La Vergine Nera


Venerdì! Come vorrei non averlo mai vissuto quel venerdì. Al mattino pareva una belva cui avessero strappato i cuccioli, la sera una martire dopo la tortura più orribile; quando arrivai verso le undici, stava ancora dormendo e il Cobra, dopo che ebbi a lungo bussato, si presentò alla porta e mi intimò di tornare a mezzogiorno.
«Non è possibile – risposi spazientito – dobbiamo andarcene di qui al più presto, altrimenti facciamo tardi in via Puccini, alle dodici chiudono.»
Cercai di mostrarmi determinato, ma lui alzò la voce innervosito per ribattere e lei, a quel punto, aprì lentamente gli occhi.
«Dammi una sigaretta ti prego.»
«Mi dispiace non ne ho.»
«Ah! Senti… fammi un favore… Cobra, ecco il denaro per andare a prenderle, ci vai?»
Non poteva lasciarsi sfuggire la sua preda e rispose di no in malo modo affinché non insistessi nella mia richiesta.
«Farò un caffè, lo berrai vero?» Riprese l’istante successivo in tono suadente, cercava evidentemente di stringere le sue spire e ci riuscì. Quando finalmente cominciammo a scendere era troppo tardi, lo Stato era in agguato; attorno allo stabile, diverse macchine della Polizia erano in attesa.
Appena giunti in strada un gruppo di individui, alcuni dei quali in divisa, ci bloccò. Sbrigativi ci invitarono a seguirli. Tornammo nell’alloggio assieme agli agenti, i quali, dopo averle posto qualche domanda di rito, misero a soqquadro tutto il locale.  Della droga, come avevo sostenuto con forza, al momento non poteva esserci nemmeno l’ombra. In poco tempo terminarono la perquisizione e uscirono sul pianerottolo; alcuni di loro vi sostarono, mentre altri sgusciarono all’interno dei due appartamenti attigui che erano disabitati e avevano le porte divelte. Lei era rimasta in mezzo alla stanza, guardando le sue misere cose sparse sul pavimento, pareva rassegnata a dover subire senza tregua ogni sorta di violenza. Poi, con l’irruenza che la caratterizzava, improvvisamente rialzò la testa, e mentre gli occhi le si accendevano d’una luce sdegnata, urlò tutta la sua rabbia:
«Bastaaa! Me ne vado e qui dentro non ci vengo più, non posso continuare a vivere così. Sono venti giorni che li mando via, loro cercano di vendermi la roba ma resisto, ma a che serve se rimanendo in questo buco vengo trattata da tutti peggio di una bestia.»
Il Cobra stava fremendo: «Prenditi almeno le cose che valgono.»
«Tutto quello che ho di valore è sopra di me ed è questo.»
Lo disse sfiorando la collana di perle con la mano; poi, il suo sguardo incrociò il mio. A quel punto, notai che indossava lo straccetto che le avevo regalato dopo le sue ripetute richieste.
Aveva una strana storia quella maglietta, veniva dalla Germania; un misterioso iraniano l’aveva consegnata a un triestino il giorno prima che rientrasse in Italia. I due, avevano condiviso la stessa stanza per un paio d’anni e il loro dialogo, mi fu detto, si era sempre limitato ai soliti discorsi: calcio, donne e poi ancora calcio.
Al momento della partenza, l’iraniano consegnò lo strano indumento, racchiuso in una busta di nailon al suo ospite, e gli raccomandò di usare la massima attenzione quando avrebbe dovuto cederlo a sua volta.
Quel triestino lo incontrai come al solito per caso, mentre, alla guida delle rispettive vetture, si percorreva la strada per Longera. Ci incrociammo una sera su quella stradina stretta e tortuosa che di solito evitavo. Il tempo trascorso lontano da casa doveva aver influito sulla sua percezione del percorso poiché, sfrecciando accanto mi sbriciolò lo specchietto. Considerata la velocità folle che teneva, difficilmente l’avrei raggiunto, per cui rimasi sorpreso quando vidi nel retrovisore che rallentava per accostare. In seguito gli telefonai più volte per farmi risarcire il danno; infine, stufo delle sue vane assicurazioni, un mese dopo l’incidente decisi di recarmi da lui. Mi fece accomodare con estrema gentilezza e, dopo una breve discussione, ottenni una ammissione di responsabilità. Così, pago della vittoria verbale, accettai la sua proposta di prendere un caffè. Intavolammo quindi una conversazione che ben presto scivolò su altri temi.
Discutemmo del crollo delle ideologie politiche, della perdita dei valori, della fede e del buio tunnel in cui, secondo molti, l’umanità stava per entrare. Sondando il suo pensiero, notai che intravedeva uno spiraglio di luce, si trattava della stessa luce che il caso, a sua insaputa, aveva acceso.

A un tratto il giovane si mostrò pensieroso e, dopo essersi scusato, si allontanò rapidamente per ritornare dopo qualche istante con un involucro. Allungò il braccio senza una parola, incuriosito, infilai la mano nel sacchetto di plastica che mi porgeva e ne tolsi una maglietta senza pretese, bianca, ma con dei simboli particolari: una croce capovolta e il numero 666 in nero.   A questo punto, sorridendo, chiesi il motivo di quel gesto e la storia dell’indumento. Dapprima tentò di eludere la richiesta, ritengo a causa dei numerosi ospiti presenti, ma poi, vista la mia insistenza, riferì quella strana storia e concluse dicendo che la sua decisione di consegnarmela era dovuta all’improvviso impulso irrefrenabile di liberarsene.
«Potrai farne ciò che credi ma fai attenzione, se dovrai cederla, bada a chi la darai -aggiunse-, anche se penso che saprai usarla nel modo migliore, anzi… ne sono certo.»
Sulla strada del ritorno riflettevo sull’accaduto, alla sua curiosa raccomandazione e alla strana circostanza che fosse stato proprio un iraniano a fargli quel regalo così particolare. Quel dono insolito mi riportò alla mente l’incontro, avvenuto qualche anno prima, con alcuni studenti di quel lontano paese.
C’era un filo occulto che legava i due episodi tra loro e prima o poi quel filo sarebbe stato trovato. Quanto accaduto in tempi diversi era utile per comporre il Disegno, e sarebbe servito a coloro che desideravano contemplarlo. Quel giorno lontano, dunque, andai al Lazzaretto con uno scopo speciale, incontrare degli studenti iraniani che frequentavano l’Università locale, per trasformarli in ignari ambasciatori di un originale pensiero esoterico.
Tornando al loro paese in guerra, avrebbero raccontato quello che uno strano tipo, accompagnato da due suoi amici, aveva loro dichiarato: «Komeini non è il dodicesimo Imam come da molti sostenuto e atteso; l’Imam, o il Califfo che alcune tradizioni islamiche vogliono nascosto, è in procinto di apparire per indicare il fine ultimo della Creazione: l’adorazione di Dio, o per usare una definizione più efficace, ’ibàda. [Nota 8] Egli vive all’insaputa di tutti in questa città, e un giorno non lontano darà altre e più terribili prove della sua presenza.» [Appendice 4]
Per dare maggior incisività a quelle parole pronunciate in presenza di Gianni e Sergio, aggiunsi che nel mese di maggio il Capo della Chiesa di Roma sarebbe stato colpito.
Si era alla fine di aprile del lontano 1980 e, mentre si tornava in città, rimasi in silenzio tutto il tragitto. Cercavo forse di visualizzare l’attentato che nei giorni immediatamente successivi si sarebbe compiuto a Roma in piazza San Pietro?

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