesse ai miei incredibili racconti. Le parole che allora gli avevo rivolto, e che erano mirate a plasmarlo in un certo modo, erano dunque servite allo scopo senza ulteriori interventi.
Per caso, l’esperimento limitato a un singolo individuo, era riuscito pienamente e ora ne avevo conferma; se l’uomo era divenuto inconsapevolmente la tessera di un mosaico, il caso poteva anche creare i tasselli mancanti, quelle particolari figure capaci di fornire le sfumature necessarie alla realizzazione del Disegno.
Rimasi a parlare con loro fino a mezzogiorno, il tempo per offrire una pizza, poi me ne andai lasciandoli soli.
Era triste constatare che il suo Franz non avrebbe saputo né potuto darle ciò che lei desiderava. Tornai a casa e buttai giù svogliatamente qualche riga di appunti, poi seguii l’impulso di recarmi in Questura. Dovevo parlare con una vice ispettrice che la conosceva e sembrava averla in simpatia.
«Questa sera Laura non verrà a firmare entro l’orario stabilito dal giudice, non mi chieda perché, non lo so nemmeno io, però so che quella creatura sta male, tutti si prendono gioco di lei, e lei reagisce distruggendosi con le sue mani non riuscendo a sopportarlo.»
Mentre le confidavo i miei timori, un suo collega, notando la preoccupazione che esprimevo, si intromise per informarsi: «La ragazza è stata forse ricoverata? Se è stata condotta all’ospedale non deve affatto preoccuparsi, verrà giustificata, stia tranquillo.»
«Senta, cerchi di capire, non intendo dire che Laura potrà dimostrare di non essere venuta a firmare perché stava male o per qualche altra ragione, sono venuto ad avvertirvi che per un motivo che nemmeno io conosco lei stasera non verrà!»
L’agente mi guardò sbigottito, ma alla fine la professionalità ebbe la meglio sul suo stupore, mi congedò assicurando spicciativo che, nel caso di un suo effettivo ritardo, si sarebbe interessato per evitarle dei provvedimenti.
Puntualmente Laura tenne fede alla sua fama di ciclone in gonnella. Dovettero condurla in Questura a firmare proprio degli agenti e con due ore di ritardo. Assieme al Franz aveva litigato ferocemente con un tipo per delle frasi oscene che le erano state rivolte, ma secondo l’anziano corteggiatore che le aveva pronunciate, avrebbero dovuto esser accettate per dei complimenti.
Quella sera, raggiunto dalla sua chiamata, tornai alla Centrale e la feci salire in macchina senza nemmeno rivolgerle la parola. La accompagnai in un bar del Viale e lì provò a rompere il ghiaccio parlando tristemente dei pochi attimi felici strappati con fatica a quella burrascosa giornata; erano quelli trascorsi con lui nella loro squallida camera; ma anche quei momenti, precisò, alla fine erano stati caratterizzati da un fatto di cui non riusciva a farsene una ragione e che l’aveva scossa profondamente.
Raccontò che dopo il rientro a casa, aveva del tutto scordato l’episodio dell’anziano ammiratore e nelle poche ore di licenza dal carcere rimaste a Franz, intendeva assolutamente riavere la sua fiducia.
«Un attimo prima dell’irruzione della polizia, a causa di quella maledetta lite, ero stesa sul letto ad aspettarlo, lui stava levandosi la camicia e si girò a guardarmi. Rimase immobile solo pochi istanti, ma sembrarono non finire mai, poi… dalla sua bocca uscirono inaspettate le tue parole: “Sei bella come una statua”. In tutta la mia vita, nessuno aveva saputo parlarmi come te, non avevo mai ricevuto quel complimento, credimi… aspetta… lasciami finire… la sua voce… era la tua.»
Cercavo d’inserirmi nel suo sfogo ma quel evidente turbamento lo impediva, e allora mi limitai a concludere: «Non stupirti, dimentichi quanto ti promisi?… Se anche non mi vedrai, io ci sarò, il mio Spirito è legato a te da sempre. Il mio Spirito può assumere la Forma di tutto ciò che tu ami.»
La riportai in via Flavia prima che calasse il buio, non era in grado di affrontare altre situazioni stressanti.
Giovedì, come al solito, mi recai da lei, era ancora agitata per quanto accaduto il giorno prima. Ora la sua mente era combattuta tra il seguire il volere del suo Franz o raggiungermi.
