L’inferno nel cuore


La necessità del superamento di una simile prova, aveva radici molto profonde, queste motivazioni meritano di venir messe in luce, affinché risulti più chiara la correlazione tra la traumatica esperienza che ho appena descritto e l’incubo spaventoso del lager.
Negli anni bui, durante i quali in Europa si perpetrava l’orrenda strage nazista, la scarsa considerazione per chi rivestiva allora la figura di mio padre, l’animo della mia terribile e vivacissima Eva, mi aveva spinto a commettere un imperdonabile gesto di testarda e vanitosa leggerezza. Quel gesto, che in un contesto diverso sarebbe stato visto come un atto di disobbedienza, una semplice marachella, in quella circostanza costò agli esseri che allora componevano la mia famiglia, le sofferenze indicibili del campo di sterminio.
La loro insopprimibile rabbia attuale è incomprensibile per chi volesse cercarvi una spiegazione senza considerare la legge del Karma, e quella sempre più diffusa dottrina orientale che vede riunirsi nel tempo le varie figure familiari, bisognose di particolari esperienze, così da poter proseguire il loro cammino evolutivo. A questo proposito c’è una animata discussione con Eva, avvenuta alcuni anni dopo la rottura di ogni rapporto, dalla quale emerge un particolare insolito.
Giunto inaspettato, questo elemento getta altra luce sulla loro rabbia e aiuta a comprendere meglio gli intrecci occulti della nostra unione.
Non ricordo il motivo per cui mi trovavo davanti al cancello della casa dalla quale ero stato cacciato, vidi l’uscio socchiudersi mentre Eva usciva in giardino e, come al solito, cercai di dialogare; fu inutile, lei dava a intendere di non notarmi nemmeno ma, d’un tratto, se ne uscì con una battuta che mi stupì per la sua incongruenza con ciò che tentavo di spiegarle: «Papà! Io ti dicevo di fare ciò che la mamma ripeteva sempre, ma tu non volevi ascoltarmi, non obbedivi mai!»
«Ma ti rendi conto di ciò che stai dicendo? Come puoi dire che ero tenuto a obbedire a te che allora avevi meno di dieci anni.»
«Eppure ho avuto ragione io e tu torto.»
Solo in un simile contesto, l’assurdità del suo ragionamento, poteva rivelarsi un velato rimprovero per il mio passato errore. Uno sbaglio commesso in epoca remota, quando rivestivamo forme diverse ma già unite dall’affetto.
Molto tempo dopo, analizzando le sue parole, compresi che Eva era stata spinta dal suo subconscio a ricordarmi la mia responsabilità per quanto accaduto durante il periodo bellico. Io dovevo ricordare per pentirmi della mia colpa; una colpa che lei riusciva a percepire “ma solo come un atteggiamento sordo ai suoi desideri e alla sua volontà”.
La metempsicosi, o reincarnazione, che molti si ostinano ritenere solo una tradizione senza alcun fondamento scientifico, ultimamente sta trovando anche nel mondo occidentale alcune importanti conferme.
Infatti, dopo aver condotto una complessa indagine statistica, prendendo come riferimento gli anni seguiti alle due guerre mondiali, alcuni psicologi, hanno registrato un significativo aumento dei casi di persone che ricordano inspiegabilmente situazioni, persone e oggetti a loro appartenuti o comunque in vario modo contattati, e che tali ricordi, secondo quegli psicologi, risalgono inconcepibilmente al periodo bellico… quando loro non erano ancora nati!
I riscontri, avallati da testimonianze e da accurate ricerche, svolte in qualche caso dai diretti interessati e protrattesi talvolta per anni, hanno provato la veridicità delle situazioni e la concreta esistenza delle cose e delle persone oggetto dei loro ricordi. Si potrebbero citare, riguardo queste insolite esperienze, alcuni dei casi riportati dai mass media, ma non è questa la sede opportuna; qui è preferibile ricordare solo l’intrigante teorema di Bell in meccanica quantistica. Egli teorizza la sopravvivenza di connessioni più o meno evidenti tra corpi che si sono separati dopo essere stati in stretto contatto tra di loro.
Quel loro antico rancore aveva infine preso forma e io avevo rischiato di venirne schiacciato.
Le rividi esattamente il tredici giugno, per la ricorrenza di Sant’Antonio; erano ospiti in una comunità gestita dai religiosi e le loro parole, lanciate come pietre oltre l’inferriata, mi ferivano rivelandomi la loro decisione di abbandonare la mia casa per sempre. La mia sposa, la metà di me pareva essersi dissolta, il sogno più bello svanito e, se i primi dieci giorni trascorsi alla loro ricerca furono segnati dall’angoscia per la loro sorte, i seguenti mi tolsero quasi tutte le mie lacrime.
«Dopo il dì d’Antonio il Santo inizierà il “Gran Pianto” vedrai se son mendace…»
«Dopo il dì di Sant’Antonio si vedrà l’orrendo encomio si vedrà che son verace nel predir l’ardente face; si vedrà come ben doma diverrà la sporca Roma.» (Padre Bartolomeo da Saluzzo † A. D. 1605)
Nel secondo passaggio leggiamo che è previsto un apprezzamento riguardo qualcuno o qualcosa, e anche per questo vaticino possiamo trovare una collocazione adeguata nel contesto della nostra storia. L’inserimento nel racconto di questa curiosa previsione sarà più accurato se effettuerò un suo ulteriore accostamento con ciò che S. Francesco di Paola scrisse nel lontano 1482: « Sarà il fondatore di una nuova Religione, differente da tutte le altre, in essa si avranno tre ordini, Cavalieri in Armi, Sacerdoti meditanti in solitudine e Ospitalieri piissimi…»

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