Come donna sentiva l’obbligo di rimanergli accanto, di attenderlo a quel terzo piano; lì dove lui la voleva e a ricordarglielo ci pensava costantemente il Cobra. Laura sentiva di non essere più la donna di prima, una donna con le aspirazioni e le mete di tutte le altre. In quel caso non avrebbe raggiunto la consapevolezza di dover compiere assieme a me un’opera immane. A lei però i due ruoli parevano talvolta incompatibili. Il serpente le inoculava la colpa, per causa sua si credeva tenuta a una scelta, mentre ai miei occhi era assurdo solo pensarlo e questo bastava per scatenare nel suo animo un doloroso conflitto.
Immaginiamo la condizione psicologica di una sposa, alla quale, giunta all’altare, si faccia credere che dovrà scegliere tra il suo amato e colui che dall’alto di una croce può solo gioire della sua felicità. Una simile alternativa offerta sotto gli occhi dei parenti, dei testimoni e di tutti gli invitati.
Laura guardava attraverso un cristallo d’inusitata purezza un fiore meraviglioso e continuamente le veniva suggerito che cercavo di trafugarlo. Si voleva farle credere che ambivo quella meraviglia, a lungo accudita, rappresentata dall’amore per Franz. Avevo capito che questo le spezzava l’anima, e nel pomeriggio, quando l’agitazione che a lungo l’aveva pervasa fu scemata, lo riconobbe pure lei. Stavamo seduti in un bar del viale e il juke box ci inviava le sue note, rendendo quasi superflue le nostre parole. Il caso faceva apparire quei temi musicali come messaggi che potevamo scambiarci.
«Lo senti? Lo sai cosa fece il leader di quel gruppo quando la moglie lo lasciò? Si sparò!»
«Laura, io so che Franz non lo farebbe, ma so anche che non posso né voglio obbligarti a correre questo rischio, è anche giusto che non ti influenzi nemmeno: se cercassi di farlo sarei come tutti, penserei a eliminare la disperazione che mi avvolge a causa della solitudine, ma ti ripeto che non posso né devo distrarmi, le mie forze le riservo per combattere sotto il vessillo di mio Padre. Tu, credimi, sei capace di scegliere non solo tra bene e male, ma anche di dirigerti verso ciò che li trascende, sei profondamente innamorata dell’amore e, come tutti, aneli a qualcosa che erroneamente si vorrebbe possedere, ricordalo, ti verrà utile un giorno non lontano.»
Ascoltammo in silenzio l’ultima canzone. Celentano riusciva come al solito a tradurre in musica ogni mio pensiero, solo alle anime come la sua ciò era possibile.
«Laura, ora possiamo tornare, mi sembra che tu sia riuscita a calmarti perfettamente. Vedi -continuai in tono scherzoso- la terapia a base di affetto ti è molto utile e, se associata a della buona musica, può fare miracoli.»
Sorrise: «No! Non è la musica né l’affetto a fare i miracoli e tu lo sai… è l’amore.»
Alla fine, le sue parole erano divenute un sospiro. Più tardi, mentre correvamo verso la sua casa, sembrava che temesse di venir strappata via dal vento, eppure col custom procedevo lentamente; non si era mai stretta tanto forte a me, di certo sentiva anche lei che il distacco delle nostre forme era prossimo.
«Laura, ascolta, devo parlarti.»
Lei avvicinò il capo e io intrecciai la mia mano sinistra alla sua, stringendogliela. Lei la racchiuse con tutte e due.
«Dimmi, ti ascolto anche se non ti guardo.»
«Laura, ora tu stai giungendo dinanzi alla porta, spetta a te decidere se dopo averla aperta vorrai entrare o invece richiuderla, per tornare nella dimensione che contiene un aspetto dell’inferno. Hai potuto vedere ciò a cui pochissimi rinunciano per amore degli altri. Tu, se vorrai, davanti alla soglia potrai fare altrettanto, ma ricorda che nello stesso istante sarai libera da ogni dovere. La tua scelta non dovrà dipendere da obblighi verso qualcosa né verso qualcuno.»
Strinse più forte la mano. Mi sentii fondere in lei e lei in me.
«Laura… ti innalzerò sopra tutte, te lo prometto e la mia, lo sai, è una promessa che si rinnova eternamente. Sarai come una cometa che, al suo ciclico passaggio, rischiara la notte permettendo a chiunque volga lo sguardo verso il cielo di ritrovare la strada.»
Non rispose, ma seguitò a stringermi in silenzio.

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